Diamanti di ghiaccio (Natale ad RCN e gli ultimi giorni di scuola)

Dopo la giornata intensa di sabato, con il food festival a Førde e l’Asian Show, domenica mi sono svegliata alle 12 e ho esclamato “E vabbuò!” una volta resami conto di quanto fosse tardi. Dopo aver fatto un po’ di ordine ho pranzato con Miranda che era contentissima del cibo cinese (del giorno prima) e della pizza fritta.

Nel pomeriggio l’unica cosa che ho trovato la forza e voglia di fare è stata un po’ di matematica. Verso le tre, rendendomi conto di non essere per niente produttiva, sono andata a fare una corsa e si è aggiunta anche Miranda (che si voleva fermare una volta arrivata alla mensa) ed è stato divertentissimo.

Nel pomeriggio ho mangiato tipo cinque mele cotte avvolte in cioccolato e granella di mandorla (sempre del giorno prima) e non ho fatto niente (ma almeno non mi sentivo troppo in colpa). E ancora una volta ero contenta che sarebbe ricominciata la settimana, l’ultima settimana completa di scuola dell’anno.

Lunedì avevo solo due ore di lezione, la seconda e la terza, ed è stato bellissimo ma anche improduttivo. Volevo fare una passeggiata ma c’era troppa nebbia (“ma siamo a Milano!?”) e quindi sono andata in piscina. Per cena di nuovo cibo cinese, e alle 8 un gathering italiano per celebrare l’arrivo del pacco di Carlotta e tanti biscotti, formaggio e salame.

Martedì nell’ora prima di pranzo avevo una prova dell’esame orale di spagnolo e alle 11 l’ho fatto, è andata bene, e poi ero libera. Non avevo dubbi che c’era da stare fuori. Era arrivato il bel tempo: freddo vero e sole. Non c’era nemmeno una nuvoletta al cielo e tutto era coperto da brina: il terreno, gli alberi, le panchine, i tetti. Un po’ come se ci fosse stata la neve, forse anche più bello.

Munita di giacca e guanti ho preso la bici e ho iniziato a pedalare verso Flekke, attraversando un paese delle meraviglie: i raggi del sole, che era bassissimo ma proprio davanti a me, passavano attraverso i cristalli di ghiaccio sui rami spogli o si riflettevano sull’erba ghiacciata. Tutto, letteralmente tutto, era bianco o azzurrino.

Però man mano che pedalavo vedevo come il ghiaccio sugli abeti si scioglieva e questi acquisivano un bel colore verde lucente. Il tutto si specchiava nell’acqua liscissima dei grandi laghi che costeggiavo, seguendo la strada verso Rjsiedalsvika, dove si prende la barca per andare a Bergen. Nonostante avessi tempo andavo veloce, essendo motivata dal sole che veniva spesso coperto dalle montagne attorno a cui pedalavo per raggiungerlo. Dopo un’oretta avevo percorso quasi venti kilometri e dopo aver fatto una bella salita in una specie di valle ghiacciata con varie cascate sono tornata indietro.

Il ritorno me lo sono goduta al massimo: pedalavo tranquillamente, percorrendo sempre la via più lunga (invece di andare nei tunnel prendevo le stradine attorno) e cantando. Mi sono fermata per un po’ a prendere il sole vicino alla riva di un lago e a ascoltare musica.

Una volta tornata al campus avevo una bella lezione di yoga, molto rilassante, e poi ho continuato il pomeriggio perfetto con una bella merenda (mela e mandorle). Prima di cena ho studiato un po’ di geografia in K2 e dopo cena ho videochiamato Pamela ed è stato bellissimo sentirla e vederla. Mentre io mi trovavo nel freddo e nel gelo, lei era in maniche corte e stava per andare in spiaggia in Brasile.

Mercoledì mattina Wilma è partita per tornare a casa, una settimana prima della maggior parte di noi altri, ma non stava benissimo. Meteorologicamente era però di nuovo una bellissima giornata. Verso l’ora di pranzo mi sono messa a prendere il sole per quei 40 minuti che i raggi del sole raggiungevano la scuola. Dopodiché house cleaning, poi ho riguardato la mia tesina di matematica per la prima volta dopo mesi e ho passato un pomeriggio tranquillo a lume di candela con buona musica (“Arab Indie”) e infine piscina.

Giovedì ancora una volta cielo azzurro e ghiaccio. Nel pomeriggio una breve passeggiata, poi un po’ di matematica, una cena spaghetti cacio e pepe e di sera la seconda lezione di danza guidata da me e Jose. Questa volta abbiamo fatto pratica su tecniche di jazz e imparato una coreografia mista jazz-hip hop sulla canzone “Taki taki” ed è stato molto divertente.

Venerdì verifica di matematica per la quale avevo fatto tanti, quasi troppi esercizi e poi inglese e spagnolo (durante cui la prof mi ha dato da leggere l’Iliade e l’Odissea per ragazzi in spagnolo). Dopo aver passato il primo pomeriggio in admin per cose burocratiche ho deciso che c’era da sfruttare il bel tempo. Nonostante fossero già le 4 (e quindi già abbastanza buio) ho preso la bici e ho fatto un bel giretto. Poi mi sono vista con Liva per fare due apple crumble: uno per lei da portare alla cena Thanksgiving, uno per me da portare all’ultima cena italiana dell’anno a casa di Mariangela e Alessandro. Come sempre abbiamo mangiato bene e abbondantemente e ci siamo divertiti.

Sabato24. La data perfetta per celebrare il Natale di RCN, esattamente un mese prima di quello vero. Una bella colazione con milkshake e chia pudding, poi lavoro in Norwegian/Phylosophy Classroom seduta alla finestra perfetta, con il sole e un paesaggio da sogno di fronte: il cielo limpidissimo, i raggi del sole che facevano brillare alcuni alberi coperti di brina, mentre altri erano ancora all’ombra, turchesi come la luce che faceva apparire anche il prato (anche quello tutto cristallino) e le case color celeste. e tutto questo moltiplicato per due, dato che si specchiava nel fiordo.

Mi sono potuta godere questa vista spettacolare dalle vetrate della classe finché si è fatto buio verso le cinque, quando sono corsa in stanza sapendo di essere in ritardo per i preparativi. Eh sì, perché mica si scherza: per la cena di Natale bisogna vestirsi elegantemente. Nonostante avessi vari abiti adeguati, sono finita per indossare vestiti di Sandra e scarpe di Liva. Dopo aver fatto la foto in lower kantine (“mensa di sotto”) con tutti i membri di Iceland House, siamo andati alla vera e propria cena di Natale, con Pinnekjøtt (agnello, che purtroppo non mi piace), purè di qualcosa e rapa rossa e dolci. Dopodiché tante tante foto; con amici, con le compagne di stanza e con i gruppi delle attività extraaccademiche.

A questo punto un po’ riflessione, o semplicemente un riassunto dei miei pensieri. Inconsciamente e senza volerlo, e fortunatamente non troppo assiduamente, non potevo far altro che comparare il tutto all’anno prima. Innanzitutto, questa volta non mi sentivo per niente natalizia. Questo può sembrare abbastanza naturale, ma era stato diverso nel primo anno, probabilmente perché aveva nevicato. Ma a parte i cambiamenti climatici… L’anno prima c’era quella bella atmosfera natalizia nella mia stanza, con le lucine, la musica e semplicemente un grande affetto.

E invece, nel 2018, una volta finita la cena, mi sono ritrovata a lavorare al computer in una classe. Finché (per fortuna, se no sarebbe stato proprio deprimente) mi sono venuti a prendere Liva, Jose e Manu e siamo andati al party di Natale (che purtroppo non è stato il massimo, soprattutto all’inizio, e per niente natalizio).

Penso che alla fine il momento più bello della giornata è stato quando prima di dormire ho fatto due passi con Liva e il paesaggio sembrava finto. Per qualche motivo il cielo appariva quasi chiaro nonostante fosse notte, forse grazie alle stelle e la luna. Ad ogni modo c’era qualche fonte di luce che faceva luccicare i cristalli di ghiaccio che coprivano letteralmente tutto. E il luccichio sfavillava man mano che ci si spostava. Il pontile tra la Boat House e il fiordo era coperto da una distesa di diamanti. Si potevano tenere fra le mani, sentendosi come a) un milionario o b) la regina delle nevi. Ma la cosa che più voglio essere capace di ricordare è il suono che facevano i cristalli se spolverati sul terreno (alias su altri cristalli). Immaginate il suono di una campana a vento, ma mille volte più morbido e soave. Uno dei suoni più belli che abbia mai sentito in uno dei paesaggi più belli che abbia mai visto.

Domenica era l’ennesima giornata di bel tempo, e forse quella che ho sfruttato meglio. Dopo un po’ di studio e brunch c’è stata la camminata per celebrare la fine del quadrimestre, organizzata da me e Liva. Eravamo pochi ma buoni, e abbiamo raggiunto la vetta della grande roccia/montagna dietro la scuola in pochi minuti. Il nome ufficiale ella camminata era “scream hike”, infatti una volta sopra al campus ci siamo messi a urlare a squarciagola. Poi ci siamo messi (o meglio: distesi) sulla roccia da cui si ha la vista su tutta la “Valle di Flekke” a chiacchierare e prendere sole. Il paesaggio era stupendo, indescrivibile e perfetto. Alla nostra altezza, più o meno 400 metri slf (sopra il livello del fiordo) non c’era traccia di ghiaccio o neve, ma in cambio tutto aveva acquisito un colore dorato grazie ai raggi del sole. La valle, invece, era un vero e proprio “Winter Wonderland”, un paesaggio da film che non dimenticherò mai. Tutto era coperto di cristalli di ghiaccio che sembrava neve: i boschi, le case e i campi. La cosa più fantastica erano gli alberi, bianchissimi, in cui risplendevano i raggi del sole.

Ma anche il paesaggio visto da giù era bellissimo. Siamo scesi attraversando una foresta di abeti, essenzialmente verde e marrone, e d’un tratto alberi spogli e più piccoli hanno sostituito le conifere e letteralmente tutto era bianco. In meno di un metro il paesaggio era cambiato da così a così: ci sembrava di essere entrati a Narnia.

Abbiamo percorso l’upper road ed era veramente un mondo delle meraviglie: stalattiti trasparenti, cristalli di ghiaccio sul terreno e diamanti di ghiaccio attaccati a rami. Ci siamo messe ad osservare questi cristalli, di circa 3 centimetri di dimensione. Sembravano finti, creati con una stampante 3D: dentro vi si riconoscevano figure simmetriche e spirali e avevano la forma di un castello Disney, con torri e scale a chiocciola.

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Il cielo azzurro pian piano cominciava a scurirsi. Era tuto così bello che io e Liva abbiamo deciso che c’era da fare anche un giro in bici. L’ho portata a un sentiero che avevo scoperto oltre Flekke, e pedalando verso un bel ponte di legno tutto bianco sopra a una specie di cascata ci siamo rese conto di una cosa assurda: eravamo nel posto dove eravamo passate in canoa nel nostro secondo weekend con Outdoor Leadership durante il primo anno, senza sapere che fossimo così vicine alla scuola. Ricordi fantastici si sono saltati in mente, ed era una sensazione strana pensare che eravamo in guanti e cappello là dove più di un anno prima eravamo in maniche corte.

Sulla via del ritorno pedalavamo tranquille circondate dal bianco e un cielo in pieno tramonto, i cui colori si specchiavano nel fiordo parzialmente ghiacciato.

La serata è stata degna della giornata: alle 7 c’erano le “Christmas Carols”, un evento con una bella atmosfera natalizia incentrato sulla musica, con dolci del SaFuGe Cafè e host families. Hanno cantato le persone del “Christian Gathering”, il coro della scuola (come sempre impeccabile) e pure il rettore (che abbiamo scoperto avere una voce fantastica). Dopo la performance di “The Musicians” era ora di cantare anche per il pubblico: sono state messe le canzoni natalizie più famose con testo e tutti cantavano a squarciagola.

Di sera un ritrovo italiano in camera di Alberto, con un salame e un pan dolce, e a mezzanotte abbiamo fatto gli auguri a Carlotta per il suo compleanno.

Lunedì dopo le prime due ore di lezione l’ultimo college meeting dell’anno, e pure il più lungo della storia, con sorprese e risate. Nel pomeriggio mi ha assalito una sensazione pre-partenza: nell’aria qualcosa che non mi permetteva di lavorare. Forse erano i colori del cielo verso le 5: da un lato blu intenso in cui si vedevano le lucine di Natale sugli alberi, dall’altro (proprio sopra al fiordo) una gamma di sfumature arancioni, rosse, rosa e poi viola.

Dopo cena avevamo un evento natalizio di Iceland House in cui abbiamo rivelato i Secret Santa (il mio era Otto) e mangiato pasta, frutta e brownie con gelato.

