Pasqua e Dance Show!

Venerdì (12 aprile) mattina è stato fantastico. Mentre mi stavo preparando, d’un tratto ho visto che c’era Sunniva vicino al latto di Miranda: doveva svegliarla perché avevano una presentazione da fare assieme. L’ho aiutata e ci siamo ritrovate a toglierle la coperta e tirarla su. Una volta che era in piedi, tutta la stanza le ha fatto un bell’applauso. Un applauso me lo sono meritata anche io, che poi per la prima volta sono andata a geografia addirittura cinque minuti prima che iniziasse la lezione.

Dopo una giornata improduttiva a scuola, ho deciso di sfruttare il sole e finalmente lavorare sulla mia solo performance di teatro: una opera in stile di Pina Bausch con la caratteristica particolare di essere effettuata all’aria aperta. Insieme a Wilma (mi serviva il suo feedback) sono andata alla “Island” per fare una prova del pezzo che avevo creato. L’ho fatta, filmando il tutto per riguardare e migliorare, ma poi Wilma mi ha detto che potevo tranquillamente usare quel video da mandare all’IB (insieme alla tesina di dieci pagine che dovevo allegarvi). Mi dispiaceva non aver fatto una performance vera e propria con un pubblico, ma poco dopo mi sono resa conto di avere graffi sulle gambe (dovuti ai cespugli) e un sasso inficcato nel piede. E in quel momento ho deciso: quella èstata la mia solo performance.

Che tra l’altro sta cosa di essere ferita dalla natura era (quasi del tutto) programmata. Il titolo del mio pezzo era infatti “Insonnia”. Seguendo il processo di ideazione di Pina, avevo mostrato le varie fasi di come mi sento quando non riesco a dormire. I sassi, i cespugli ecc. rappresentavano gli ostacoli “esterni” che mi frenavano e facevano cadere, mentre l’acqua (del fiordo!) rappresentava il sonno (ovvero lo stato di dormire). Il finale del pezzo (che tra l’altro dura solo quattro minuti) consiste in me che, ballando (con sottofondo “Talijanska”, dato che il mio stato d’animo era “arresa”), pian piano vado dentro al fiordo. Ciòrappresenta che solo quando si abbassano le armi si riesce a dormire.

Dopo cena sono andata con Anita alla Baking House a prendere le Malassadas (un dolce) fatte da Maria dalle Azzorre. Le abbiamo mangiate di fronte al fiordo ed era incredibile. Quell’acqua liscissima, quel cielo nitidissimo e quella luce emanata dal sole, che sembrava voler dire “non farà mai buio”. Era infatti definitivamente giunto quel periodo, quel periodo delle giornate infinite e di uno splendido bagliore.

Dopo aver assistito alle prove del ballo “Raggaeton” di Jose e Manu per il Dance Show, siamo andate alla “LEAF Auction”. Si tratta di una vendita all’asta di servizi (es massaggi o cene) e cose che gli studenti portano dai loro paesi (io avevo portato un torrone rivenduto per il quadruplo del prezzo). Tutti i ricavi andavano alla Sakyikrom School in Ghana, la scuola con cui collabora anche la mia organizzazione “Do Remeber Other People”, alla quale dovreste assolutamente donare!

Verso le 9 sono tornata al fiordo (che diventato rosso arancione come il cielo) con Anita. Questa volta eravamo vicino alla “Boathouse”, a parlare appunto di DROP, musica e Balcani. Alle 10 e mezza avevo le prove ber il baile folklorico e dopodiché buonanotte.

Anche sabato il tempo era bellissimo. Dopo un bel pranzo con i latinos volevo studiare ma sono finita per fare una fantastica camminata insieme a Miranda fino alla Lavo. Faceva caldissimo e ho pure camminato scalza. Me ne sono pentita quando stavamo tornando e abbiamo visto ciò che era praticamente un serpente che ci aspettava.

Dopo un bubble tea ordinato da Leo (Taiwan) avevo prove di “El Anillo” e poi ho assistito alla solo performance di Wilma. Consisteva in lei che cantava “Time” dei Pink Floyd con la sua voce fantastica mentre si truccava e c’erano delle proiezioni video di lei da piccola sulla sua faccia. Fatta anche questa ho cenato fuori con Miranda e hamburger giganti. C’era un sole che spaccava le pietre e dopo aver provato a studiare ho stabilito che era impossibile e quindi ho fatto un giro con Jose. Alle 9 (c’era ancora luce ovviamente)mi sono vista con Anita per portarla a Klippen. Dopo la ripida salita di una ventina di minuti ce l’abbiamo fatta giusto in tempo per uno splendido tramonto rosso in direzione oceano. In direzione Flekke c’era invece un fantastico cielo roseo che diventava sempre più viola. Guardavamo lo spettacolo mentre parlavamo, ridevamo e ascoltavamo musica. Siamo tornate giù che erano le 11 e l’unica luce era quella della luna. Per alcuni istanti avevo proprio paura che ci fossimo perse e ritrovate sul bordo di un burrone. Ma ce l’abbiamo fatta e ci siamo poi potute godere anche le stelle.

Avrei dovuto dormire, ma sono andata nella Dayroom di Denmark House (con Jose, Manu ecc.) perché volevo aspettare il ritorno di Liva verso l’una di notte. Era stata un paio di giorni ad Oslo per ricevere un premio per il suo “Extended Essay” e mi era mancata tantissimo.

Domenica c’era di nuovo sole. Ho “brunchato” fuori con Liva e nel pomeriggio ho fatto un bellissimo giro in bici. Sono arrivata molto lontano, ad una vera e propria cascata che non avevo praticamente mai visto e che sono stata ad ammirare a lungo.

Nel pomeriggio ho saltato le prove della bachata perché non ce la facevo mentalmente ad andarci, ma poi mi sono costretta ad andare alle prove di “Moulin Rouge” e “You Should See Me in a Crown”.

Lunedì mattina ero stanchissima. Durante la lezione di ESS mi sono quasi addormentata e i “jumping jacks” che ho fatto fare alla classe di geografia per la mia presentazione su “Global Interactions” non era per far svegliare loro ma per me. Nel pomeriggio avevamo “Spring Campus Cleanup” e poi sono andata in piscina. Per cena tortellini e di sera la prova generale per il “Dance Show”. È stata molto caotica, è perciò divertente, e alla fine Josecito era super arrabbiato.

Martedì era l’ultimo giorno di scuola prima dell’Easter Break. Sarà che c’era anche un sole caldissimo, ma nel pomeriggio ero in umore di vacanza. Ho mangiato un gelato con Josecito poi ci siamo messi a prendere il sole con Anita mentre lui cantava canzoni in italiano. Poi sono andata ad una spiaggia che non conoscevo e mi sono pentita di non avere il costume. Cena in dayroom con soprattutto insalata e di sera una festa un po’ deprimente, ma almeno c’era stato un cielo viola dopo il tramonto che era la cosa più bella che avessi mai visto.

Mercoledì mattina sono partita per le vacanze di Pasqua insieme a Miranda, Live e Maud. Abbiamo preso il bus da Flekke e Dale e da Dale e Førde. È stato bellissimo parlare e mangiare salmone con Miranda finché le è venuto il mal di macchina e si è messa a dormire appoggiata a me. La mia bambina.

A Førde abbiamo salutato Liva e Maud che sarebbero andate alla “cabin” della famiglia di Maud per studiare, sciare e rilassarsi. Io e Miranda abbiamo preso un altro bus per raggiungere Naustdal. Avevo trovato una fattoria tramite il sto “WWOOF Norway” dove avremmo lavorato un po’ in cambio di vitto e alloggio. L’idea era venuta grazie alla ottima esperienza di “wwoofing” a Vaerlandet in ottobre. Verso le 12 ci è venuto a prendere Peter, che si è rivelato essere un simpatico quarantenne britannico. Per prima cosa siamo andati insieme a fare la spesa al supermercato Xtra. Miranda è impazzita, a quanto pare non era mai stata al negozio (uguale) a Dale. Voleva comprare tutto ed è stato divertentissimo.