Verso le sette siamo corsi verso l’Auditorium (e avevo proprio quella sensazione pre-cinema) per vedere un film. È stato un evento speciale: il film si chiamava “The Ambulance” ed era un documentario sulla guerra dei 51 giorni nella Striscia di Gaza. Il regista aveva filmato bombardamenti e le operazioni di soccorso della Croce Rossa, e la cosa più speciale era che era presente lì con noi e alla fine gli abbiamo fatto molte domande. Non solo il film era già emotivamente impegnativo, ma vi si sono aggiunti pianti di alcuni studenti durante certe scene e infine un discorso di Anna del Senegal sulla nostra responsabilità come futuri leader mondiali che ha fatto piangere anche me.

Martedì era il penultimo giorno di scuola. Dopo scuola, quella che doveva essere una corsetta per fare un po’ di movimento e godersi il bel tempo, si è trasformata in una passeggiata memorabile. Ho imboccato un sentiero che non percorrevo da maggio, da cui si aveva una vista fantastica su una distesa di alberi bianchi e d’un tratto è inaspettatamente comparsa, non saprei dire se in vicinanza o lontananza, la vetta della montagna che ero abituata a vedere da una diversa prospettiva. Ho raggiunto il fiordo, camminando sulle rocce vicino alla “lavo” (la tenda di legno) e ce l’avevo proprio davanti a me: un monte baciato dai raggi del sole di colore rosa-rosso, un bel contrasto ai cristalli bianchi sulla “mia roccia”.

Per tornare a casa ho ripercorso il sentiero (che era come un fiume completamente ghiacciato) in un misto tra camminata e corsa e mi sono resa conto che avevo preso una bella botta cadendo all’andata (stranamente sul dito). Ma me ne sono scordata una volta riacquisita la vista sul campus e soprattutto quando ho passato un po’ di tempo seduta vicino al fiordo ghiacciato, con quattro cigni bianchi come la neve a pochi metri da me. Erano eleganti e maestosi, perfetti nel paesaggio circostante prevalentemente turchese e bianco. D’un tratto hanno preso e sono volati verso l’orizzonte, muovendo le loro grandi ali allo stesso ritmo, lasciandomi completamente incantata.

Le ore seguenti sono state tutt’altro che incantevoli: c’erano da fare le valigie, cosa che per me prima di tutto significava che c’erano da riordinare tutte le mie cose. Di sera mi sono ritrovata totalmente distrutta, mentalmente e fisicamente, con le valigie mezze piene ma almeno una specie di ordine. In serata un ritrovo tedesco in cui abbiamo fatto biscotti di Natale (Vanillekipferl), con musica e buon umore.

Eccolo. Mercoledì 28 novembre. L’ultimo giorno di scuola dell’anno, che per me consisteva in solo due lezioni. Dopodiché un po’ di lavoro da contabile: trovare delle ricevute che servivano per DROP tra tipo cinquanta scontrini che Barbara aveva nel suo portafoglio. Nel primo pomeriggio una passeggiata a Flekke con Liva per comprare dei dolci da portare a Vicky per la prima volta da giorni sotto un cielo coperto. Poi c’era da pulire la stanza e finire di fare la valigia, e infine una botta finale di stress per concludere bene il quadrimestre. Volevo assolutamente mandare la mia applicazione per “College of the Atlantic” prima di lasciare il collegio e ciò ha richiesto molta pazienza con Barbara (che doveva mandare la raccomandazione di Daniel dopo giorni che glielo ricordavo) e nervi saldi durante gli ultimi step della “Common Application”.

Ma ce l’ho fatta, forse per pura fortuna, e ho potuto lasciare il collegio in serenità essendomi tolta un gran peso. Nel pullman verso Bergen ero seduta vicino a Liva e, man mano che ci avvicinavamo all’aeroporto, mi assaliva sempre di più quella sensazione che si prova quando si parte per un viaggio, lasciando la propria casa. E infatti, avevo lasciato quella che ormai era diventata la mia vera e propria casa, un collegio sperduto in Norvegia, nel quale sembra di vivere in una cartolina.

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Asian Day

Il sabato sera dalla host family era stato molto piacevole dal punto di vista culinario (tacos e tortillas con tanto di avocado e altri ingredienti higher level), ma purtroppo avevamo finito di mangiare così tardi che poi non si è riuscito a combinare altro.

Dopo una dormita in una stanza tutta per me (cosa che non mi ha neanche fatto troppo piacere) mi sono svegliata domenica mattina verso le 8. Ho fatto un po’ di ginnastica mattutina in camera (cosa che ormai non facevo da anni) e avevo un po’ quel feeling di essere in un airbnb in visita in una qualche città. Questo feeling è scomparso durante una colazione che, per quanto bella, non è stata molto rilassante con i bambini un po’ impazziti (ma sempre carini).

Biak (l’altra studentessa del collegio burmese ospitata dalla famiglia) aveva un’intervista con un’università e quindi siamo state riportate al campus abbastanza presto. Una volta di nuovo in camera mia, ho passato più di un’ora a mettere a posto, dato che il giorno prima avevo comprato kili di roba al supermercato per eventi della settimana alle porte. Dopo pranzo sono andata alla Study Hall per fare un “Paper 1” di inglese con condizioni di esame (ma sono finita per usare il computer per ricerche e dizionari). Alle 3 avevamo le prove per la danza Bollywood e poi sono andata a correre.

Per cena abbiamo fatto una “PBL reunion” con le ragazze con cui ero stata sull’isola con le pecore, per le quali ho cucinato una buona pasta al pomodoro e fatto un po’ di hummus e carote.

Di sera avevamo un house meeting dopo il quale c’è stata l’adornamento della dayroom con decorazioni natalizie (incluso un vero e proprio abete) ma non ero per niente nell’umore di partecipare.

Di sera ho guardato “Il Pianeta del Tesoro” (un film disney del 2002) con Alberto, convinta di non avere più niente da fare per scuola, errando clamorosamente.

Lunedì mi sono svegliata dopo aver dormito non abbastanza. Ed era pure già il 12 novembre. Assurdo. Ancora due settimane e mezza di scuola e sarebbe finito il quadrimestre. E non solo, era già da un paio di giorni che parlando con varie persone erano nati discorsi su quanto veloce passerà il tempo anche nel 2019 e prima che ce ne possiamo rendere conto ci saremo diplomati. Tristissimo.

Dopo una dura (per via del sonno) giornata scolastica, rallegrata solo da hamburger per pranzo, non sono neanche riuscita a essere produttiva. E mi sono incavolata ancora di più quando ho fatto tutta una corsa per andare sia in piscina che andare alle prove del Bollywood, ma poi non abbiamo imparato niente di nuovo della coreografia.

È andata meglio di sera, quando invece di mangiare le fiskekake della mensa ho scaldato il curry al cocco con verdure che era buonissimo. E poi di bene in meglio: alle otto sono andata con Miranda a un concerto in auditorium, che era gratis per noi studenti ma non per gli altri spettatori (gente di Flekke e Dale). Sapevo solo che si sarebbe trattato di jazz, ma come la cantante (che aveva una voce fantastica) ha poi detto era un jazz non jazz. Una musica abbastanza indescrivibile, riesco a esprimere solo come mi ha permesso di viaggiare con la mente. Però c’erano anche certi momenti in cui era inevitabile guardare i suonatori, ad esempio quando il batterista ha fatto un assolo e poi ha messo delle specie di vasi sulla batteria e ha iniziato a produrre una sequenza di suoni come delle gocce d’acqua. Il gruppo si chiamava “Come Shine” e per un’ora mi ha fatto dimenticare (quasi del tutto) tutto ciò che avevo in testa, anche perché l’auditorium era stato allestito molto professionalmente e c’era una bella illuminazione rossa e viola.

Martedì pioggia e temperature ancora relativamente alte (intorno ai dieci gradi). Il pomeriggio di nuovo un disastro. Non sono riuscita a fare assolutamente niente per scuola ma neanche altre cose che avrei voluto fare. Dalle due e mezza fino a ora di cena ho fatto molte torte al cioccolato (con l’aiuto di alcuni membri di DROP) per un’evento della serata: una presentazione di un ex alluna di RCN che vi si è diplomata nel 2004 e ora lavora nell’ambito delle riassicurazioni. E poi fino alle 10 di sera prove della danza bollywood e della danza araba. Infine di nuovo lavoro per DROP, questa volta organizzativo, nella biblioteca quasi vuota insieme a Liva.

Mercoledì avevo il mio primo “free block” di TOK: avendo finito l’essay di “teoria della conoscenza” ora non devo più andare a quella lezione, cosa molto benefica soprattutto quando si può dormire più a lungo. Dopo scuola house cleaning e poi un pomeriggio intero passato a fare matematica a lume di candela. Dopo cena abbiamo fatto gli ultimi preparativi per il DROP cafè per degli ospiti della scuola: un gruppo di una quarantina di studenti da tutta Europa che facevano parte di un progetto Erasmus, per i quali abbiamo preparato torte al cioccolato e alle mele e mango lassi.

Giovedì ho finalmente iniziato un lavoro ci vogliono quattro settimane per finire e l’avrei dovuto consegnare, o meglio presentare, due settimane prima. la “research presentation” di teatro, una presentazione su un certo genere teatrale per cui bisogna fare molte ricerche e prove. Dopo ore e ore di lettura e visione di video sulla “Peking Opera” non c’è la facevo più e non vedevo l’ora di andare alla prima lezione di danza. L’idea di cui avevo parlato con Jose era infatti diventata realtà: una “EAC” (Extra Academic Activity) aperta a tutti per praticare vari stili di danza guidata da me e Jose il primo anno Costaricano ballerino super esperto. Alle otto eravamo pronti della “gym” dell’Haugland center e c’era solo Maud, ma quando abbiamo finito di fare un po’ di corsa sono arrivate varie altre ragazze. E quindi abbiamo proseguito con un circuito con alcuni esercizi di forza e poi il riscaldamento con tanto di slanci e spaccate. A quel punto mi sono resa conto che era Jose il vero leader dato che riusciva a spiegare e mostrare tutto alla perfezione mentre io era da troppo tempo che avevo smesso di fare ginnastica artistica.

Dopo quasi un’ora abbiamo cominciato a dedicarci alla danza contemporanea; ci siamo esercitati sui movimenti base e poi abbiamo ballato improvvisando e infine abbiamo imparato una coreografia di Jose sulla canzone “Figures”. In totale era stata un’ora e mezza di lezione e alla fine ero molto soddisfatta e contenta, e ci siamo pentiti di non aver cominciato prima. Ma meglio tardi che mai.

Venerdì è stata una giornata memorabile per vari motivi. Prima di tutto ho potuto dormire fino alle 10 e mezza perché avevo due blocchi liberi. Ad inglese abbiamo mangiato un “premio” per essere quasi riusciti, nella lezione precedente, a ricomporre un articolo lunghissimo diviso in paragrafi in disordine. Poi, a gruppetti, abbiamo guardato e discusso alcuni “TED Talk” sugli stereotipi.

L’ora di inglese era stata la mia prima e ultima ora di lezione della giornata. Dopo pranzo sono tornata in stanza e ho fatto un po’ di compiti, e verso le due e mezza sono andata alla Høegh per cucinare, senza immaginare che l’avrei lasciata appena dieci ore dopo. C’era da preparare una valanga di cibo per un evento del giorno dopo a Førde a cui avremmo partecipato con DROP. Mentre io gestivo la cucina, c’era Liva che coordinava “le alte”: correva avanti e indietro tra Admin e teacher’s hill. Questo perché c’era Wang, il prof di cinese, che si era offerto di cucinare per noi e quindi c’erano da portargli gli ingredienti e degli studenti che lo aiutassero. E quanto aiuto serviva! Gaby, una primo anno di El Salvador, è stata a cucinare dalle 3 alle 11. Verso quell’ora, dopo aver finito nella Høegh, vi sono andata anche io e ho fritto un po’ di cibi cinesi.

Di notte mi sarò addormentata per le 3 perché pensavo a quanto fossero andate male le prove generali per l’Asian show (c’erano state anche quelle in serata) e a come sopravvivere alla giornata seguente.

Sabato. Sveglia alle 7.45, ma non per andare a scuola. C’erano da friggere le pizze fritte il cui impasto avevo fatto il giorno prima. Aveva lievitato alla perfezione e pure le pizze mi sono venute di una forma perfetta. E quindi la felicità e la soddisfazione hanno vinto il sonno. Alle 9.45, tre quarti d’ora in ritardo, siamo partiti per Førde con un pulmino carico di cibo. Eravamo diretti al “Fargerike Førde” festival in occasione della giornata internazionale dei bambini. Dopo un’ora di viaggio, passata a parlare e guardare il paesaggio avvolto dalla nebbia, siamo arrivati e non c’era tempo da perdere. Avevamo apposta portato un carrello su cui abbiamo messo tutte le nostre pietanze e siamo corsi alla sala dove c’erano vari stand con cibi internazionali e abbiamo allestito la nostra bancarella. E poi si trattava di vendere. Il primo turno l’abbiamo fatto io e Liva, e ben presto ci siamo rese conto di non disporre di una cosa fondamentale: Vipps. Praticamente i norvegesi non vanno più in giro con contanti o carte di credito, ma fanno quasi tutto con il telefono tramite quest’app. Ma in qualche modo siamo riusciti ad installarla e si è presentato il secondo sviluppo inaspettato: ciò che la gente voleva comprare non erano le nostre cose internazionali, ma torta al cioccolato con confetti colorati (venduta dai nostri vicini). E quindi è stato un po’ un fiasco, e penso che soprattutto tutto lo sforzo per la preparazione del cibo cinese (che ho provato ed era fantastico) non ne è valso la pena in termini di profitto.