Poi abbiamo percorso gli ultimi venti minuti del tragitto in macchina, ed il paesaggio era bellissimo. Ci siamo lasciati il fiordo alle spalle e salendo in altitudine, abbiamo percorso una valle fino a ritrovarci molto vicino alle vette innevate di alcune montagne spettacolari. Queste si vedevano benissimo dal versante dove c’erano la casa e la fattoria di Peter e Ginny. Dopo avervi pranzato, io e Miranda abbiamo fatto una passeggiata, ammirando anche il lago che era a poche centinaia di metri dalla casa e il fiume e le cascate un po’ più in alto.

Poi siamo tornate a casa e ci siamo godute il salotto, arredato deliziosamente come il resto, e il gatto. Ma d’un tratto siamo entrate nella vita dell’allevatore. Siamo andate al “Barn”, dove c’erano tutte le pecore, la maggior parte incinte o con agnellini nati da poco. E infatti: dopo cinque minuti che eravamo lì abbiamo assistito alla nascita di due agnellini. E stato tutto molto improvviso e quindi abbastanza impressionante. Miranda era molto scioccata. Si è ripresa appena durante la cena, quando ha ripreso a parlare in modo strano e di cose strane come al solito. Il problema era che io la conosco, mentre gli altri no. Di conseguenza, soprattutto la moglie di Peter e gli altri due ospiti volontari (una ragazza tedesca e un ragazzo francese) erano molto sconcertati.

Di sera ho lavorato un po’ al computer, finendo di scrivere sulla mia solo performance di teatro. Poi ho mangiato un po’ di “snoop” con Miranda (il tipo ci ha insegnato che quella era la parola norvegese per cioccolata e dolciumi) e infine siamo andate a dormire presto. Di notte dovevamo svegliarci per andare controllare che stessero bene le pecore (ad esempio che non stessero partorendo). Miranda è andata alle 2, io dovevo andare alle 4 ma non mi sono svegliata. E quindi ho passato una delle notti più rilassanti da tanto tempo.

Giovedì mattina ci siamo svegliate verso le 8 e dopo aver fatto colazione abbiamo dato da mangiare alle pecore. Ciò significava pulire, tagliare i blocchi di erba/fieno, cambiare l’acqua ecc. un lavoro abbastanza lungo e faticoso. E pensare che è da fare ogni giorno. In mattinata abbiamo poi recintato un campo nelle vicinanze, in modo da poter iniziare a spostare un po’ di pecore fuori. È stato un lavoro lungo ma mi è piaciuto, perché era fuori nel verde e si è visto il risultato. Dopo il pranzo, che consisteva in un po’ di pane, formaggio e pomodori abbiamo completato la serra. Miranda e Kristina (la volontaria tedesca) avevano scavato intorno alla struttura per tutta la mattinata. Restava quindi solo che coprire la struttura di metallo con un grande telo bianco e rimettere la terra sui bordi per tenerlo fisso. Ed è stato a quel punto che ho iniziato a stancarmi, sia mentalmente che fisicamente. Anche la breve pausa non ha migliorato la situazione, perché non è stata abbastanza lunga da fare qualcos’altro. Nel pomeriggio abbiamo “liberato” quattro pecore nel campo appena recintato. È stato bellissimo vedere come (mentre all’inizio avevano molta paura) si sono rese conto della loro fortuna e si sono messe a saltellare, correre e giocare come bambini, ovvero come agnellini. Prima di cena c’era ovviamente da far cenare le pecore. Sono stata a tagliare l’erba dal grande blocco nella stalla e non ce la facevo più. Appena alle 7 e mezza, dopo oltre dieci ore di lavoro, siamo tornate a casa per mangiare. Di sera eravamo ovviamente distrutte e ciò non andava bene, perché io e Miranda dovevamo studiare efficientemente almeno un po’ ogni giorno per prepararci per gli esami.

Di notte si è aggiunto il fatto che mi sono svegliata alle 4 (per fortuna non è successo niente di particolare) e quindi la mattina dopo ero già distrutta. Dopo la colazione nostra la colazione delle pecore, che ovviamente sanno a che ora arriva il cibo e quindi fanno MEEEEH tutte assieme (e Miranda pensava che la stessero chiamando, dicendo “Miiir!”). In mattinata ho recintato un altro campo insieme a Miranda. La cosa particolare era che lei non mi parlava e quindi ero un po’ triste e arrabbiata allo stesso tempo. Quando le ho chiesto super seria di dirmi quale fosse il problema mi si è avvicinata e ha sussurrato “non sei tu! Sto solo cercando di risparmiare energia, perché non ho dormito abbastanza, non ci hanno dato abbastanza cibo e già di mio non sono forte”. Dopo aver riso, mi sono resa conto in quel momento al più tardi che non potevamo restare alla fattoria altri tre giorni, perché non saremmo riuscite a studiare per niente e ovviamente neanche a riposarci.

Almeno sono riuscita a pranzare con calma fuori al sole insieme a Kristina, che era molto interessata al collegio e mi ha fatto ricordare quanto sia speciale l’esperienza. Dato che io e Miranda avevamo detto a Peter che ce ne saremmo andate prima perché era troppo lavoro (per non essere pagato), anche lei si ara resa conto di poter lavorare meno. Da studentesse UWC, abbiamo fatto una piccola rivoluzione. Nel pomeriggio abbiamo liberato un campo dalle croste di concime. È stato il vero e proprio lavoro dei contadini, e se fossi stata da sola mi sarei arresa. Dopo aver dato da mangiare alle pecore (e, purtroppo, visto un agnellino morire) abbiamo parlato con Peter di quanto sia appunto dura la vita da contadino in Norvegia. Ci sono pochi sussidi alle fattorie piccole perché lo stato vuole che si ingrandiscano e in termini di costi non vale la pena né per lo stato né per i contadini. Peter ha detto che se vende una pecora gliela pagano l’equivalente di solo 5 euro. Tutto ciò mi ha sorpreso molto e fatto aumentare il mio interesse in rendere più sostenibili i sistemi di produzione agricola.

Durante la cena abbiamo parlato di caccia (dato che stavamo mangiando cervo cacciato da Peter) ed è stato molto divertente. nonostante fosse molto tardi c’era ancora tantissima luce, ma poi ho fatto la doccia, ascoltato un po’ di musica e sono andata a dormire.

Sabato 20 aprile era l’ultimo giorno alla fattoria per me e Miranda. Dopo aver nutrito le pecore, siamo state un po’ a coccolare gli agnellini per farli abituare agli esseri umani ed è stato ovviamente bellissimo. Verso mezzogiorno Peter ci ha portato alla fermata dell’autobus e siamo tornate verso il campus. Avevamo un’ora a Førde che abbiamo usato al meglio pranzando al ristorante in riva al fiume. Miranda è fantastica. Nel bus verso Dale abbiamo mangiato gelato Ben&Jerry’s e poi eravamo stanchissime. Tornata ad RCN ho fatto un po’ di sport, una bella doccia e poi avevo le prove della bachata. Ci era voluto così poco per tornare alla normalità: cena in kantina (con i Latinos), studio, serata in piscina.

Domenica mi sono svegliata verso le 9 e poi ho studiato. Per pranzo arepas venezuelane con Jose e poi di nuovo studio. Poi una gran stanchezza, ma sono riuscita a star sveglia fino alle 9, quando ho mangiato un po’ di riso buonissimo con qualche altrettanto ottima pietanza africana, un avanzo del pranzo di Pasqua a cui non ero andata.

Lunedì mi sono svegliata alle 11. Cavolo. Ma poi mi sono resa conto che non sarei riuscita a studiare comunque perché c’era troppo bel tempo. Dopo pranzo abbiamo messo a posto la Høegh per il Dance Show e fatto un po’ di prove. nel pomeriggio è venuta a prendermi la mia host mum Solveig e sono andata a casa loro. Siamo stati fuori con degli altri ospiti, abbiamo mangiato il gelato e poi abbiamo fatto un giro alla spiaggia (il giorno dopo ci avrei fatto pure il bagno).

Martedì sera c’era la prova generale per il Dance Show è non è andata male. Mercoledì è riiniziata scuola, con l’ultimo College Meeting per noi secondi anno. Dopo il solito house cleaning delle 3 c’è stato un evento che l’anno prima io e Liva non eravamo riuscite a goderci: l’Holi festival dei colori. Ci siamo preparate per bene ed eravamo in tempo per partecipare all’euforica distribuzione della polvere colorata. C’era musica, sole e buon umore. Anche quando è arrivato il momento di iniziare a buttarsi addosso secchi d’acqua a vicenda. È stato divertentissimo.

Dopodiché un po’ di stress: si avvicinava il Dance Show. Alle sette e mezza era ora: la platea che avevamo allestito era colma di studenti e insegnanti e lo stage era pronto. Con “La Mordidita” ha avuto inizio lo spettacolo. Nonostante fossi stata un po’ preoccupata prima, alla fine è stato semplicemente fantastico, perché ero o sul palco (per quasi la metà dei balli) o a guardare gli altri. Quando con La La La di Shakira (mi sentivo come in un musical ma nella vita reale) è finito tutto non potevo crederci. Più di due mesi di prove ogni giorno, soddisfazione ma anche duro lavoro erano culminate in un’ora e mezza. E pian piano mi sono resa conto di dovermi abituare all’idea che le cose finiscono…

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Sole

E d’un tratto arrivò la primavera. E da un giorno all’altro cambiò tutto. Mentre ero riuscita a studiare diligentemente fino all’inizio di aprile, già il secondo di aprile ho passato uno di quei pomeriggi profondamente frustranti (ovvero stare con Miranda a guardare foto d’infanzia). D’altra parte è stato anche piacevole e forse addirittura, in un certo senso, necessario. Sentivo un gran bisogno di ordine, infatti ho lavato una pila di piatti in Dayroom e poi ho sistemato tutti i miei appunti. Dopo una cena con Francesco a base di tortellini avevamo l’elezione del nuovo rappresentante della casa. L’unica candidata e quindi vincitrice è stata la mia compagna di stanza Paola (El Salvador). Fortuna! Sfortunata invece io, che di sera dovevo lavorare, ma ho finalmente (quasi) finito la tesina di matematica (cominciata a giugno).

Mercoledì sapevo che dovevo allontanarmi dal campus. C’era il sole e quindi, subito dopo l’house cleaning, ho iniziato a pedalare verso l’oceano. Il paesaggio era splendido, nonostante gli alberi fossero ancora spogli (ma c’erano numerosi abeti che brillavano verdi). Era meraviglioso sentirsi veloci e in un certo sento sovrastare la natura, essendo a vari metri di altezza sopra il fiordo. Dopo un’ora e mezza ero a Straumsnes, e mi sono goduta l’acqua azzurrina, solo leggermente increspata e luccicante, e il cinguettio degli uccellini. Primavera.

Al ritorno ho fatto una bella sosta al Flekke Shop, dove ho comprato gli ingredienti per farmi delle belle colazioni. Infatti, il giorno dopo alle 8 e mezza ho mangiato granola e fragole con Liva (saltando il primo blocco di lezione). Nel pomeriggio non solo c’era il sole, ma era proprio arrivato il caldo (più di 15 gradi!). Sono andata a fare una corsetta in t-shirt e pantaloncini e non ce la facevo più dal calore. Sarà che non ci sono più abituata. Dopodiché ho preso il sole con Anni, distesa su una roccia che non conoscevo vicino a “teacher’s beach”. Poi la prova della Bachata (“La Boda”) per il Dance Show con i due Jose, e cena fuori con zuppa e pane (buono, con i semi) e burro. In seguito volevo studiare ma non sapevo dove; non è che non riuscissi a decidere, il problema era che non c’era un luogo adatto. È sempre difficile quando il tempo è bello: c’è casino perché la gente e fuori, le classi hanno le finestre spalancate e c’è un senso generale di spensieratezza che non fa bene allo studio. Ma ho trovato, almeno per quella sera, la soluzione: mi sono seduta a fare i compiti ad un tavolo in mensa. In questo modo riuscivo a vedere il fantastico cielo rosa del tramonto, mentre Agnes, suonando magnificamente il piano giù dalle scale, sostituiva Spotify (ed era mille volte meglio).

Quando ha iniziato a farsi buio (verso le nove), avevo un’altra prova di danza con Paola e i due Jose (è stato ottimo per fare pratica di Spagnolo). Il balletto doveva essere una Lambada (con la canzone “Llorando se fue”), ma si è trasformato in un “Baile Folklorico”. Con mia grande gioia, abbiamo ballato il “Manduco” che Pamela aveva presentato a Las Americas Show, di cui mi ero perdutamente innamorata. Poi abbiamo fatto invece un balletto molto veloce a ritmo di “Moviendo Las Caderas”. Appena verso le dieci sono riuscita a studiare sul serio. Ero in libreria ed ero finalmente produttiva, ma d’un tratto qualcosa mi ha toccato la gamba. Cinque minuti dopo avevo il gatto del campus disteso sulla scrivania a farsi coccolare. L’ennesima gradita distrazione dallo studio.

Venerdì il bel tempo era diventato ormai uno standard. Subito dopo pranzo sono andata con Liva e Jose alla “Teacher’s Beach” e abbiamo fatto il bagno nel fiordo (ovviamente gelido) e preso il sole. Neanche più primavera, sembrava proprio estate. Nel pomeriggio, io, Liva e Paola, a maniche corte e di buon umore, ci siamo incamminate verso Askvoll (una cittadina minuscola vicino all’oceano e a 30km da Flekke). Lo scopo era di arrivarci tramite autostop. Ci è andata bene: una giovane donna portoghese ci ha portate a Dale, poi due tipi dall’altra parte del ponte, e infine una coppia di anziani molto carini (fino alla nostra destinazione). Contentissime, abbiamo fatto compere e ci siamo sedute vicino al mare, prendendo il sole e guardando le isole circostanti. Poi ci siamo accomodate sulla terrazza di un ristorante, sempre a pochi metri dall’acqua e baciate dai raggi del sole. Aggiungendo al tutto una bibita fresca, hamburger e patatine fritte (e per finire un gelato), eravamo le persone più contente al mondo.

Verso le cinque, pensando che fosse anche presto, volevamo tornare verso il campus. Facile a dirsi. Dopo più mezzora che facevamo autostop si è per fortuna fermato un tipo. Ma ci ha dato un passaggio solo per una decina di kilometri. Ci siamo ritrovate a camminare in campagna, e poco dopo su una strada a media altezza tra la montagna rocciosa parallela al fiordo e il fiordo stesso. I raggi del sole erano ormai orizzontali e tutto aveva assunto un bel colore caldo. Per fortuna era così bello da distrarci dal fatto che stavamo camminando e camminando (per quasi dieci kilometri). La strada era infatti deserta, e le macchine che passavano o andavano nel verso sbagliato o non si fermavano, nonostante le nostre facce disperate. Alle 7 abbiamo chiamato a scuola avvisando che non ce l’avremmo fatta a essere in tempo per “Connect Time” e poi ci siamo rese conto che non potevamo continuare a camminare. La soluzione è stata chiamare la mia cara host family. Una mezzoretta dopo eravamo on campus. Con una grande avventura alle spalle.

In serata mi sono goduta un cielo nitidissimo, le imponenti montagne e il fiordo sottostante. E infine io, Liva e Josecito abbiamo guardato un film (o meglio un programma di cucina). Verso mezzanotte sono andata a dormire. Ironico che era venerdì ed era così presto, dato che durante la settimana ero sempre andata a dormire dopo l’una).