Ma almeno è stato divertente, e durante una pausa abbiamo fatto un giro a cercare un altro gruppo di studenti, i “Knights” che erano venuti allo stesso festival ma per fare sport con portatori di handicap. Ci siamo ritrovate a giocare a badminton con un palloncino con uno in sedia a rotelle ed è stato molto bello.

Verso le tre era ora di impacchettare tutto; i resti li avremmo poi mangiati o riciclati. Quando siamo usciti dal complesso dove eravamo stati, ero sorpresa che fosse ancora chiaro e soprattutto di quanto caldo facesse. C’erano almeno 15 gradi e si stava benissimo in maglia. Il cielo era parzialmente coperto da nuvole che lo rendevano allo stesso tempo opaco e lucente per via del sole. C’era nebbia, cosa atipica per la Norvegia, e il tempo mi ricordava tantissimo l’inverno in Italia o in Germania. In più era la prima volta da tanto che mi trovavo in un posto che poteva lontanamente ricordare ad una città. Avrei dato di tutto per andare a fare due passi ma no, dovevamo partire. Man mano che ci avvicinavamo a scuola il cielo si scuriva sempre di più e io ero sempre più stanca. Ma no: una volta tornati on campus c’era ovviamente da mettere in ordine e pulire.

Essendo l’Asian Day nel pomeriggio c’era stato l’Asian Bazaar, che ci eravamo persi, e per c’era c’erano pietanze asiatiche in mensa: noodles, tabouleh, hummus e halva. Poi c’era da prepararsi per l’Asian Show. Ho fatto una doccia apposta per avere dei bei capelli ricci; poi, mentre cercavo i vestiti giusti, ripassavo le varie coreografie e infine sono corsa in Auditorium in maglietta a maniche corte (ma non faceva freddo!).

Ero un po’ nervosa perché non sapevo bene le coreografie, ma poi è arrivato il momento del Bollywood (con Gun Gun Guna Re e Badri Ki Dulhania) ed è andato tutto bene. Subito dopo c’era la mia seconda e ultima danza, quella araba (con Kalaam e Amarain) ed ero soddisfatta anche di quella. Mi sono potuta poi godere tutto il resto dello show, tra vari altri Bollywood, thai boxing, danze tibetane e nepalesi, canzoni cinesi, karate e molto altro. Ma la performance più bella è stata una collezione di scenette satiriche sugli stereotipi cinesi, taiwanesi e hong-kongesi che è stata veramente divertentissima.

Per chiudere la giornata c’è stato un party con musica parzialmente asiatica che è stato molto divertente. Che bello è il Collegio del Mondo Unito.

Halloween e i primi di novembre

Mercoledì 31 ottobre. Dopo scuola avevamo housle cleaning e nonostante mi fosse capitato “Sunday Bathroom” (i vari tipi di pulizie da fare si alternano) sono rimasta in stanza per più di un’ora pulire e mettere in ordine il mio angolo. Poi mi sono messa alla scrivania e ho continuato a fare ordine, ma questa volta era ordine mentale. Ho fatto una lista di tutte le cose da fare, sia per scuola che non, e rendendomi conto di quante fossero mi sono messa al lavoro. Sono andata nell’aula “K2” e ho finalmente imparato tutti i termini per il test di geografia del giorno seguente su fiumi e bacini idrografici. Alle 4 avevo il primo incontro per imparare la danza Bollywood per l’Asian Show a metà novembre e poi cena di halloween con “bacon gratin”. Di sera piscina e quando sono tornata in stanza una bella sorpresa: c’era Brodi, un mio secondo anno svedese che si era diplomato a maggio ma era tornato a RCN per un paio di giorni per rifare l’esame di economia. Ci ho parlato per più tempo quella sera che in tutto il primo anno. Ha raccontato com’è vivere fuori dalla Flekke Bubble e di quanto ora apprezzi molto di più il posto, dato che si è reso conto di quanto vi siano speciali le persone e quanto sia bello vivere con gente da tutto il mondo.

Parlare con Brodi mi ha fatto accorgere quanto mi mancassero tutti secondi anno, non solo le mie compagne di stanza (che mi mancano sempre), ma anche tutti gli altri. A pensarci è stranissimo: con loro era tutto diverso, anche se in realtà era tutto uguale.

Giovedì dopo scuola DROP, poi un salto in stanza e nel pomeriggio mi sono stazionata nel laboratorio di chimica per studiare. C’era Liva che doveva fare un esperimento con cloroformio e amido e le serviva qualcuno come assistente anche se non ho fatto niente. Però mi ha fatto piacere assisterla mentre faceva facce strane quando mischiava le varie sostanze e soprattutto quando la sua “pozione” ha magicamente cambiato colore come doveva.

Dato che era il “world vegan day” per cena c’erano un buffet con solo ingredienti vegani e non è stato male. Dopo la piscina ho preso un thè da Elin (la mia primo anno tedesca).

Venerdì avevamo lezioni corte in modo da finire scuola prima di pranzo perché verso l’una molta gente è partita per andare a Bergen a vedere una rappresentazione teatrale. Tra loro non c’ero io, ma non mi è dispiaciuto affatto, anzi. Proprio mentre gli altri partivano con l’autobus, io, Liva e dei primi anno siamo partiti per fare una camminata (organizzata un po’ all’ultimo momento) dato che non pioveva. È stato molto bello conoscere alcune persone con cui non avevo mai parlato e stare nella natura, che nonostante non avesse più quei bei colori autunnali mi ha dato un gran senso di pace. Quando stavamo per raggiungere la vetta di Størasen ha iniziato a piovere, ma la vista una volta arrivati su era comunque spettacolare. Le nuvole viaggiavano, parzialmente molto basse, a poche centinaia di metri dal fiordo, e si vedeva una luce calda in lontananza che però si avvicinava sempre di più a noi. E infatti: dopo una ventina di minuti il cielo si è aperto e le uniche nuvole rimaste erano molto in alto, in particolare erano numerosi cirrocumuli che sembravano tante pecorelle bianche.

E d’un tratto è arrivato il sole, ed è cambiato tutto. La scarsa vegetazione di color verde chiaro che c’era ha iniziato a brillare come fosse primavera, e i raggi del sole ci scaldavano notevolmente. Siamo rimasti a prendere un po’ di vitamina D, poi sono tornate le nuvole e siamo scese e prima che ce ne potessimo accorgere eravamo di nuovo on-campus. Erano appena le 15.45 ma avevamo vissuto così tante cose che ci siamo chieste “perché non può essere ogni giorno così?”.

Nonostante avessi dovuto e potuto studiare, ho giudicato che avevo di meglio da fare: nella Silent House c’era una meditazione aperta organizzata dalla primo anno tibetana Dikhi e ci sono andata. Eravamo solo in tre e forse proprio per quello è stato molto interessante. abbiamo provato la meditazione “giving and receveing”, nella quale si immagina un gruppo di persone che non ha niente e soffre mentre si immagina di avere tutto a disposizione (che è una rappresentazione abbastanza accurata della società mondiale). Quando si inspira si immagina di togliere il loro dolore, mentre quando si espira si immagina di dare qualcosa, che siano beni concreti o astratti.

Abbiamo anche guardato dei video di una monaca buddhista e del Dalai Lama, e un concetto interessante che è emerso e pensare a qualsiasi ente, ad esempio un fiore, rendendosi conto delle sue caratteristiche (materiale, colore) e notando che in realtà il fiore non esiste.

Il mio pomeriggio di benessere fisico e spirituale e continuato con un massaggio per i dolori alla schiena prima di cena. Di sera una reunion italiana con un salame e poi un film con Albi e Fra.

Sabato 3 novembre. A parte passare la giornata a fare una, anzi due lavatrici, ho studiato un po’ in K2 dopo aver pranzato con una bella insalata. Alle 4 sono corsa al grande avvenimento del weekend, per cui il giorno prima ero stata più di un’ora per preparare due grandi frittate di pasta: l’International Matbord. Si tratta di un evento annuale sponsorizzato dal nostro comune per gente del posto, inclusi alcuni studenti del collegio e famiglie che sono in Norvegia da poco tempo. Lo scopo: condividere la propria cultura, soprattutto (anzi, praticamente solo) in termini di cultura gastronomica. Era fantastico vedere la Hoegh piena di gente nuova, e ancora più bello era vedere la tavolata centrale, lunga almeno dieci metri, strabordante di cibi da tutto il mondo. Dopo gli ultimi arrangiamenti ci siamo fiondati sulle pietanze. Eravamo più o meno quaranta persone (di cui solo dieci erano studenti), e per fortuna c’era più che abbastanza da mangiare. Tra i miei piatti preferiti: una specie di sarme curde, pollo cambogiano e una sorta di burek afghano. Mi sono piaciute molto anche le pietanze iraniane, che mi hanno fatto venire nostalgia dell’estate e quindi mi sono messa a parlare con la signora che le aveva preparate. Lei è di Esfahan, mentre suo marito di Shiraz, città che avevo visitato entrambe. Ho parlato anche con una coppia nepalese (che aveva portato i buonissimi “momo”) e poi ero seduta vicino a dei ragazzi palestinesi.

Dopo essermi servita varie volte ero ovviamente pienissima ma ovviamente c’era ancora spazio per i dolci: c’era il “turkish delight” (una specie di torrone), delle palline al cocco cinesi, una sorta di chiacchere e una specie di polenta dolce brasilliana.

E poi ero veramente al limite. Sono tornata in K2 a studiare e poi ho fatto una bellissima videochiamata con Lucrezia.

Verso le nove sono tornata in stanza dove mi aspettava Liva per prepararci per la festa di Halloween. Mentre l’anno prima ci eravamo travestite con tanto di trucco e acconciatura (da pantomime), questa volta abbiamo semplicemente indossato i vestiti di Wilma e dichiarato: “siamo travestite da Wilma” (i cui vestiti facevano da base del travestimento anche di Paola, Sandra e Clarisa che erano “hippie”).

La festa è stata bella e divertente in quanto c’era gente che si era data più da fare con i costumi e la musica non era male. Ma mi mancavano un po’ i secondi anno e talvolta mi sono sentita un po’ sfigata a ballare con dei primi anno.

Una volta finita la festa non ne avevamo ancora abbastanza, e c’è stata quindi una mini mini festa privata in camera mia (solo io e Liva e Miranda che ci guardava). Quella sì che era musica! Ci siamo ritrovate in bagno a (provare a) ballare la taranta con la musica di Eugenio Bennato ed è stato fantastico.

Domenica sveglia alle 11, che mi sembrava pure preso. Un pranzo veramente ottimo e abbondante con cous cous e il pollo del giorno prima e poi un po’ di lavoro in “study hall”. Quando sono uscita per prendere un po’ d’aria fresca mi sono accorta che c’era un cielo molto particolare, e ho deciso che dovevo andare a fare una passeggiata.

Sono corsa sull’upper road e, dopo aver esplorato una stradina che non avevo mai percorso, ho iniziato a fare tante foto (molto belle, con le sagome degli abeti o degli alberi spogli) perché c’erano dei colori molto speciali: le nuvole, non so come spiegare, erano molto “3D” e all’orizzonte c’era un cielo blu elettrico che poi è diventato viola. In più, l’aria era nitidissima, quasi troppo: mi sembrava di poter toccare le vette delle montagne ed era un po’ inquietante. Poi si è fatto buio e sono tornata in stanza, e non so cos’è successo ma ho iniziato a mangiare tanti biscotti (invece di andare a cena). Per fortuna avevo poi le prove della danza Bollywood ma poi quando ero più tardi in stanza (ed era quasi mezzanotte) è arrivata Sandra con dei piatti giganti di pasta e ci siamo ritrovate insieme a Paola e Miranda a mangiare come da un banchetto, dolce, salato, di tutto.

Ancora una volta ero contenta che fosse finito il weekend. Lunedì sono infatti andata in piscina e ho ripreso a mangiare normalmente. Dopo il “MUN chair training” di sera avevamo la prima prova della danza araba la cui coreografia avevo creato con Sandra un paio d’ore prima.