Ironico anche il fatto che sabato mi sono svegliata alle 7 e mezza, mentre da lunedì a venerdì mai prima delle 9. C’era un buon motivo però: alle 8 siamo partiti per partecipare al “Race Against Time”, una corsa di 15km. Visto che mi faceva male l’anca, avevo deciso di unirmi a ciclisti invece di correre. La cosa particolare era che invece di andare in bici come al solito, sono andata in tandem con Fanny dalla Finlandia. Era bellissimo perché eravamo più veloci sia in salita che in discesa. Non era più bellissimo quando dopo un tratto in pendio si è rotta la catena. Pazienza! Abbiamo percorso il resto del percorso camminando attorno al lago. C’era il sole e un gran senso di pace e quiete, dato che eravamo solo noi. Abbiamo parlato di della nostra esperienza ad RCN, della natura e del futuro.

Una volta di nuovo on campus ho pranzato fuori con Liva, con una bella insalata e spaghetti cacio e pepe. Il sole era così cocente e abbondante che mi sono abbronzata sul serio. Per cena lasagna in riva al fiordo e subito dopo, sempre fuori, le prove per il ballo “El Anillo” sul pontile vicino alla Boat House. Poi la difficile indecisione su cosa fare di quella serata. Festeggiare il sabato sera con Liva e Jose o camminata e dormita fuori? Ho optato per la seconda opzione, dato che il tempo era troppo bello. Alle 9 era in pieno corso il tramonto e insieme a Nynke, Anni, Asbjorn, Alex, Asta e Amber (cosa sono tutti questi nomi per “A”?!) ci siamo incamminati sul ripido sentiero verso Klippen. Lo sforzo è stato duro e intenso ma per fortuna breve. Dopo mezzora eravamo in alto in alto, con un cielo rossissimo di fronte, meravigliosamente contrastante con il fiordo azzurro ghiaccio. All’orizzonte le sagome nere e perfettamente definite delle montagne, mentre più in basso e più vicine a noi le luci piccole ma splendenti dal campus. Ci siamo seduti ad ammirare e parlare, ma il mio momento preferito è stato verso le 11, quando ero ben imbacuccata nel mio sacco a pelo sull’amaca e in maniera del tutto inaspettata mi sono ritrovata ad avere una bellissima telefonata con Lucrezia. Non ci sentivamo da mesi è stato bellissimo raccontarsi fatti fino a notte fonda. Nonostante il freddo (penso fossero attorno agli zero gradi) ho dormito meglio che durante tutta la settimana precedente. E anche le due tre volte che mi sono svegliata non mi sono dispiaciute: c’era un cielo colmo di stelle (una pure cadente) che sfavillavano a tutta forza.

La mattina dopo sono rimasta a lungo nel sacco a pelo a godermi il sole che pian piano saliva e riempiva il cielo azzurro con i suoi raggi. Sono scesa giù dalla montagna a ritmo di musica e poi ho fatto un bel brunch con Liva. Nel pomeriggio mi sono abbronzata e verso le quattro sono andata all’evento highlight di aprile: l’esposizione d’arte degli studenti del secondo anno di “Visual Arts”. Vi giuro che, così come l’anno prima, sono rimasta estasiata. È un’esposizione grandiosa, secondo me migliore della maggior parte delle mostre che si trovano in giro.

Lunedì pomeriggio teatro, poi solita piscina, cena e poi prove per un balletto con Jose (canzone “Lovely”). Di sera un meeting con le nuove leader di DROP, durante il quale stavo per mettermi a piangere dato che era evidente: pian piano, noi secondi anno avevamo iniziato ad allontanarci dalla vita di RCN.

Martedì è successo un miracolo: mi sono svegliata alle 8 e ho lavorato nonostante avessi potuto dormire dato che non avevo lezione. In cambio, nel pomeriggio non sono riuscita a fare un bel niente perché c’era troppo sole. Dopo una bella cena fuori (vegetarian buffet) abbiamo fatto una coreografia io, Liva e Jose (su “Why Did You Do That?”) ed è stato divertentissimo. Di sera sono finalmente riuscita a lavorare, dato che era tramontato il sole. Ero nella bellissima aula di arte, a studiare con un po’ di musica di sottofondo dallo stereo, con il fiordo blu scuro davanti. Finalmente un senso di tranquillità.

Mercoledì pomeriggio un po’ di studio e prove per la Bachata. Dopo cena il primo (e, si sperava, ultimo) “Evening Bloc” di Development Studies. Dato che Daniel (il prof di geografia) in classe parla di tutto tranne che del vero e proprio syllabus per la maggior parte del tempo, c’era bisogno di fare ore extra di lezione di sera. Controvoglia, io e Liva ci siamo andate. È stato abbastanza terribile stare nella classe buia ad ascoltare una presentazione su “Global Interactions” mentre fuori splendeva il sole. Perlomeno, Daniel è riuscito a distrarci servendo mango, fragole e gelato.

Dopo “Connect Time” alle otto avevamo le prove per “Human”, durante un tramonto spettacolare con nuvole che sembravano infuocate. Poi prove di “You Should See Me In A Crown” e infine, dopo una bella doccia, abbiamo guardato un film io, Liva e Jose.

Giovedì il primo DROP meeting con le nuove leader, che mi hanno dato l’impressione di sapere cosa stanno facendo. Nel pomeriggio teatro; insomma, che fosse ballare o teatro fisico, ogni giorno passavo almeno tre ore muovendomi a ritmo di musica. Ballare invece di studiare: uno fra i tanti metodi possibili per fallire l’IB.

Prima di andare in piscina ho cenato con una bella porzione di tortellini (ovviamente non dalla mensa 🙂

Fine marzo

Domenica 24 marzo mi sono svegliata presto, ma per fortuna c’era un bell’evento che ci aspettava: l’annuale conferenza TEDx, la piattaforma tramite la quale si da l’opportunità alle persone di condividere le proprie idee con dei discorsi di circa dieci minuti. I video vengono poi condivisi su internet e su youtube se ne trovano a migliaia.

Da noi c’erano sette speaker: quattro studenti e tre ospiti. La prima era Zoya Taylor, una pittrice di tipo mille nazionalità che vive a Oslo e ha spiegato come nei suoi dipinti rappresenta l’essere “diversi” in termini di provenienza. Un altro ospite era un insegnante siriano che ha raccontato della sua struggente fuga dalla Siria fino alla Norvegia. Infine c’era Qiqe Bassat (una volta studente UWC) che ha esposto come è riuscito a salvare vite da operatore sanitario.

Ma i discorsi degli studenti non sono stati meno stimolanti: Arran ha parlato di come la filosofia gli ha cambiato la vita, Sunniva del “Poverty Porn” (ovvero i modi sdegnosi in cui vengono presentate le persone in bisogno di aiuti per lo sviluppo e la dubbiosa efficacia di questi ultimi). Palmo e Nella hanno invece riportato dei crimini nei loro paesi, rispettivamente Tibet e Repubblica Democratica del Congo.

Tutti i discorsi sono stati molto interessanti, che fosse per l’argomento o per il modo in cui sono stati presentati. Però non posso fare a meno di essere scettica riguardo alla piattaforma dei TED Talk in generale, perché ce ne sono semplicemente a dismisura e nonostante sia importante informare le persone e sensibilizzare l’opinione pubblica, sarebbe meglio se le persone facessero invece di parlare (prima di tutti io).

L’attività più produttiva della giornata è stata vendere dei wafffle con gelato e cioccolata durante il pranzo per ricavare un po’ di soldi per i progetti di “DROP”. Dopodiché non ho fatto granché (solo un po’ di esercizio fisico), dato che ero ancora distrutta dalla giornata precedente (African Day).

Lunedì è stato un solito lunedì: scuola, un po’ di studio, piscina. Meno male che esiste Miranda: durante la cena ha fatto una rappresentazione di arte moderna in mensa. C’era Sadrac un po’ nascosto che suonava il sax ma lei faceva finta di essere la solista e soffiava nel suo braccio. Un po’ più tardi ha iniziato ad applaudire dal nulla (aveva chiesto ad alcune persone -tra cui io- di unirsi a lei) ma poi si sono aggiunti tutti un po’ a caso. La sua spiegazione: ci serve più arte inaspettata e innovata nella vita di tutti i giorni. Le ho dato ragione, e mi sono sentita più motivata di fare teatro in serata. Ho provato a concepire il teatro come i performer di Pina Bausch, ovvero partendo da un suggerimento come “mostra parti di te stesso”. È stato molto curioso, inconsueto e divertente. Ma poi sono arrivati Leo e Khalil nel “Silent House” per la preghiera serale e mi sono messa a lavorare al computer col sottofondo tipo “Allahu Akbar”. Ma non mi è dispiaciuto.

Martedì c’era una specie di neve-pioggia. A rallegrare la giornata è stata Sandra che ha portato il nostro nuovo “campus cat”, un gatto che ha deciso di stabilirsi ad RCN, in Iceland House 203 (la nostra stanza). È stato bellissimo avere una distrazione dallo studio e vedere le varie reazioni della gente (Paola: “Vai via!”, Miranda: “quel gatto sono io”).  Mercoledì pomeriggio ho studiato geografia dopo l’house cleaning (nel quale ho pulito a fondo il frigo) e poi sono tornata in stanza verso le 5 e vi ho trovato le mie compagne di stanza che stavano facendo una bella cenetta. Mi sono aggiunta e poi siamo andate tutte assieme a Dale a vedere una versione speciale de “La Dodicesima Notte” di Shakespeare. Il regista si era concentrato sul tema “gender” (genere): c’erano personaggi transessuali, donne che avevano il ruolo di uomini e viceversa eccetera. Abbastanza interessante anche senza capire il Norvegese.

Giovedì era il grande giorno: le elezioni per i futuri leader di “DROP”. Io e Liva avevamo investito ore e ore per renderle una cosa epica; la nostra prima mossa era stata di scrivere ai membri del gruppo dicendo che la scuola voleva eliminare DROP. Coloro che volevano essere leader dovevano scrivere una email spiegando perché ciò non sarebbe accettabile. (Era uno scherzo, ma due ci sono cascate). Ci siamo ritrovate con 5 candidate (Anita, Clarisa dal Venezuela, Suzy dalla Corea del Sud, Claudia dal Rwanda e Cassandra dalla Groenlandia). Le abbiamo sottoposte a una specie di interrogatorio con scenari, attività e presentazioni. È stato molto divertente e ho deciso che mi piacerebbe fare la “selezionatrice” come lavoro. Una volta finito ci spettava l’ardua decisione. Per l’ora di cena ce l’abbiamo fatta, ma solo perché abbiamo scelto di eleggere tre leader: Anita, Clarisa e Suzy.

Dopodiché una cena di stanza (questa volta programmata) in cui abbiamo mangiato una bella pasta al pomodoro, poi un po’ di parmigiano, speck, taralli e prodotti fior fiore (no pubblicità).

Venerdì mi ero dimenticata che avevamo un orario scolastico diverso e quindi sono corsa in classe. Ma è venuto fuori che anche Madhulika (la prof di Environmental Systems and Societies) si era dimenticata e quindi tutto apposto. Dopo pranzo avevamo l’annuale “Mandela Lecture” in cui una tipa tedesca/norvegese di nome Evelin Lindner a parlato di “Umiliazione e Dignità: Per un futuro di Solidarietà Globale”. Purtroppo, il suo discorso è stato troppo idealista, ma è stato bello che alla fine ha distribuito dei souvenir da tutto il mondo. Durante il pomeriggio piovoso ho studiato insieme a Jose (lui scriveva poesie) e poi cena con un bel salmone. Di sera il primo evento dell’Earth Weekend, ovvero una discussione su eco-filosofia e atteggiamenti nei confronti dell’ambiente in un setting speciale: la “hobbit hole”, una specie di piccola caverna con pareti di legno e al centro un bel fuoco. Infine, ho guardato “Il Dittatore” con Alberto.

Sabato 30 marzo studio mattutino, poi un bel pranzetto con Liva e Dawit. Nel pomeriggio prove per lo show di danza e poi l’highlight del giorno: Taco Saturday. Serata molto noiosa con piscina e studio serale. Domenica il tempo era impazzito: sole e bufere di neve si sono alternate ogni mezzora. Il tentativo di andare a fare una passeggiata è fallito, ma nel pomeriggio io, Liva e Jose siamo riusciti a finalizzare i piani per l’estate. Dopo cena una novità assurda: Liva ha avuto la borsa di studio completa per COA (l’università dove andrò, mentre lei ora è indecisa tra questa e Florida).

Grazie al cambio dell’ora legale sono potuta andare a correre (sotto fiocchetti di neve) dalle 8 alle 9 di sera senza un minimo di buio. Bello, direte, invece no, vi sbagliate. È da quel giorno che non ho più un sonno normale. È tremendo. L’unica cosa che mi salva è che ho spesso il primo blocco di lezione libero, e in altri giorni (se non riesco a dormire abbastanza) lo salto e mi becco l’assenza.

Nei primi tre giorni di aprile ci sono state le elezioni per il nuovo Student Council, per i vari ruoli di presidente, vice, tecnico, rappresentanti delle case e “aspect workers”. È stato molto interessante sentire le presentazioni e partecipare alla democrazia studentesca, e rendersi conto per l’ennesima volta che la nostra non è una scuola normale.

Climate Strike + African Day

Lunedì 18 marzo c’era bel tempo. Nel pomeriggio, dopo un’ora di preparativi vari tra scegliere vestiti adatti e trovare le chiavi giuste per il “bike shed”, io e Miranda siamo riuscite a lasciare il campus. Si trattava semplicemente di un giro in bici, ma sono state un paio di ore bellissime. Ci siamo abbronzate pedalando dritte verso il sole e ho apprezzato la compagnia di Miranda, che quel giorno era molto fissata con il fatto di essere un detective. In realtàlei diceva “detector”, e in pratica voleva fare come Sherlock Holmes e capire tutto di un certo ente solo osservandone i particolari.    Dopo un’oretta ci siamo fermate vicino alla riva di un lago. L’acqua blu scura era agitata e le onde si spingevano contro l’ultimo angolo ghiacciato del lago. Abbiamo camminato sulla riva ed era (tralasciando le lastre di ghiaccio) come se fossimo su una spiaggia, infatti Mir, entusiasta, ha esclamato “This is so romantic!!!”. Poi ci siamo sedute su delle rocce a fare un picnic con yogurt e frutta. Siamo tornate a Haugland per le 5 e nonostante fosse tardi volevo assolutamente andare in piscina, sempre sperando di fare qualcosa di buono per le mie gambe doloranti e traballanti per via della mezza maratona del sabato. E quindi sono andata in piscina con i raggi del sole che passavano attraverso le vetrate che mi davano l’impressione di essere in spiaggia.

In serata avevamo una “Snowcave PBL reunion” a casa di Alistair a scopo di parlare di Eco-filosofia. Abbiamo letto e commentato un estratto di un libro di Arne Naess ed èstato molto interessante. Spesso siamo peròfiniti per parlare dei tre interessi principali di Alistair, ovvero: Sudafrica, avvoltoi e arrampicata.

Martedìpomeriggio Yoga EAC e poi sono rimasta nella Høegh a cantare e suonare il piano (“City of Stars” di “Lalaland”), finchéèarrivato Jose e mi ha insegnato la coreografia del solo che faròper il suo dance show (su “Way Down We Go”). Mi sentivo proprio come se fossi ad un’accademia di danza, dato che per la maggiore dovevo esercitarmi da sola mentre Jose era impegnato con altre coreografie.

Dopo cena mi sono aggregata alla lezione serale di biologia nella quale, dopo un’introduzione di Jelena, la moglie del prof di fisica Chris (un’infermiera) ha parlato del tema “gravidanza e parto”. Èstato molto interessante e soprattutto divertente, specialmente osservare le nostre reazioni e commenti alle dimostrazioni di Hailey.