Martedì dopo scuola c’era un workshop di un tipo che coordina una competizione di imprenditoria giovanile ed è stata una buona fonte d’ispirazione. Poi ho lavorato un po’, sono andata a cena e ho preso un po’ di fusilli e verdure che ho mangiato durante la verifica di recupero di matematica alle 6. Alle 7 c’erano le audizioni per “Asian Show” e poi sono andata alla “Silent House” per un “cerchio di condivisione” di idee su sessualità e religione in tema della “Sexuality Week”. È stato interessante sentire vari punti di vista delle varie religioni e rendersi conto che le opinioni in realtà non derivano dalla religione ma da quanto o come uno sia osservante dei principi. Abbiamo anche discusso di quanto sia difficile il dialogo tra la maggior parte di gente a UWC (che è molto liberale) e coloro (sempre a UWC ma in minoranza) con idee più conservatrici.

Con molti spunti di riflessione sono tornata poi in stanza a studiare. Mentre cercavo di memorizzare dei concetti mi è venuta l’ispirazione per un tema che dovevo scrivere per la mia domanda all’università e allora ho chiuso il libro e iniziato a scrivere freneticamente. Non c’è niente da fare: a volte, quando ti siedi là e vuoi scrivere qualcosa non hai idee, poi ti viene quel colpo di fulmine e in mezzora scrivi tutto.

Mercoledì scuola, poi house cleaning, un salto in university office e poi ho finito di scrivere il mio essay di “teoria della conoscenza”. Dopo cena (con “mexican fish”) e dopo piscina ho studiato “Environmental Systems and Societies” per la verifica del giorno dopo. Di sera sono andata a dormire pensando al fatto che avevo passato quai l’intera giornata a lavorare per scuola, ma poi mi sono resa conto che tutti gli altri giorni faccio altre cose e quindi mi son detta “va proprio bene così”.

Giovedì un po’ di lavoro organizzativo per DROP, poi studio nell’aula “K2” (quella con le grandi vetrate, ormai la mia seconda casa) e dopo cena una seconda cena con Justin (primo anno dagli Stati Uniti) e un “prendere il thè” che è durato 5 ore.

Venerdì non c’era scuola. Era “Advisor Friday”, e quindi alle 10 più o meno in punto ero pronta con Paola per andare a fare una breve camminata con Alessandro e tutti i suoi altri advisee del primo anno (ero l’unica secondo anno). Ci siamo pure persi in mezzo al bosco e ai cespugli e poi è uscito il sole ed ero in maniche corte.

Per pranzo una bella pasta al forno tutti assieme e poi un’altra attività: la “cerimonia di chiusura” di leirskule, ovvero un evento per ringraziare noi ragazzi che avevamo condotto le attività (arrampicata, kayak ecc.) per i bambini che erano venuti da noi per quella sorta di centro estivo (ma durante l’anno).

Siamo stati divisi in gruppi, eravamo un po’ più di metà dei secondi anno, e abbiamo fatto una divertentissima competizione a squadre. Tiro con l’arco, canoa (gente è caduta nel fiordo), lancio dello stivale all’indietro, e fare un fuoco e cucinarvi degli spaghetti.

L’unica in cui non abbiamo perso era una gara di creatività: fare la torre più alta possibile. Abbiamo usato un tronco gigante che avevo trovato e appoggiato a un altro tronco diagonalmente creando un triangolo rettangolo. Ma penso che siamo arrivati ultimi comunque. Infine siamo andati tutti alla baking house a mangiare pizza dal forno a legna.

Sono tornata in stanza che erano le 3 ma avevo fatto già così tante cose che mi sembravano le 8. Ho fatto poi una videochiamata con Helen e un po’ di compiti. Dopo cena (con del buon salmone) c’era l’evento della serata: il “Queer Jamboree” (sempre parte della “Sexuality Week”) con un cafè con rotoli alla cannella, cupcake e biscotti appena usciti dal forno e, soprattutto, delle performance al top. Tra gli altri, Carlotta ha suonato e cantato “Grace Kelly”, Francesco ha letto una poesia, Wilma ha suonato e cantato “Valerie” di Amy Winehouse (e mi ha fatto piangere come sempre) e Linnea ha cantato “Changes” di David Bowie.

Dopodiché ero d’accordo di prendere un thè con Josè, il primo anno costaricano. Ma era una serata troppo bella per stare dentro, e quindi siamo andati a fare una passeggiata sull’upper road. Non faceva per niente freddo, e il cielo era leggermente chiaro e sapevamo perché: d’un tratto è comparsa l’aurora boreale, la migliore che abbia mai visto. I raggi verdi ballavano dando vita a uno spettacolo incredibile, completato dalle innumerevoli stelle che coprivano tutto il cielo. Camminando e parlando siamo tornati vicino al fiordo e ci siamo seduti vicino alla boat house e si è aggiunto Sid, e ci siamo ritrovati a cantare guardando il cielo verde ed è stato bellissimo.

Poi ha iniziato a fare freddino e sono stata un po’ in stanza da Josè che mi ha raccontato della sua carriera da ballerino professionale ed è stato molto interessante, e abbiamo deciso che inizieremo a fare delle ora di danza con un po’ di ginnastica artistica anche per altri studenti.

Sabato mattina mi sono svegliata verso le 9, ho fatto un po’ di compiti, sono andata a correre, ho fatto la doccia e poi ho mangiato un deliziosissimo curry di cocco cucinato da una primo anno thailandese che ne aveva fatto in abbondanza e poi semplicemente scritto sul gruppo facebook della scuola “chi lo vuole venga in Denmark House!” (un’amore).

Alle 12 è venuta Solveig a prendere me e Biak e siamo andate e Dale a fare una grande spesa e poi a casa dalla host family. Nel pomeriggio una scoperta assurda: nella casa a letteralmente 15 metri dalla nostra, dove abita il fratello di Solveig, c’era Liva dalla sua nuova host family. Incredula sono andata a trovarla e siamo state un po’ assieme, abbiamo giocato a “Indovina chi?” ed è stato divertentissimo quando ci siamo messe a parlare con i bambini e uno faceva finta di parlare inglese e si ammazzava dalle risate. E non solo lui.

Avventure all’aria aperta e nuove esperienze

Giovedì, incredibile pensare che era già il 25 ottobre, era “Day 4” della time table scolastica. Questo vuol dire che dopo le prime due lezioni c’era advisor meeting con Alessandro. Dopodiché un’ora di teatro che era così bella che mi ha fatto essere triste. Abbiamo esplorato i criteri di valutazione della presentazione che dovremo fare su una certa tradizione teatrale. I criteri dell’IB sono abbastanza precisi e fastidiosi, ma Pete ci ha fatto lavorare in gruppetti per rappresentarli in modo creativo recitando, cantando o ballando. È stato divertentissimo e appunto triste perché è stata la prima volta dell’anno scolastico in cui abbiamo fatto veramente teatro. In tutte le altre lezioni lavoriamo per conto nostro per completare le varie cose richieste dall’IB.

Dopo scuola e dopo DROP mi sono messa a lavorare nella mia aula preferita e per una decina di minuti sono pure stata baciata dal sole i cui raggi passavano attraverso le grandi vetrate. Di sera c’era un grande evento che mi ero persa l’anno scorso.: il “clothing store sale”, durante il quale vengono venduti dei vestiti donati da ex studenti per raccolta fondi per i progetti di “SaFuGe” (Save Future Generations). C’era musica e sembrava proprio di stare da H&M. Ho comprato una specie di maglione di lana molto bello e mi è sembrato ridicolo pagarlo solo un euro e cinquanta (quindi ne ho dati cinque).

Di sera ero stanchissima e sono andata a letto prima delle 10, un record. Venerdì ho finalmente finito e spedito la mia tesina di ESS (anche se non era affatto pronta ma non la volevo più vedere). Nell’ultima ora ho improvvisato una presentazione di spagnolo e poi finalmente weekend. E non solo weekend: c’era pure il sole. Subito dopo scuola ho preso il bus per andare a Dale a giocare a calcio, e faceva freddissimo nonostante il sole (che verso le quattro è scomparso, coperto dalla montagna) e c’erano forse due o tre gradi.

Prima di cena ho finito di scrivere l’abbozzo dell’essay di teoria della conoscenza che dovevo consegnare in fretta e furia, digitando quasi senza pensare. Dopo cena un thè con Jhoti e di sera sono iniziati i festeggiamenti per i diciotto anni di Francesco.

Sabato era inverno. Ma quello bello. Sull’erba, sugli alberi e su tutto c’erano cristalli di ghiaccio. Il cielo era azzurro. Anzi, era tutto azzurro. Dopo un pranzo al sole ho compiuto il mio dovere di outdoor leader e mi ha fatto più che piacere. Ho portato cinque primi anno a fare un giro in kayak, ed erano così bravi che siamo riusciti ad andare così lontani dove non ero mai arrivata. Nel punto dove ci siamo fermati eravamo sicuramente molto più vicini all’oceano che alla scuola. Tenendoci tutti vicini, ci siamo distesi a prendere il sole.

Siamo tornati a scuola dopo esser stati quattro ore sull’acqua ed ero contentissima. Dopo una doppia porzione di lasagna in mensa, c’è stata la seconda cena da Mariangela e Alessandro. Dopo aver mangiato spaghetti e ragù abbiamo divorato salumi tra cui formaggio, culatello e porchetta.

Poi c’è stato uno dei momenti più belli, se non del mese, sicuramente della settimana. Eravamo seduti in salotto vicino alla stufa in cui scoppiettava la legna ardente mentre Francesco, Alby, Pietro e Giacomo giocavano a Briscola. Intanto ascoltavamo e commentavamo ottima musica italiana e abbiamo avuto la fantastica idea di fare un party italiano. Poi abbiamo portato Francesco (senza nemmeno provare a farne una sorpresa) alla “Snikkerbua” dove l’aspettavano altri amici per festeggiare il suo compleanno con musica e due torte.

Anche domenica c’era un tempo bellissimo e freddissimo. Stesso schema della giornata precedente: alle 12 mi sono ritrovata con più di 10 altre persone alla boat house e abbiamo fatto una bella gita in kayak. Stavolta siamo andati verso Flekke ed era perfetto perché avevamo il sole proprio di fronte. Tutto splendeva, era magnifico. Se non erano le foglie autunnali a brillare, erano i cristalli di ghiaccio. Sopra alcune parti del fiordo c’era una specie di nebbiolina a massimo un metro di distanza dall’acqua. Pagaiavamo tranquillamente, non troppo veloci perché c’erano due ragazze che non erano mai state in kayak e se la sono cavata benissimo. Il cielo azzurro si specchiava perfettamente nel fiordo, che solo raramente era increspato: per la maggiore vi si rifletteva ogni minimo dettaglio.

Dopo aver raggiunto Flekke siamo tornati indietro, ma mentre gli altri sono poi usciti dall’acqua io e Liva siamo rimaste un po’ sedute in kayak, dalla parte opposta del fiordo vicino all’isola, a parlare e prendere sole per quasi due ore. E credetemi che mi sono venute le guance rosse.

Verso le quattro (anche se mi sembravano già le cinque dato che era cambiata l’ora) il sole era scomparso dietro alla montagna di fronte al campus. Nonostante non avesse senso cercare di raggiungere gli ultimi raggi in cima alla montagna dietro al campus sono comunque andata a fare una passeggiata alla “rock”, che si trova abbastanza in alto, per approfittare del bel tempo. L’aria era più che fresca e limpida e i colori diventavano man mano sempre più freddi. Ho fatto un bel percorso circolare camminando sul terreno perlopiù ghiacciato e sono tornata a casa giusta per cena.

Di sera ho guardato il film Djam in francese con Fanny (finlandese/svizzera che appunto mi serviva come traduttrice) ed è stato super “cozy”, con candele e thè.

Anche lunedì il tempo era perfetto. E di conseguenza lo è stata anche la giornata. Ho potuto dormire fino alle nove, poi ho fatto colazione in stanza e mi sono avviata a scuola camminando sull’erba coperta di brina ascoltando “Le radici ca’ tieni”. Dopo un paio d’ore ho pranzato fuori al sole e appena è finita scuola sono tornata in stanza, mi sono cambiata ed ero pronta per una nuova avventura, questa volta solo con me e me stessa. Sapevo di voler fare una camminata ma ero abbastanza indecisa quale percorso prendere, quindi ho semplicemente scelto quello più soleggiato. Era un sentiero che avevo scoperto con Liva, Rasmus e Helene più di un anno prima e da quella volta praticamente dimenticato.

Dopo meno di mezzora di salita molto ripida (e purtroppo maggiormente all’ombra) mi sentivo già sul tetto del mondo. Non c’erano più alte conifere ma piccoli alberelli dai rami fragili ormai spogli. Il terreno non era più scosceso: era diventato una vasta piattaforma pianeggiante, quasi tutta baciata dal sole.