Mercoledìsono tornata ad essere prima anno per un’ora, dato che sono andata a “Life Skills” perchéci sarebbe stata Jelena a parlare degli Oystercatchers, gli uccelli che arrivano da piùdi venti anni (sempre gli stessi) ad RCN il primo giorno di primavera. C’èstato un video molto divertente (anche grazie alla musica classica in sottofondo) su Ejkull e Ejfrid (i nomi di questi uccelli). Ma poi lei e Alistair hanno parlato anche di altre specie di uccelli (per fortuna non di avvoltoi) e infine Jelena ha mostrato una serie di foto bellissime di alcune specie marine che si trovano nel fiordo. Poi sono andata ad un’altra presentazione, in cui cinque studenti hanno presentato i loro paesi (Eswatini, Malawi, Tanzania, Uganda, Sudafrica) dato che si avvicinava l’African Day. Di sera di nuovo prove di danza e infine piscina.

Giovedìavevamo l’Advisor Dinner con Alessandro nel Baking House, dove abbiamo fatto la pizza. Tragedia: la prima mi èvenuta cosìmale che non si poteva neanche definire come un calzone (mentre a nessun altro si èdistrutta), la seconda invece mi èvenuta bene. Quando ha iniziato a far buio c’èstata la celebrazione del capodanno praticamente persiano Nowruz (in accordo con l’inizio della primavera). C’era Zarin (dal Kurdistan) vestita con un bellissimo abito che sembrava di seta color blu notte con varie XX. Lei, Andres (uno mezzo norvegese-iraniano-messicano-danese) e Ghulam (uno molto gentile afghano) ci hanno spiegato come festeggiano Norwuz e poi abbiamo acceso il fuoco (come tradizione, e poi nonostante primavera e primavera faceva freddo). Dovevamo scrivere su due biglietti una cosa brutta dell’anno scorso con cui non vogliamo piùavere a che fare e una cosa bella. Il primo biglietto l’abbiamo fatto bruciare nel fuoco, il secondo l’abbiamo tenuto. Poi Zarin ha cantato una canzone in curdo con la sua fantastica voce, e infine siamo tornati alle nostre case sotto un cielo stellatissimo.

Venerdì22 marzo era la giornata in cui anche la Norvegia si èfatta sentire a riguardo dei “Global Climate Strikes” (una settimana dopo il resto del mondo). Perciò, con altri 40 studenti, siamo andati a Førde a unirci allo sciopero. La scuola non èstata molto di supporto e aveva infatti dato il permesso di andare solo a un terzo degli studenti (quelli con poche assenze). Alcuni dei restanti studenti (prima di tutto Wilma) si sono ribellati e hanno fatto quindi il “Flekke Climate Strike”, che comprendeva la visione del “TED talk” di Greta Thunberg. (Guardatelo, e giàche ci siete guardate assolutamente anche questo).

Il Climate Strike di Førde mi ha positivamente sorpresa: c’erano veramente tanti bambini/e e ragazzi/e, con grandi e piccoli cartelli colorati con slogan fantastici (“The planet is getting hotter than Leonardo DiCaprio!”). Il mio voleva essere alternativo e diceva “Running out of slogans… ACT NOW!”. C’era anche MT (la nostra prof di inglese e spagnolo) che raccontava che in Argentina le proteste sono accompagnate da festa, cibo e musica. In effetti ci sarebbero voluti dei tamburi. Ma poi ha iniziato a esserci musica e poi anche movimento sul palco. Per la maggiore membri di “Nature and Youth”, ma anche due cinquantenni (pazze) travestite da scienziate (pazze) che si sono messe cantare “You put the poison in the fjord oh Lord oh Lord! You put the poison in the air it goes everywhere!” e pure noi dovevamo cantare. Ho quasi perso la voce, perchépoi dovevamo urlare altri slogan come “Erna Solberg can you hear us” e altre cose in norvegese (“Gruveslam er Norge skam!”). Infine, abbiamo marciato per la cittadina (che èveramente brutta). Dopo vari giri per vari supermercati, io e Liva siamo state come sempre le ultime a raggiungere il bus per tornare on campus.

Il fatto di essermi ritrovata con tanti altri giovani a protestare per mitigare i cambiamenti climatici mi ha profondamente toccata. Avevo sentito un’incredibile energia nell’aria, allo stesso tempo speranza e paura, ma facce comunque determinate e espressioni ottimiste. E soprattutto, mi sono resa conto che vale la pena dedicare la propria vita a lottare e lavorare per risolvere questo problema o fare perlomeno una differenza.

Spero di riuscire a mantenere questa consapevolezza per sempre, anche se non saràfacile. Di fatto, ci ho impiegato pochissimo a rientrare nella bolla di RCN. Nel pomeriggio e di sera prove per l’African Show del giorno dopo, poi finalmente una cena italiana da Mariangela.

Sabato avevo messo la sveglia alle 9 ma mi sono riaddormentata. Poi ho sognato di essermi svegliata e lavorare, mentre in realtàmi sono svegliata alle 12. Il piano di studiare era fallito. Sono andata a pranzo con Liva, e subito dopo siamo andate all’African Bazaar. Le classi dell’A-Building erano allestite con stand per ciascuna nazione africana rappresentata alla scuola. Per ogni stand c’era la persona da quel paese che faceva una presentazione o semplicemente spiegava o raccontava fatti interessanti. I più, c’erano foto, tessuti, statuette e tanto altro. Ma per prima cosa, io e Liva ci siamo concentrate sul cibo: avevo apposta portato un piatto ed èstato un fantastico banchetto. Il nostro cibo preferito in assoluto è stato quello etiope: injera, il pane (che sembra un pancake ma spugnoso e un po’ acido) con sopra pollo, varie salse e verdure (che mi ricordavano molto la cucina mediterranea). Deliziosissimo, e soprattutto diverso da tutto il resto. Di fatto, c’erano alcune pietanze che erano molto simili se non uguali per paesi diversi: carne macinata e piccoli pescetti da mangiare con nsima (una specie di polenta simile a fufu il cui nome cambia per ogni paese) cera sia per Zambia che per Malawi e Zimbabwe. Pilau rice con pomodori e peperoni (fatti tipo a insalata). Infine, le “fat cakes” (una specie di zeppole fritte sferiche che raggiungono le dimensioni di un pugno) con dentro un po’ di carne macinata (Eswatini) o senza niente e leggermente dolci (DRC).

Dell’Africa Occidentale c’erano invece una specie di uova strapazzate, e ci siamo fatte spiegare da Hannah (Liberia) cosa fossero i vari oggetti in esposizione. Oltre a uno xilofono, c’erano dei dipinti, bei vestiti colorati e una campana per chiamare le persone del villaggio. Ma il migliore stand è stato quello angolano (nonostante non vi fosse cibo), dove Gizelda presentava il suo paese con la sua solita vivacità. Ci ha fatto partecipare attivamente con varie “challenge”. Ad esempio, dovevamo pronunciare parole in portoghese e Umbundu (una delle varie lingue), e ci ha fatto provare vari balletti. Era fantastica.

Un pomeriggio piovoso, concluso con una bella cena, nella kantine addobbata con innumerevoli bandiere del continente africano, a base di pollo, riso jollof e baklava. Dopodiché preparativi per lo show: la ricerca dei vestiti giusti e stretching. Alle sette e mezza le luci si sono accese sul palco. Facce fiere, balletti con vestiti colorati, poesie e canzoni si sono susseguite. Il primo balletto che go fatto è stato “Dorica” con Lydia dallo Zambia, poi mi sono divertita a guardare Liva che ballava il Sibhaca (Eswatini), e sgambettava in un modo molto “tribale”. Tutt’altro è stata invece la danza di me e Jose, che era un mix di acrobatica, contemporanea e hip hop. Avevamo associato una serie di movimenti tra cui verticali, ruote, salti mortali, onde, spaccate e salti alla bellissima canzone “Mache Becif”, metà in berbero e metà in francese.