Dopo aver camminato un po’ tra i cespugli, non troppo preoccupata di aver perso di vista il sentiero, mi sono inaspettatamente ritrovata sulla vetta della montagna dietro al collegio. Ero ad un paio di metri da una specie di precipizio, un’alta parete rocciosa, e dato che non c’era niente sotto per almeno duecento metri mi sentivo come se stessi volando. Mi sono seduta per almeno mezzora (dato che erano appena le tre) ad ascoltare musica, prendere sole e godermi il paesaggio. Si vedeva il maestoso fiordo azzurro/blu cristallino e le imponenti montagne che, per quanto massicce mi davano un gran senso di tranquillità dato che ero al loro stesso livello.

Con l’intenzione di trovare un nuovo belvedere mi sono imbattuta nel sentiero che avevo perso, proprio nel punto dove si trovava la “green box” con dentro un libro per scriverci il proprio nome e la data. Ho percorso il sentiero per un po’ e poi mi sono seduta su un masso che mi sembrava il punto più alto della zona. I raggi del sole erano ormai perfettamente orizzontali e l’ombra creata dalla montagna dalla parte opposta del fiordo si era stesa su gran parte di ciò che si trovava più in basso rispetto a me.

Verso le quattro e mezza mi so no rimessa in cammino con l’intento di iniziare la discesa, ma mi sono ritrovata su una specie di altopiano, una vasta distesa al cui confine si vedeva la possente vetta di Jarstadheja, e mi è venuta una gran voglia di salirvi. La cima sembrava così vicina, ed era per di più splendente e dorata, ed era da mesi che non la visitavo. Nonostante ciò ho deciso di scendere, affidandomi solamente a dei segni sugli alberi dato che non c’era più un vero e proprio sentiero. Pensavo e speravo di incontrare il sentiero che si percorre per andare da e a Jarstadheia, ma ho iniziato la discesa in una zona che non avevo mai attraversato prima. i segni diventavano sempre più difficili da vedere, ma ero tranquilla perché c’era ancora il sole e sembrava di stare in un sogno. I raggi del sole venivano riflessi da tutto ciò che mi circondava, non solo dai cespugli e tronchi vicino a me, ma anche dagli alberi più lontani sul versante della montagna dietro di me che hanno acquisito un colore rosso intenso e caldo.

Ormai mi ero persa, distratta dalla meraviglia, ma per fortuna ho colto lo scrosciare di un fiume non troppo lontano che ho raggiunto, al cui fianco sono discesa fino a quando ho intravisto un segno e riconosciuto il famoso sentiero che cercavo.

Man mano che scendevo, il cielo si scuriva sempre di più, divenendo prima roseo, poi violaceo e infine blu intenso. Sono arrivata on campus giusto in tempo per cena, ma la cena non era affatto degna di un pomeriggio così fantastico e quindi sono tornata in stanza e mi sono fatta un bello spaghetto cacio e pepe.

Di sera ero così stanca che non sono riuscita a lavorare e volevo andare a letto alle 10. Ma poi ho avuto una fantastica conversazione con Miranda e sono finita per andare a dormire oltre mezzanotte, ma ne è valsa la pena. Che giornata.

Anche il martedì è stato fantastico. Dopo aver pranzato avevo teatro ovvero “free block” e quindi sono andata alla “teacher’s beach”, prima distesa su una roccia ad ascoltare musica e prendere il sole, poi ho cambiato posto e mi sono acciambellata (per proteggermi da un venticello che era arrivato) su una specie di muschio (che rendeva il terreno bello morbido) a dormire.

Alle 2 e un quarto sono andata alla mia prima lezione di yoga, che aveva luogo nella Hoegh dato che c’erano così tante persone (più di venti). Eravamo in troppi ma è stata un’ora piacevole che penso mi abbia fatto anche bene alla schiena. E mi ha fatto venire voglia di fare sport, quindi ho preso una bici e ho fatto il solito percorso verso Dale. Durante il ritorno, consistente nel pedalare alla massima velocità giù per la discesa con musica che sembra di volare, il cielo era uno spettacolo: un gioco di colori e luce con gli ultimi raggi del sole che si dimenavano fra le nuvole. Era così bella che una volta tornata on campus sono andata a fare ancora una breve passeggiata sull’”upper road”. Poi ho incontrato Mir Andas e sono andata (camminando vicino al fiordo in cui specchiava il cielo azzuro scuro con nuvole rosa) con lei al meeting di “The Musicians”. Nonostante fosse un po’ disorganizzato mi è piaciuto ascoltare e contribuire (con il cajon) a musica dal vivo (in particolare era una canzone di Natale norvegese).

Neppure dopo cena mi sono fermata di fare cose nuove. Mariam (Georgia), che aveva deciso di procrastinare stabilendo che avrebbe iniziato a lavorare il primo novembre, mi ha portato nella stanza vicino al laboratorio artistico. Non vi ero mai stata per più di due minuti, ma ci ho passato più di un’ora perché Mariam mi ha insegnato a fare la ceramica. Prima mi ha fatto modellare (ho fatto dei mini-contenitori per le candele) e poi abbiamo colorato delle ciotole già secche. È stato molto divertente, come d’altronde tutta la giornata, durante la quale avevo provato molte nuove cose. Non mi sono per niente pentita di non aver passato il pomeriggio a studiare.

Insomma

Tornando verso casa dopo essere stata una settimana con le pecore, l’unica cosa che ho apprezzato (del resto ero molto triste che fosse finita l’esperienza) erano i colori autunnali che sull’isola di Vaerlandet non c’erano. Allo stesso modo, mi ero disabituata anche alla vita nella “Flekke Bubble”. Mangiare in mensa è stato quasi surreale, e quindi sono tornata all’aperto e ho fatto una passeggiata dato che c’era un’aria insolitamente asciutta. Mi sono seduta su una roccia vicino alla “teacher’s beach” ad ascoltare i ‘The National’ e soffiava un vento fortissimo proprio nella mia direzione e l’acqua del fiordo era increspata come non mai ed era come se le onde venissero verso di me.

Ma poi ha ripreso ad essere tutto normale. Ha iniziato a piovere e sono andata in Auditorium per il saggio conclusivo di un’altra “project week” denominata “World Music”. Non mi aspettavo e non esigevo un granché, ma sono stata più che sbalordita. In solo cinque giorni avevano messo in piedi una vera e propria storia tramite musiche di tutto il mondo usando una varietà di strumenti musicali, tra cui voci da brividi e clarinetto e tromba che con ‘Mazel Tov’ hanno fatto ballare tutto il pubblico.

Dopodiché c’è stata la presentazione di Greg, l’admissions officer di College of Idaho, con cui ho anche fatto l’intervista la mattina dopo. È stata più che altro una chiacchierata che è stata utile penso soprattutto per me, dato che mi ha permesso di chiarire un po’ le idee e dato un’idea di cosa potrebbe voler dire studiare in un college americano.

Per pranzo ho fatto una carbonara con Anita dato che era stato il suo compleanno, e nel pomeriggio avevamo “fjord and fjell”, la competizione tra le case con tiro con l’arco, staffette divertenti, quiz e cibo. Peccato che pioveva. Meno male che era “Tortilla Saturday” e durante la cena Liva mi ha raccontato della sua settimana passata a dipingere con pigmenti naturali e dalla host family. Di sera ho nuotato nella piscina inusualmente vuota e ho pure fatto un salto mortale all’indietro dal blocco di partenza.

Domenica ho passato una giornata casalinga, non essendo uscita nemmeno per pranzo avendo di nuovo fatto la carbonara per il secondo giorno di fila. Per scuola ho fatto letteralmente solo matematica perché del resto dovevo fare altre cose un po’ tediose. Ma sono stata bene, e sono stata ancora meglio quando è arrivata l’ora di (finalmente, era già sera) uscire per andare alla Hoegh dove c’era, dopo più di un mese d’attesa, la “First Year Show”.

Mi è piaciuta e ho notato che, più che essere un’occasione per i primi anno di mostrare i loro talenti, l’hanno diretta proprio a noi secondi anno. Nonostante ciò, alcune performance erano semplicemente belle o divertenti in sé. Ma quelle che mi ricorderò sono soprattutto quelle di Carlotta e Anita.

Tornare a scuola lunedì 15 ottobre è stato un bel trauma non solo perché avevamo avuto praticamente dieci giorni di (quasi) vacanze ma anche perché la sera prima avevamo concluso con un party. Nonostante, o proprio per via della stanchezza era tutto come prima. Dopo scuola ritrovo italiano perché ad Anita era arrivato un grande pacco dall’Italia con cose buone tipo cantuccini che abbiamo praticamente divorato mentre venivo presa in giro come sempre. Nel pomeriggio sono andata in piscina (nonostante ci fosse un po’ di sole: sono impazzita!?) e dopo cena avevamo il primo meeting per organizzare “Model United Nations” dove sarò la presidente di una commissione. Di sera un altro incontro italiano, stavolta per mangiare un po’ di salumi e per vedere “Quo vado”. Fantastico.

Martedì ero un po’ irrequieta. Andavo avanti e indietro, e non solo perché sono andata a correre (per la prima volta dopo secoli). Questa insofferenza ha continuato a persistere per tutta la settimana, dato che non mi ero riabituata alla vita frenetica del collegio dopo esser stata via. E quindi non ho fatto niente, dato che mi sembrava impossibile anche solo pensare di poter fare qualcosa per scuola se avevo un po’ di tempo tra una attività e l’altra. Bugia! In realtà ho fatto un po’ di matematica, wow, ma proprio solo quello. E poi ho comunque cannato la verifica.

Mercoledì pomeriggio avevo arrampicata con al posto dei ragazzini/e tredicenni un gruppo di più o meno ventenni richiedenti asilo in Norvegia, che venivano Soprattutto da Eritrea, Afghanistan e Siria. È stato interessante vedere quanto impegno ci mettevano alcuni e invece quanta paura avessero altri, come succede con tutti quanti alla fine.

Di sera avevamo un DROP cafè per cui avevo preparato tre grandi torte il giorno prima con il mio team. Purtroppo non sono venuti molti dei ragazzi di arrampicata. È quindi in termini di DROP è andata meglio il giorno dopo quando nell’incontro settimanale io e Liva abbiamo fatto un’attività che avevamo imparato al workshop a Oslo (quello dove bisognava raccontare una storia e l’interlocutore doveva far notare che abilità vi si avevano usato).

Nel pomeriggio ho fatto una passeggiata a Flekke con Sadrac ed è stato molto bello parlarci dopo mesi che non ci eravamo incrociati spesso. In più abbiamo provato l’ebbrezza di sedersi nel Flekke Shop a bere un the/caffe.

Venerdì era la giornata “Global Concerns” a tema umanitario. Per prima c’è stata una presentazione da parte di un rappresentante dell’organizzazione alla quale andranno i soldi del TV-Aksjonen (la raccolta fondi a cui partecipano con donazioni praticamente tutti i norvegesi) di quest’anno. Si tratta di una ONG nazionale affiliata con la chiesa con mense per senzatetto, lezioni di norvegese per richiedenti asilo e altre cose che solo in Norvegia possono esistere tipo procurare sci alle famiglie che non se li possono permettere.

Poi c’erano vari workshop organizzati dagli studenti. Io ho partecipato a uno sulla violenza sessuale, uno sulle politiche di integrazione e uno che sembrava molto meno preoccupante ma è stata la cosa più inquietante di sempre. Si chiamava sustain-a-city ed eravamo divisi in gruppi (tra l’altro con i bambini della scuola di Flekke) e dovevamo costruire una città sostenibile con cartoncini colorati ecc. Peccato che mentre le altre squadre avevano tutto, noi non avevamo neanche una penna ed era complicatissimo avere permessi per una cosa oppure te ne davano un a che non ti serviva. Poi sono anche venuti a buttarci dell’acqua sull’unica casa che avevamo costruito ed ero arrabbiatissima perché volevo impegnarmi a trovare soluzioni sostenibili. Ero proprio incavolata nera ed avevo intenzione di non parlare con Alberto per mesi (era lei il “capo” e si atteggiava come un re). Poi ci hanno detto che il senso del gioco era far capire com’è ingiusta la disuguaglianza in termini di risorse. Ci sono rimasta malissimo.

Dopo pranzo una presentazione di Amar Bokhari su come l’aiuto umanitario (nonostante i grandi dibattiti che ci siano) sia utile. Beh, non c’era d’aspettarsi una risposta diversa dato che il presentatore è il direttore dell’International Programme Department di “Save the Children”.

Nel pomeriggio non ero nell’umore giusto per andare a Dale per il 1st VS 2nd years football match e quindi ho preferito prendere in thè con Lejla (la prima anno bosniaca). Di sera c’era la presentazione della mia università. O meglio, quella che spero diventerà la mia università: College Of the Atlantic. Il rappresentante che era venuto a trovarci ha finito il college solo un paio d’anni fa e prima di andarvi era anche stato a UWC Pearson. Sentire i suoi racconti e vedere le foto è stato interessantissimo e ho scoperto cose che non sapevo (nonostante avessi pure videochiamato una triestina che va a questa università).

La mattina dopo avevo l’intervista ma è stata più una sorta di chiacchierata (anche quella molto interessante) e penso sia andata bene. Infatti ero poi molto ispirata per scrivere il mio “student testimonial” (un tema molto personale per le università americane) e deciso di fare la “Early Decision Application” (che scade prima). Invece per scuola non avevo voglia di fare proprio un bel niente e quindi, per la prima volta nella mia storia di RCN, ho passato ben due ore del sabato pomeriggio a guardare un film (almeno era bellissimo: Il favoloso mondo di Amelie). Di sera piscina e poi una notte insonne.

Domenica ero un po’ più motivata ma poco dopo che mi ero messa al lavoro a “study hall” e stavo comunicando con Madhulika via email per il mio “Internal Assessment” di Environmental Systems and Societies sono crollata: mi ha scritto che non andava bene e dovevo farne uno nuovo. Con lacrime agli occhi sono andata a farmi consolare da Albi e poi da Alessandro e Mariangela. E poi ho trovato dei dati da includere nell’IA che mi hanno salvata e di sera stavo molto meglio. Ho passato un po’ di tempo con Mir Andas, Sandra e Wilma nel suo letto ed era come in un film sulla vita in collegio (ma molto più divertente, tipo quando abbiamo parlato per mezzora di una primo anno che si chiama Alexandra e Mir ha esclamato “Sono confusa. Alexander non è il marito di Mariangela?!”).

Lunedì pomeriggio piscina e per cena ho cucinato con Albi (una frittata e un frico). Martedì dopo scuola l’ultima sessione di knitting, poi una corsa e proprio quando volevo studiare è arrivata Maud per fare matematica assieme che non mi è dispiaciuto per niente. Di sera meeting italiano. Mercoledì pomeriggio per l’ultima volta (non solo per quest’anno ma proprio per la vita) leirskule: arrampicata con i bambini norvegesi. Un po’ mi dispiaceva, ma poi ha iniziato a piovere e faceva freddino (le mani mi si sono abbastanza congelate perché dovevo tenere la corda bagnata). Dopo cena ho più o meno finito quel benedetto ESS IA e poi sono andata in piscina (dove dopo aver fatto sessanta vasche a nuoto volevo fare un salto indietro dal blocco di partenza e mi ha beccato un crampo assurdo ai polpacci).

Insomma, non so se questo periodo sia un po’ così per colpa mia o per altro, ma sono certa che se ci sono due persone che mi aiutano sempre molto sono Wilma e Mir Andas. Mir tra l’altro non se ne rende assolutamente conto. Ci ammazziamo dalle risate, urliamo per rilasciare lo stress e corriamo per la stanza come delle bambine ed è fantastico. In che altro posto potrei conoscere persone così fantastiche?

Una settimana su un isola con delle pecore

Questo post è mooolto, probabilmente troppo, lungo. Ma non volevo spezzarlo perché è come una storia con un inizio e una fine, e penso valga la pena leggerlo, non perché sia una brava scrittrice ma per il contenuto. Buona lettura!

Domenica (6 ottobre) ho passato una bella serata in stanza una volta tornata a casa dopo esser stata dalla host family. Ho mangiato gli gnocchi di susine che avevo fatto insieme a Liva, Miranda e Jennifer (Hong Kong, che per caso si trovava da noi). Poi si e aggiunta anche Wilma e abbiamo parlato e riso mentre c’era un’atmosfera bellissima: la musica classica dalla radiolina di Mir e la luce opaca delle candele (alcune vere, che sarebbero vietate, e alcune finte). Un’atmosfera non solo bella ma pure strana: era come se ci fossimo riunite in quanto setta spirituale per qualche rito strano, e ho pensato: ecco cosa succede durante quando non c’è scuola durante la PBL (Project Based Learning) week. Si tratta di una delle due settimane all’anno durante cui non andiamo a scuola ma facciamo qualcos’altro. Progetti più svariati, di cui solo alcuni, tra cui il mio, off-campus.

Io avevo organizzato un progetto per quattro persone e non vedevo l’ora di partire. Dopo aver preparato lo zaino per lunedì sono andata a letto. Troppo tardi, mi sono resa conto quando suonava la sveglia alle 7 del giorno seguente. Era ancora buio ma mi sono preparata e sono pure andata a fare colazione. L’unica cosa che faceva si che non facessi salti di gioia di iniziare una nuova avventura era che questa volta viaggiavo senza Liva. Non è che non posso viaggiare senza di lei, ma con lei è semplicemente più bello.

Al suo posto c’erano invece Maja (secondo anno norvegese) e Asta e Elise (prime anno rispettivamente danese e norvegese). Alle 7.45 un pulmino tutto per noi ci ha portate a Dale per prendere l’autobus per Askvoll. È stato stupendo percorrere una strada nuova, tra l’altro una strada che d’un tratto si è trasformata in una piccola stradina di campagna, vicino alla quale abbiamo visto svariati animali: mucche saltellanti, oche, pecore, cavalli e alpaca. Siamo anche passate vicino a una statua che raffigura colui che ha praticamente scoperto l’Islanda, che era partito proprio da vicino al collegio.

Verso le 9 siamo arrivate ad Askvoll e abbiamo preso il traghetto. Ci siamo sedute dentro e c’era un finestrino da cui potevamo goderci lo spettacolo: uscendo dal fiordo ed era come se l’acqua increspata cambiasse colore, tra il blu intenso di quando usciva il sole a il grigio scuro di quando era coperto.

Ho ascoltato musica e dormito e dopo un’ora abbiamo raggiunto l’isola di Vaerlandet. Hilde, la nostra ospite, ci aspettava con il suo cagnone Ask, con pelo morbido e chiaro. Siamo salite in macchina e abbiamo percorso una stradina con rocce da un lato e abeti dall’altro, e dopo essere andate un po’ avanti e indietro per far spostare le pecore siamo andate nella casa in cui avremmo passato quattro notti.

Avevo trovato Hilde e suo marito Anders tramite il sito di “World Wide Opportunities On Organic Farms” che mette in contatto agricoltori/allevatori e gente che vuole lavorare con loro in cambio di vitto e alloggio. Appena arrivata, ma in realtà anche già prima, sapevo che avevo trovato ottimi hosts. Ma sono comunque rimasta sorpresa di che bella casa avessimo a disposizione, tra l’altro tutta per noi: un vero e proprio appartamento con due stanze da letto e un bellissimo soggiorno-salotto-cucina con stufa e, soprattutto, quattro grandi finestre su due lati da cui si vede l’acqua dell’oceano avanzare tra le rocce (è disponibile anche su Airbnb se siete interessati).

Era una delle case più belle che avessi mai visto. Ma ho cambiato idea dopo venti minuti quando siamo andate da Hilde e Anders per pranzo. Loro hanno LA casa più bella che abbia mai visto. È proprio in mezzo alle rocce e la bassa vegetazione che insieme compongono un paesaggio quasi lunare. Non c’è niente attorno, anche le pecore sono a dieci minuti di distanza; e questo è fantastico dato che è come se lavoro e casa fossero separati.

La casa è in realtà composta da quattro case intrecciate, tutte sul pianterreno e quella principale di circa 5×20 metri. Già da fuori, vedendo il suo colore legno scuro e le grandi vetrate si nota che non è una casa normale.

Mentre nell’interno della casa dove dormivamo noi era tutto in legno ma di vari colori (inclusa la cucina), qua era proprio tutto color legno naturale chiaro. Il pavimento, le pareti, il soffitto e i mobili in stile abbastanza minimalista con alcune decorazioni perfette. La cosa più bella: le vetrate. Alte quanto tutta la parete, permettono di vedere il fantastico paesaggio, con l’oceano, rocce e altre isole sia in vicinanza che in lontananza. È abbastanza indescrivibile: immaginate semplicemente una casa moderna tutta in legno con giganti vetrate. E provate a immaginare la camera da letto: pareti, soffitto e pavimento in legno e nessun altro mobile oltre al letto, coperto da un copriletto di lana coloratissimo. Al posto di una parete una vetrata cosi grande che sembra di stare direttamente fuori.

La cosa migliore della casa: tutta l’energia viene da pannelli solari e una mini pala eolica, l’acqua da una propria falda. A volte non si possono usare certi elettrodomestici perché e stata prodotta troppa poca energia. Impatto ambientale (quasi) zero.

Dopo un pranzo freddo era ora di lavorare: abbiamo quindi ricevuto stivali di gomma e completi da lavoro (il mio era un po’ come una tuta da sci per bambini). La cosa bella era che mentre il paesaggio intorno alle case è appunto lunare, a cinque minuti di distanza ci sono campi e alberi con meno rocce, che abbiamo percorso a scopo di raccattare le centinaia di pecore di Hilde e Anders.

Una volta portatele in un recinto di circa 20×10 e dopo aver preso confidenza, era ora di svolgere un lavoro purtroppo necessario che si fa solo una volta all’anno, ovvero separare i piccoli dalle mamme. Ma i piccoli non erano così piccoli (spesso non si vedeva la differenza dai grandi) e quindi non l’ho trovato essere cosi crudele. E ho pure scoperto di essere particolarmente brava a prendere gli agnelli dal pelo sotto al collo con sicurezza per portarli da qualche parte. Fatto questo abbiamo portato tutte le mamme a pascolare in un altro posto, dove c’era di nuovo più roccia essendo vicino all’acqua e sembrava di stare in spiaggia.

Per tutto questo avevamo impiegato varie ore, e ormai ci sembrava di essere sull’isola da giorni. Prima di tornare a casa abbiamo fatto un giro in macchina sulle varie isole della zona collegate una all’altra da ponti, e abbiamo raggiunto il punto più a ovest di tutta la Norvegia proprio davanti all’oceano.

Devo dire che mi sentivo un po’ viziata perché avevo già avuto l’occasione di vedere quel tipo di paesaggio quando ero stata con la barca a raccogliere plastica dalla costa. Ma era comunque veramente speciale, e dopo aver visto un uccello rarissimo che vi era finito per caso (viene dall’America) e una lontra che ha attraversato la strada, è uscito un arcobaleno che ci ha accompagnate per tutto il ritorno.

Ero stanchissima e contenta di tornare dentro, soprattutto nella bella casa illuminata a perfezione mentre fuori si faceva buio. Abbiamo cucinato risotto con, tra gli altri ingredienti, le carote dell’orto: mi sentivo come dentro a un articolo di un giornale su case perfette. Il risotto era veramente buono, anche perché l’abbiamo mangiato con parmigiano grattugiato. E come se non bastasse c’era pure una torta di mele che abbiamo scaldato sulla grande stufa e mangiato insieme a panna gustosissima.

Tornando verso casa nostra mi e venuto un flashback dato che era buio e le sagome mi ricordavano tantissimo il paesaggio della PBL week dell’anno prima con outdoor leadership, quando camminavamo fino a tardi per raggiungere il rifugio dopo aver attraversato fiumi gelati. E nonostante fossi molto felice di essere li a Værlandet avrei dato di tutto per tornare proprio li a Hardangervidda, con zaino in spalla, gambe doloranti, freddo e vestiti bagnati, insieme a Liva e gli altri outdoor leader.

Nonostante questa leggera malinconia è stata una bella serata, passata seduta sul divano al suono di chitarra e a lume di candela.

Martedì mi sono svegliata (ovvero mi hanno svegliata) verso le nove e mezza dopo una bellissima dormita. Siamo uscite per andare a fare colazione da Hilde e Anders con porridge e mela locale. Il tempo era brutto ma neanche troppo: c’era vento e pioveva, ma solo leggermente. La vista che si aveva da seduti al tavolo era quasi più suggestiva che con il sole: il mare agitato con alcune onde che spiccavano nel cielo e colori soprattutto grigiastri. Molto nordico.

In mattinata, mentre Maja e Asta sono andate a cercare le 22 pecore scomparse, io e Elise abbiamo lavorato nell’orto. Ancora una volta mi sembrava di stare in un giornale che si potrebbe chiamare “Perfect Living”; abbiamo raccolto carote (di forme e colori bellissimi: bianche, gialle, rosse e arancioni), finocchi e barbabietola.

Dopo un paio d’ore siamo tornate dentro e ho pulito i finocchi finché è giunta l’ora di pranzo. Oltre al solito pane, formaggio, salame e insalata abbiamo mangiato un’ottima omelette con erba cipollina sempre dell’orto. Nel pomeriggio abbiamo spostato dei montoni da un prato all’altro e pian piano ho iniziato a capire come funziona questo management delle pecore. Forse ho in realtà capito solamente che è abbastanza complicato e ci sono molti fattori, ma Hilde è sicuramente un’esperta: fa conferenze e seminari e ha scritto un intero libro sul tipo di pecore che ha e ne sta scrivendo un altro sulla loro psicologia. E penso che abbia tutto il diritto di farlo, perché quando lei dice qualcosa (o fa strani suoni come gli indiani d’America) le pecore la seguono. E lei le conosce tutte per nome.