Dopo la pausa c’è stata una bella canzone del Western Sahara cantata metà in arabo e metà in spagnolo. Poi il nostro balletto senegalese “Sibam”, ovvero “ballare come una pecora” e per finire un bel balletto “Azonto” dove siamo finiti tutti sul palco a ballare. E così è terminata l’ultima giornata culturale a cui avrei assistito ad RCN.

Finti Esami, Nipebu e mezza maratona

L’avvenimento principale di febbraio (tralasciando lo Snow Cave PBL) è stata la simulazione degli esami. Una settimana intera di prove per ciascuna delle nostre materie (a parte teatro), fatta in modo di riprodurre l’atmosfera dei veri esami IB a maggio. Fino a quattro giorni prima del mio primo esame ero troppo tranquilla. Poi mi sono resa conto che dovevo studiare due intere sezioni del libro di geografia che non avevo mai letto e quindi mi sono messa sotto. Per quattro giorni interi non ho fatto altro che leggere, prendere appunti, ripetere, ripetere, ripetere e allenarmi sui quesiti degli anni scorsi. Non avevo mai studiato così tanto in così poco tempo e così bene. A dire il vero mi è stato molto interessante, e fare i “past papers” era quasi divertente. In particolare, mi è piaciuto molto il capitolo di geografia su “Food and Health”, dove si parlava proprio delle cose che mi interessano, ad esempio carne coltivata, OGM, agricoltura verticale e spreco di cibo.

Lunedì 25 febbraio avevo l’esame di geografia ed ero prontissima. Abbiamo iniziato alle 2 e finito alle 6 del pomeriggio con solo una pausa breve durante la quale abbiamo mangiato biscotti, mango, fragole e uva che ci aveva fatto trovare Daniel. Soprattutto il rush finale quando ho scritto un saggio breve è stato molto intenso: la mano mi doleva e il tempo stringeva. Una volta finito il tutto sono uscita dalla Høegh insieme a Liva e mi sentivo come se avessi finito tutti gli esami IB. Ero felicissima e avevo così tanta energia che saltavo e correvo come una pazza.

Gli altri esami (inglese, ESS e matematica) li ho presi molto meno sul serio dato che non ero riuscita a prepararmi. E una volta che mi mancava solo spagnolo era praticamente fatta. Finire gli esami, anche se era stata solo una simulazione, è stata una bellissima sensazione e c’era da festeggiare. Abbiamo quindi organizzato (un po’ all’ultimo momento) un’escursione con pernottamento. Venerdì pomeriggio ci siamo fatti dare un passaggio dal college bus a Dale, dove siamo andati al supermercato per riempire i nostri zaini di cibo. Poi ci siamo messi in cammino. Eravamo io, Liva, Nynke (il magico trio che un bel pomeriggio si era ritrovato sulla montagna dietro la scuola senza sapere come scendere), Linnea, Amber (una primo anno dal Belize) e Asbjørn (il danese alto che conviene portarsi negli outdoors dato che ha tutto e sa tutto). Dopo aver raggiunto il fantastico ponte di Dale (che sembra quello di San Francisco), ci siamo addentrati nella foresta in fila indiana, e dopo un’oretta abbiamo raggiunto la maestosa cascata alta centinaia di metri che di solito si vede solo in lontananza dalla parte opposta del fiordo. Era una giornata gloriosa: il sole splendeva come fosse arrivata la primavera ed eravamo circondati dal verde. Ma nell’arco di dieci minuti è cambiato tutto: ci siamo ritrovati in una valle innevata a camminare a passi pesanti nel bianco, con fiocchi di neve che ci posavano su di noi. Poi è arrivata una specie di nebbia e pensavamo di esserci persi. Siamo tornati indietro e per fortuna mentre camminavamo ho visto un segno rosso su un albero che indicava dove procedere. Avevo fatto il mio contributo. In cambio ero la più lenta a camminare, soprattutto in salita. E di salita ce n’è stata molta, finché siamo riusciti a oltrepassare due vallate intere e ci siamo ritrovati su un vasto acrocoro che mi sembrava di stare nell’Artico. La neve abbondante copriva tutto e arrivava ormai ai fianchi, di alberi non c’era più traccia. Era addirittura in corso una tempesta di neve e quindi mi sembrava proprio di essere tornata alla famosa spedizione di Outdoor Leadership, considerando anche che non sapevamo esattamente come raggiungere la nostra meta. Ma d’un tratto comparve, fra il bianco e le occasionali rocce, il nostro rifugio in legno scuro chiamato Nipebu. Era una meraviglia: la tempesta era ormai finita e il cielo aveva assunto i colori del tramonto, che brillavano sopra la neve e l’esteso lago ghiacciato anch’esso tutto bianco.

Mi ero innamorata del rifugio a prima vista, ma ancora di più quando vi sono entrata. Tutto era in legno: dal tetto al pavimento alla cucina. C’era un bellissimo divano vicino alle finestre da cui entrava una luce magica. Oltre a essere bello era anche ben fornito: dalle posate ai fiammiferi allo zucchero, c’era tutto. L’unico problema: il freddo (sembrava quasi più gelido dentro che fuori). Per fortuna Nynke ha avviato la stufa mentre noi ci siamo imbacuccate nelle pesanti coperte di lana. Ma nonostante il freddo era molto molto “cozy”, dato che non c’era elettricità e quindi tutta la luce era data da candele e candeline. Verso le 7 abbiamo iniziato a cucinare in grande stile (il sushi che ci eravamo portate io e Liva era solo un antipasto), dato che c’erano dei veri e propri fornelli a gas (che non avevo mai visto in Norvegia). Abbiamo fatto un buon cous cous, poi pasta con pesto e infine “spicy noodles”, che erano così piccanti che Liva pensava di morire e quando le hanno dato un po’ d’acqua dicendole che era vodka ci ha creduto e ha esclamato: “diventero super ubriaca!”. Ma invece niente festa (a parte il concertino con la chitarra di Nynke), dato che eravamo stanchi e infreddoliti. Pensate, avevo così poca voglia di muovermi che ho dormito lì sul divano, e mi sono alzata di scatto solo a un certo punto della notte quando pensavo che stesse uscendo fuoco dalla stufa.

La mattina dopo eravamo non troppo riposati ma di ottimo umore e abbiamo fatto una ricca colazione con porridge e frutta e poi coco pops. Splendeva il sole e non vedevamo l’ora di uscire, ma prima dovevamo fare una bella pulizia (si paga meno di 15 euro per dormire nel rifugio ma sono gli ospiti a doverlo tenere in ottime condizioni). Finito e impacchettato tutto eravamo di nuovo con gli zaini in spalla. Il cielo era azzurro e limpidissimo ed eravamo sul nostro vasto altopiano innevato: mi sentivo come in cima al mondo. Man mano che scendevamo di altitudine il tempo era sempre più brutto e la natura sempre più grigia e marrone. Una volta raggiunto il ponte dove tutto aveva preso inizio, il cielo era ormai coperto da nuvole grigie. Il tempo perfetto per andare al “Dale Cafè”, del quale Liva aveva parlato con entusiasmo per giorni. Era molto piacevole stare al calduccio, bere un thè caldo e avere a disposizione un bagno vero e proprio. Per tornare al campus ci siamo divisi in coppie e abbiamo fatto autostop. A me e Liva ha dato un passaggio Arne che lavora al collegio, mentre Alessandro è dovuto andare a prendere Nynke e Linnèa. Ma in realtà siamo tornati come un vero e proprio gruppo, infatti abbiamo anche cenato assieme. Di sera piscina (dove oltre a nuotare ho anche imparato a “bloccare” l’acqua dello scivolo per poi andare più veloce). Infine, io e Liva abbiamo aiutato Jose con la pianificazione del suo “Dance Show” e poi sono crollata dal sonno.

Domenica il tempo era bellissimo e quindi ho fatto il primo giro in bici dell’anno, insieme a Miranda. Peccato che dopo neanche cinque minuti era già stanca e quindi abbiamo passato la maggior parte del tempo sedute su delle rocce vicino a un ponte e una rapida, lontano dalla strada principale, a fare una specie di picnic (con frutta). Prendevo il sole mentre lei mi raccontava delle sue “anime” preferite. Se c’è qualcuno che mi permette di capire com’è essere una madre, è Miranda, la mia bambina.