Prima di cena siamo andate a fare una passeggiata al supermercato vicino al centro (composto da quindici case) per comprare gli ingredienti per fare un brownie con oreo e noci che abbiamo mangiato dopo un’ottima cena a base di pesce (pescato dal vicino) e patate e carote dell’orto mentre guardavamo un po’ di tv. Ormai ci sentivamo come in famiglia.

Mercoledì colazione alle nove con yogurt, porridge e the caldo. Poi ci siamo dedicate ad un’importante attività: addomesticare gli agnelli. Dopo aver camminato nei campi per farli andare tutti dentro al recinto piccolino lo scopo era di farli capire che gli umani non sono pericolosi, anzi, che possono farli stare meglio. Ciò che dovevamo fare era “catturare” un agnello, prendendolo per sotto al collo e mettendolo fra le gambe (questa era una delle cose più difficili, anzi, soprattutto era difficile fare sì che non scappassero). Poi bisognava accarezzarlo un po’ sul petto per farlo tranquillizzare e infilare il pollice tra i loro denti e mettere del concentrato nella parte posteriore della bocca. Nella maggior parte dei casi gli piaceva già al primo tentativo, ma poi era tutt’un altro discorso farli mangiare dal palmo della mano senza forzarli. Ma una volta che questa era fatta era finalmente compiuta la missione, almeno per il momento. Il procedimento poteva durare dai due ai cinque minuti e ovviamente con alcuni agnelli era più facile che con altri.

Dopo un paio d’ore ero praticamente sprofondata nel fango ma per niente bagnata o sporca perché indossavo la mia tuta da Teletubbies e stivaloni di gomma. Nonostante ciò è stato bello tornare dentro per cambiarsi, ed è stato ancora più bello andare nella casa da sogno per cucinare una bella minestra con verdura fresca, di cui molta dall’orto, che abbiamo mangiato con pane caldo e burro. Eravamo solo noi quattro ragazze e Hilde, dato che Anders era a fare birdwatching, e siamo rimaste a tavola a parlare per ore. Hilde ci ha raccontato come dopo anni di vita indaffarata (ma anche bella, con la figlia che prima di partire per andare a UWC Pearson College passava pomeriggi con i cavalli) ora era finalmente arrivato il momento di vivere decidendo cosa poter fare ogni giorno.

Nel pomeriggio abbiamo raccolto del muschio da mettere intorno alle carote per preservarle per l’inverno e poi eravamo libere. Abbiamo deciso di fare una passeggiata. Inizialmente abbiamo camminato nella specie di prateria che si alternava alle rocce. I ciuffi d’erba robusta, perlopiù di un colore caldo intenso quasi rosso-arancione, ondeggiavano come il pelo di un animale grazie al vento fortissimo che ci spingeva senza permetterci di fermarci. Era così forte che potevo appoggiarmi all’aria senza cadere.

Poi abbiamo scalato una specie di roccia gigante, una montagna alta un 250 metri, seguendo un sentiero non ben riconoscibile molto ripido. Dalla vetta si aveva una vista spettacolare: si vedeva ovviamente tutta l’isola e altre isole sia vicine che lontane, l’entroterra e l’oceano.

Nel momento esatto in cui abbiamo terminato la discesa è uscito il sole. Fino a quel momento era stata una giornata grigia (ma comunque affascinante), ma nel giro di neanche un minuto il cielo blu aveva avuto la meglio sulle nuvole.

Era peccato che non fosse arrivato prima, certo, ma il timing era in realtà perfetto: i raggi del sole ci hanno accompagnate per tutta la via del ritorno, accarezzando la prateria orizzontalmente, facendola brillare come oro. È stato fantastico vedere come il paesaggio ha assunto nuovi colori, e il mare ha riacquisito il suo bel blu intenso. Proprio quando abbiamo raggiunto casa gli ultimi raggi passavano attraverso le grandi vetrate.

Per cena abbiamo fatto waffle che si sono trasformati in crepe. Dopo ottimi dialoghi come sempre con Hilde e Anders ci siamo sedute un po’ vicino al grande forno-stufa ad accarezzare il cane. Ma quella, seppur fantastica, non è nemmeno stata la parte più bella della serata: tornando verso casa ci siamo ritrovate sotto a uno dei cieli stellati (incluse stelle cadenti) più belli che avessi mai visto. Ma non siamo riuscite a prestare troppa attenzione alle stelle, perché c’era un enorme arco di luce verde chiaro dapprima fermo che si e trasformato in aurora boreale. Certo, non era come quella delle foto: erano “solamente” spiragli di luce chiara, a volte orizzontali, a volte verticali, che danzavano nel cielo scuro, uno spettacolo.

Giovedì. L’ultima giornata completa a Vaerlandet. Hilde era via per tutto il giorno a Førde, quindi abbiamo preparato noi la colazione (inclusa omelette) anche per Anders. Dopo aver degustato pane con burro, uvetta e fiocchi di sale è iniziata la giornata lavorativa: con vestiti (quasi) da muratori siamo state nel retro del furgone finché abbiamo raggiunto gli agnelli maschi che pascolavano tranquilli su un bel prato e li abbiamo fatti raggruppare. C’era da svolgere un compito importante: prenderli uno ad uno e mettergli una specie di etichetta nell’orecchio con un certo numero. Quello lo faceva Anders, intanto noi aiutavamo facendo un po’ di addomesticamento o semplicemente accarezzando gli agnelli che erano già addomesticati. E ancora una volta ho potuto fare pratica nel catturare, che era una delle cose che mi riusciva meglio. Alcuni erano come dei cani: si facevano accarezzare e non solo per avere cibo. Altri scappavano o si scontravano fra di loro, corna contro corna.

In confronto, le “ragazze” erano molto più tranquille, ma anche più impaurite. Nonostante ciò siamo riuscite a etichettarle tutte dopo aver pranzato con un pezzo di pizza del supermercato, cosa che sembra tristissima ma era tutto il contrario perché eravamo sedute su un bel tavolino sotto al sole ed ero in maniche corte. Il cielo era infatti azzurrissimo, e ce lo siamo potute godere al massimo quando, nel pomeriggio, Anders ci ha portato fuori con la sua barchetta a motore. Abbiamo fatto un bel giro per le isolette che si vedono dalla casa, sperando di vedere delle foche ma vedendo solo degli uccelli. L’acqua era abbastanza agitata ma perfetta per accompagnare la barca nei suoi movimenti dolci. Avevamo una vista bellissima, talvolta sulle rocce nel mare vicino a noi, talvolta sulle isole in lontananza, o sul mare aperto, o sulla terraferma, o su dei piccoli boschi quando passavamo nei canali tra le isolette dove l’acqua era tranquilla e si vedevano tutti i sassi sul fondo, che distava solo un metro o due da noi.

Siamo tornate a casa e dopo una specie di aperitivo con crudités, durante il quale abbiamo giocato a carte (e ho risolto il cruciverba de Il Piccolo), siamo andate a vedere il tramonto dalla casa di Hilde e Anders. Siamo state un po’ sulla terrazza a fare aerobica ed era un vero spettacolo dato che i raggi illuminavano il legno color grigio opaco e c’era quel tipico colore del tramonto invernale.

Anche la cena è stata spettacolare: insalata (quasi) greca, patate dell’orto e, soprattutto, una tagliata di cervo gustosissima. Era come carne di manzo, ma più saporita e molto più morbida. Deliziosa.

Siamo rimasti a tavola a lungo a parlare di quanto siamo privilegiate (con UWC ecc.) e di cosa vorremmo fare nel futuro, ma anche di cose meno serie (e per me molto interessanti e divertenti) ad esempio di cosa si fa mandare la figlia di Hilde nel “pacco da su” visto che studia in Inghilterra: pesce fritto, brunost (il formaggio norvegese strano) e knikkebrot (per intenderci cracker).

Era purtroppo l’ultima serata sotto un cielo stellato con una leggera brezza quasi come fosse estiva (non faceva per niente freddo), conclusa dentro a lume di candela.

Venerdì 12 ottobre era il nostro ultimo giorno a Vaerlandet. Colazione alle 8.30, poi abbiamo preso la macchina per andare dall’altra parte dell’isola dove stanno quelle pecore di Hilde e Anders che sarebbero, se fossero umane, delle ragazze adolescenti. Ma prima di vederle dovevamo innanzitutto trovarle, e non è mica facile in un’area di vari ettari. Dopo una vera e propria camminata tra l’erba, andando su e giù per le rocce, sono d’un tratto comparse, e appena Hilde ha iniziato a chiamarle sono accorse. Sono poi andata sul punto più alto della zona per vedere se ce ne fossero altre, e mi sono potuta godere uno spettacolo di panorama: era uscito il sole che faceva brillare tutto, incluso il pelo delle pecorelle, la cui testa sbucava dietro all’erba mossa dal vento sulla vetta dove si trovavano loro. I colori erano fantastici: nonostante fosse giorno da ore c’era quella luce tipica dell’alba fino a ora di pranzo.

Dopo aver riunito il gregge dovevamo portarlo dalla “nostra” parte dell’isola e abbiamo quindi iniziato una lunga camminata sulla principale strada dell’isola, con Hilde a capo del gregge e noi che lo seguivamo. Il cielo era azzurro e il sole splendeva, e nonostante il vento ero in maniche corte. Il paesaggio era bellissimo e vario: campi, boschi, canali con acqua marina e pure alcuni abitati (tenuti alla perfezione, con fiori e addirittura “yarn bombing” intorno ai pali).

Dopo aver percorso almeno 5 kilometri seguendo le pecore, tra l’altro bellissime e di ogni tonalità di grigio, siamo arrivati a destinazione. Ed era arrivata anche l’ora dell’ultimo pranzo, che è stato fantastico. Dopodiché abbiamo pulito il nostro appartamento e, dato che avevamo ancora tempo e odio quando stare in un posto che devo lasciare a non far niente, ci siamo rese utili. Abbiamo raccolto (quasi) tutta la plastica che si trovava nell’insenatura proprio vicino alla casa e che vi era stata portata dall’oceano. È stato come un ritorno al passato, quando avevo vissuto su una barca passato giornate intere a raccogliere plastica dalla costa norvegese. E anche questa volta ho trovato una scarpa da ginnastica.

Verso le 4 era ora di andare a prendere il traghetto. L’addio, o si spera l’arrivederci, è stato molto breve e prima che ce ne rendessimo conto stavamo già volando sulle grandi onde color grigio scuro verso Askvoll, dove ci aspettava il pulmino. Eravamo abbastanza tristi, e questo penso voglia dire che avevamo passato una settimana da sogno con persone d’oro e paesaggi indimenticabili. E ovviamente delle adorabili pecore.

Autunno

Non penso di essere stata mai così indietro nel riportare le mie giornate nel blog: è il 4 ottobre e mi ritrovo che devo ancora scrivere a riguardo del 21 settembre… Quindi: scusate! Forse però mi sarete grati perché questo ritardo mi costringe a essere più concisa del solito… Vedremo!

Venerdì, appunto il 21 settembre, era UWC Day (anche Giornata Internazionale della Pace), peccato che durante dalla sera precedente ero insieme a Liva, Nella e Sona in un pullman tornando da Oslo. Ovviamente non siamo riuscite a dormire molto, e poi abbiamo anche subito una specie di shock termico quando siamo arrivate verso le sette di mattina a Førde (la ridente cittadina a un’ora dal collegio), dove, in confronto alla capitale, si gelava.

Dopo ancora un po’ di autobus (finalmente non c’era più buio e potevo guardare fuori) durante cui cercavo di autoconvincermi che è bella anche la natura (inclusa la pioggia), cosa non facile dato che mi ero appena innamorata di Oslo e mi ci sarei trasferita subito.

Per fortuna, a scuola mi aspettavano i miei genitori venuti apposta in visita a Flekke e senza di loro penso che mi sarei un bel po’ depressa. E così è iniziato un bel fine settimana casalingo da Mariangela e Alessandro (rispettivamente miei house mentor e advisor) che sono praticamente i miei vicini e li/ci hanno ospitati.

Come già detto era giornata mondiale UWC e quindi non avevamo scuola. Una delle attività previste era la raccolta di rifiuti ma ero troppo stanca e quindi (nonostante grandi sensi di colpa) sono restata a casa a mangiare uva fragola, melograno e fichi d’india dall’Italia mentre altri studenti erano fuori sotto la pioggia. Poi siamo andati tutti a Dale per una rappresentazione teatrale, e ho pensato “che bella occasione per conoscere la cultura norvegese” ma poi era più una specie di circo (molto affascinante però). Dopo pranzo (finalmente c’è stata l’occasione di far provare ai miei il cibo) abbiamo fatto un giro per le classi con Albi e Fra.

Nel pomeriggio una presentazione di Hari (Nepal) riguardante il suo viaggio nell’Artico (quello che avrei voluto fare io) e poi cena con (quasi) tutti gli studenti che indossavano i propri vestiti tradizionali. Beh, quello è certamente sempre bello. Più delusa sono invece rimasta dallo show che c’è stato di sera sul tema “pace” per il quale non ero purtroppo riuscita a preparare niente. Cioè, con gli italiani abbiamo cantato “Bella Ciao” ma non ci eravamo preparati affatto.

Sabato mattina, dopo una bella colazione in famiglia (o “in famiglie”) a casa siamo andati a Dale a fare la spesa (altro non si poteva fare data la pioggia). Per pranzo pasta e nel pomeriggio una passeggiatina con alcuni rari momenti senza pioggia. Di sera, dopo una presentazione di dieci università americane, cena italiana, ovvero pizzata italiana. Avevamo prenotato la nuova “baking house” e invitato (quasi) tutti gli “italian speakers” (siamo tanti) e fatto le pizze nel forno a legna. Eh sì, mica si scherza qua! Bisogna venire fino in Norvegia per fare la vera pizza.

È molto difficile lavorare la pasta in modo da ottenere un disco tondo e sottile (ed è ancora più difficile metterlo sulla pala) e quindi l’attività principale della sera e stata guardare e commentare le varie tecniche di ciascuno di noi. l’unico momento in cui ci siamo potuti sedere tutti assieme e rilassare era per mangiare il dolce (con strati a base di biscotti bixit, panna e jogurt e lamponi). Anzi! Due dolci: ce n’era anche uno con le castagne.

Domenica mattina c’era da lavorare un po’ per DROP: abbiamo preparato il pranzo (involtini di primavera, riso, panini, mango lassi, torta alle mele) per gli ospiti delle università americane e ne sono stati molto contenti. Dopodiché ho trascinato i miei a fare una passeggiata nonostante la pioggia. Almeno la vista che si aveva da Størasen era bella comunque. E poi siamo stati ricompensati da una cena cinese in occasione della Festa di Metà Autunno, fatta tutta da studenti (cinesi e non) durante la quale è stato bellissimo e interessantissimo come sempre parlare con Miranda.

Lunedì dopo scuola è uscito il sole e sembrava essere arrivato il bel tempo. Quindi abbiamo preso una canoa per uscire sul fiordo, ma dopo letteralmente cinque minuti è arrivata una specie di mini-tempesta, con onde e pioggia.

E quindi siamo rientrati. E ci siamo messi al lavoro per fare una torta di mele. Ma poi è tornato il sole e stavolta era per davvero. E quindi siamo stati fuori, e poi abbiamo fatto un giro con la mia host mum.

Dopo un meeting con tutti i secondi anno (per registrarsi ufficialmente al nostro amato IB diploma) una cena a base di spaghetti (tre tipi: zucchine, cacio e pepe e cipolla e speck) insieme a Francesco, Alberto e Liva.

Martedì dopo aver fatto colazione assieme era ora di salutarsi ed ero abbastanza triste. Nel pomeriggio, nonostante il piano fosse di finalmente rimettersi al passo con sia scuola che tutto il resto, non ho fatto letteralmente niente. In confronto, mercoledì è stata una botta di vita con leirskule, una delle ultime sessioni di arrampicata dell’anno.

Giovedì è iniziato il casino con Oxbridge. Per farla breve: non avevo mai considerato neanche la possibilità di fare domanda né a Oxford né a Cambridge (anche perché la scadenza è il 15 ottobre). Ma a quanto pare i voti me lo permettevano e quindi volevo almeno provarci. Ma poi c’è stata una gran confusione (soprattutto nella mia testa) riguardo a “personal statement” e facoltà, e quindi, dopo aver cambiato idea trentottomila volte nel corso di quattro giorni, ho deciso di non fare domanda. Fine della storia.

Venerdì il tempo era bellissimo. Dopo scuola sono andata a Dale per provare l’attività “Friday Ball Games”, che consiste essenzialmente nel giocare a calcio. La prof responsabile, Laila (una danese), ha fatto in modo che venissero abbastanza ragazze per poter giocare fra di noi. E quindi, dopo aver fatto riscaldamento tutti assieme (sono morta quando abbiamo fatto gli scatti, avevo un fiatone che mi faceva proprio male), abbiamo fatto una partita A3. Eravamo nel campo all’aperto e c’era un cielo azzurrissimo e anche la vista era stupenda: si vedevano le montagne (alcune coperte di neve!) e il fiordo già da una certa altitudine. L’aria era fresca ed era come uno di quei giorni invernali limpidissimi con vento e sole.

Una volta tornati on campus abbiamo mangiato la torta del compleanno del collegio. 23 anni. Non male. Tornando in stanza camminavo con Margarete e Liva guardando il fiordo e delle persone in kayak. Dato che queste persone stavano tornando ho convinto le due a aspettare che rientrassero per prendere le loro barche e pagaie. Dieci minuti dopo eravamo in mezzo al fiordo ed è stata la cosa più bella del mondo. Proprio in quanto non era stata programmata. Il sole ci scaldava (ma le nostre mani si sono comunque congelate dopo un po’). Il cielo era blu immenso con alcune nuvole che sembravano arte moderne. Gli alberi ai lati del fiordo si specchiavano nel fiordo (così come tutto il resto) ed erano bellissimi da guardare in quanto erano di tutti i colori autunnali.

Ci allontanavamo man mano dalla scuola, in una direzione diversa dal solito e quindi ci siamo ritrovate a fare un percorso che avevo fatto solo una volta, più di un anno prima. Sull’altra sponda (quella di fronte al collegio) abbiamo visto casette isolate di cui non sapevamo dell’esistenza, pecore e territori mai visti. Il punto più bello era dove il terreno era a livello dell’acqua e c’erano degli alberi con le foglie verde chiaro- gialle attraverso cui passavano i raggi del sole o vi si riflettevano e sembrava magia. Mi sono fermata a guardare quello spettacolo per mezzora. Ferma, in mezzo al fiordo. Pensando a quanto fosse bello e totalmente in pace.

Dopo cena una presentazione sul Venezuela, e poi hanno proiettato il film “Pride” nella Høegh ed è stata una serata degna della fantastica giornata che quel venerdì era stata.

Sabato ho studiato quasi tutto il giorno nell’aula di norvegese. Prima di cena ho fatto una prova con Alberto per la nostra presentazione di “teoria della conoscenza” e poi sono stata ricompensata da una fantastica cena a base di pollo e riso. Il pollo in mensa è come se fosse oro: non si trova quasi mai. E c’era pure un dolce buonissimo, con vari strati di cui uno un po’ croccante, molto soddisfacente. Dopodiché ancora un po’ di studio, questa volta ESS con Henrik, poi piscina e un thè con Jhoti (uno del primo anno, inglese).

Il venerdì era stato fantastico, il sabato accettabile e purtroppo questa sequenza decrescente non è stata interrotta dalla domenica. Domenica avrei fatto meglio a dormire tutto il giorno. Dovevo studiare ma non l’ho fatto. Avrei potuto stare fuori perché pioveva ma non l’ho fatto. Di sera ho preso un thè con Justice (una del secondo anno, americana) che mi ha tirata molto su di morale, e per questo l’ho adorata.

Lunedì 1 ottobre mi sono potuta svegliare tardi, verso le nove, e man mano che procedeva la mattinata il cielo si apriva sempre di più. Abbiamo pranzato fuori al sole e poi avevo la presentazione ufficiale di teoria della conoscenza con Albi. Da una “situazione di vita reale” (Trup che dice che visto che a New York faceva troppo freddo serve il riscaldamento globale) siamo passati a una “domanda sul sapere” ovvero “quanto siamo influenzati dalle autorità quando impariamo?” e l’abbiamo analizzata. Devo dire che ne avrò un bel ricordo perché non ci avevamo troppo tempo a prepararla ed è stato un processo interessante ed è venuta fuori una cosa che almeno secondo me aveva abbastanza senso.

Fatta la presentazione eravamo liberi e sono andata a fare una passeggiata sulla montagna dietro la scuola, dove ero stata l’ultima volta a maggio. Mi sono seduta su una roccia con una vista su tutta la “Valle di Flekke” e ho preso il sole. Che paradiso.

Prima di cena avevo “campus tour” con dei pazienti del centro di riabilitazione molto simpatici ed è stato molto rilassante. Dopo cena sono andata a fare un giro in bici e mi sono ulteriormente goduta i colori autunnali. Di sera ho preso un thè con Anita ed è stato bellissimo. Non c’è niente da fare: alcune giornate sono fantastiche mentre altre fanno proprio schifo. Questa era stata una del primo tipo.

Pure martedì c’era il sole, e per quanto sembri assurdo vi dirò che non ne ero contenta perché il meteo aveva previsto pioggia e io avevo previsto “studiare”. E invece, dopo “knitting” (dove con mia grande sorpresa il mio trapezio deforme è diventato una borsetta carinissima) ho di nuovo passato tempo all’aria aperta. Questa volta ero abbastanza vicino a casa sulla mia amaca a studiare/ascoltare musica/prendere sole. Peccato che c’era un vento freddissimo che mi ha fatto gelare. Di sera c’era il “Money Evening”, ovvero una serie di presentazioni degli studenti di economia e mi sono resa conto di non essere portata per l’economia dato che non capivo niente.

Era ormai buio da ore ma era troppo bello per non stare fuori, e dato che avevo appuntamento con Carlotta per un thè ci siamo messe vicino alla boathouse sotto le stelle, con coperte, musica e cuscini. Inutile dire che è stato stupendo.

Mercoledì mattina (non era ancora mattina) ha d’un tratto incominciato a suonare l’allarme fuoco. Dato che era successo già l’anno prima ed era una prova per fortuna sapevo di cosa si trattasse. Come per istinto materno ho tranquillizzato le “mie bambine” Sandra e Paola e insieme a Wilma e Miranda siamo uscite. Dovevamo andare a teacher’s hill, dove c’è stato l’appello e poi buona notte. Ovvero buon giorno, perché ormai non valeva la pena tornare a letto. E poi volevo anche ripassare geografia perché nella prima ora avrei avuto verifica. Dato che non è poi stata così difficile forse avrei fatto meglio a dormire. Ma va bene così.

Nell’ora prima di pranzo non avevo lezione e sono quindi andata sull’isola dato che c’era bel tempo e i raggi del sole arrivavano solo là. Ho preso sole e poi sono andata a pranzo presto, verso le 11 e mezza, cosa che adoro dato che è tranquillissimo a quell’ora. Dell’intero pomeriggio, l’attività più soddisfacente è stata a dire il vero l’ora dell’house cleaning dopo scuola durante la quale ho pulito il bagno a fondo. Quindi potrete immaginare che pomeriggio inutile sia stato. Di sera sono andata in piscina e poi ho preso un thè con Roskva dalle Faroer Islands. È stato incantevole ascoltarla dato che diceva cose molto interessanti e aveva opinioni che condividevo al massimo.

Giovedì (4 ottobre) due verifiche e pioggia. Ma non è stato male: nel pomeriggio sono stata della mia classe preferita con le grandi vetrate attraverso cui si vede il fiordo a lavorare. Avevo collegato il computer a delle casse e ascoltavo musica perfetta. Di sera dopo piscina un thè con Gustav (Svezia-Tanzania) ed è stato molto divertente. Un thè (non da soli) al giorno toglie lo psicologo di torno (?)

Venerdì mi sono svegliata alle nove e ho fatto colazione in stanza con calma. Dopo scuola sono andata a Friday Ball Games e di sera ho fatto gli gnocchi di susine a casa di Mariangela e Alessandro e poi li abbiamo mangiati insieme a tutti gli italiani.

Sabato mattina e primo pomeriggio non ho fatto niente, perché era come se gravitassi intorno al fatto che c’erano gli SAT (i test per le università americane, che ho deciso di non fare). L’unica cosa bella era la natura, con i colori autunnali ormai in piena fioritura (parola non proprio adatta). La pioggia si alternava al sole e c’è stato un momento in cui proprio in fondo al fiordo si è formato un arcobaleno perfetto che si specchiava nell’acqua. Intorno tutti gli alberi le cui foglie verdi, gialle o arancioni brillavano come lucciole.

Alle 5 è venuta la mia “host mum” a prendere me e Biak e siamo andate a casa loro a Dale. Dopo aver giocato un po’ i bambini mi sono messa al lavoro e, presa da non so cosa, ho fatto di nuovo un kilo di gnocchi di susine. Ma per cena abbiamo mangiato un’altra cosa che avevo preparato, ovvero una bella pasta al pomodoro, in particolare dei fusilli di una marca proprio italiana e salsa Mutti.

Di sera abbiamo guardato “P.S. I love you” e io e Biak abbiamo guardato un altro film anche domenica. Gli gnocchi li abbiamo mangiati dopo una bella passeggiata nei colori autunnali. Di sera ero di nuovo on campus, prontissima per ripartire la mattina dopo…