Sempre nel weekend ci è arrivata una buona notizia per “DROP”: abbiamo vinto 1000$ tramite “GO MAD” (Go Make A Difference), un concorso per studenti UWC a cui avevamo fatto domanda per realizzare un progetto chiamato “Innovation Center” alla nostra scuola in Ghana. È stata un’ottima notizia, anche perché ad un’altra competizione norvegese per giovani imprenditori a Nordfjoreid (“Ungt Enterpreneurskap”) avevamo vinto solo 50 euro.

Durante la settimana seguente (11-15 marzo) nessun avvenimento speciale, a parte un breakdown artistico, quasi spirituale, quando ho provato a entrare (senza riuscirci) nel mondo di Pina Bausch per la mia “Solo Performance” di teatro.

Venerdì avevamo il “Nordic Global Concern”: una giornata con presentazioni e workshop, su argomenti interessanti come immigrazione, riciclaggio e Janteloven (la legge di comportamento Scandinava secondo la quale non bisogna pensare di essere migliore degli altri). Era il 15 marzo, giornata in cui migliaia di bambini e ragazzi hanno partecipato al “Climate Strike for Future”. Non aveva senso saltare il “GC”, ma c’era da fare qualcosa, e il risultato è stato questo:

https://www.youtube.com/watch?v=qpD5uOYX5cI&feature=youtu.be

Sabato c’era la mezza maratona in solidarietà con il Western Sahara. Considerando che non mi ero allenata per niente, è andata molto bene: ho corso per la maggior parte del tempo e in totale ho impiegato due ore e mezza. A salvarmi sono state due cose: la musica e la natura. E ovviamente anche arrivare alla meta (tra l’altro, molto interessante, sentendomi come se fossi appena partita) è stato fantastico. Per le 48 ore seguenti non riuscivo a camminare normalmente. Meno male che pioveva e ho passato il resto del fine settimana dalla host family, a dipingere, mangiare, giocare con i bambini e guardare film.

Snow cave

A volte è come se il tempo ci volesse fare un dispetto: mentre venerdì (con un’interessante discussione sul tema dell’aborto e poi un Reggae Party) c’era stato il sole, sabato pioveva a dirotto. E proprio sabato partivo per un viaggio outdoor serio, il primo dopo tanto tempo. Era arrivato il momento del mio ultimo PBL (“Project Based Learning”): lo Snow cave Trip. Un’escursione di tre giorni sugli sci (fin là tutto normale) con pernottamento in una grotta di neve scavata da noi studenti (!!!)

Alle 10 di mattina del 15 febbraio mi trovavo quindi nel pulmino diretto alle montagne insieme a Nynke (una olandese insieme a cui avevo fatto il corso Outdoor Leadership), Asbjørn (“la montagna più alta della Danimarca” – un danese rosso di capelli e alto letteralmente due metri), Tashi (uno tibetano) e Alistair (il vicerettore della scuola, chiamato “U Pelat” da Alby e Fra).

Eravamo un po’ preoccupati dato che non solo pioveva, ma aveva anche fatto così caldo nei giorni precedenti che tantissima neve si era sciolta. Nei dintorni di Flekke non ce n’era infatti quasi più. Eravamo diretti a Gaularfjellet, il posto dove avevo fatto il primo viaggio Outdoor Leadership nell’autunno 2017 e dove eravamo tornati nell’inverno 2018 a campeggiare nella neve. Ora, esattamente un anno più tardi, il posto era ancora una volta allo stesso tempo riconoscibile e irriconoscibile dato che era solo parzialmente coperto di neve. Con gli zaini in spalla e gli sci ai piedi ci siamo messi a camminare, e mi chiedevo come sarebbe stato possibile fare una grotta di neve con meno di mezzo metro di neve. Ma dopo solo mezzora, Alistair, un po’ sconcertato, ci ha mostrato un pendio di circa venti metri, largo non più di dieci metri e inclinato di circa 20 gradi, che sembrava tutto coperto di neve. Era incredibile: con una sonda per la neve ne abbiamo misurato la profondità ed era ben più di cinque metri. Molto probabilmente, quell’area era una specie di bacino di raccolta della neve che veniva spazzata dal vento. Condizioni perfette per scavarvi una grotta.

Dopo pranzo ci siamo subito messi al lavoro, ciascuno di noi munito di palette di metallo, con un unico scopo: spostare neve. In caso vi servisse per il futuro, ecco come si scava una grotta di neve. Prima di tutto si crea un tunnel rettangolare (largo quanto una persona e alto un metro e mezzo) verso il basso. Una persona scava e butta la neve indietro, l’altra sposta la neve ancora più indietro. Una volta che il tunnel è lungo almeno un metro si continua a togliere neve, ma solo dalla metà superiore, creando una specie di piattaforma che alla fine viene lunga un paio di metri. Da questa piattaforma si inizia a scavare anche ai lati, in modo da creare una “camera da letto” perpendicolare al tunnel iniziale che può essere anche molto grande.

Nel nostro caso, una volta che era abbastanza grande per entrare, ci siamo ritrovati in tre a scavare la “camera da letto”, buttando i blocchi di neve nel tunnel, dove due persone li buttavano ancora più indietro per fare sì che il tunnel non si bloccasse con i vari metri cubi di neve che stavamo spostando. Io ero dentro alla grotta, a infilzare la paletta nella neve che era praticamente ghiaccio sperando che se ne staccasse un po’. Serviva una gran forza di spalle e di braccia, mentre per spalare la neve fuori (cosa che avevo fatto precedentemente per più di un’ora) ci si spaccava la schiena.

Se non fosse stata per Asbjørn, che è la persona più “outdoorsy” che conosca, ci avremmo messo più di quattro ore. Ma dopo “solo” tre ore e mezza stavamo già rifinendo gli ultimi dettagli: un bel “soffitto” arrotondato e un bel “pavimento” liscio. L’area della grotta era giusto quella dei nostri cinque materassini messi uno a fianco all’altro in direzione parallela al tunnel, e l’altezza era di circa un metro, giusto per riuscirci a stare seduti. Sembrava di stare in un igloo, considerando anche che in alcuni punti c’erano degli spiragli di luce azzurra (nonostante il cielo fosse grigio!) che in qualche modo erano riusciti a attraversare i nostri quaranta centimetri di “tetto”.

L’anticamera della grotta era coperta da un grande telo bianco di plastica. Era composta da due panche di neve con dietro mura di neve (tutta la neve che avevamo scavato) ed era praticamente la nostra cucina.

Ne era valsa la pena, anche se eravamo completamente fradici dal sudore, dalla pioggia (si, aveva piovuto tutto il pomeriggio) e dalla neve che avevamo disseppellito. Tutto questo più un bel freddo hanno fatto sì che una tazza di zuppa al pomodoro calda con noodles fosse la cosa più buona e piacevole al mondo. Dopodiché un po’ di corsa sul posto per scaldarsi e poi dritti nei sacchi a pelo, una tazza di cioccolata calda e infine sogni d’oro.

Non so se definirli “oro”, ma sogni (sottolineando il plurale) definitivamente sono stati: mi sono svegliata penso ogni ora, cambiando posizione e muovendomi per scaldarmi e poi riaddormentarmi, facendo ogni volta un sogno nuovo. Dopo dieci ore di sonno ci siamo svegliati e abbiamo scaldato l’acqua per fare un bel porridge con uvetta per colazione. Dopodiché siamo andati a sciare, sotto un cielo grigio chiaro che si abbinava perfettamente al bianco della neve e al marrone degli alberi spogli. Sciavamo praticamente sulla strada in cui d’estate si va in macchina, e dopo poco abbiamo raggiunto un lago stupendo che era tutto ghiacciato e era di un colore turchese chiaro stupendo. Un po’ più in su si sentiva scrosciare una cascata.

Abbiamo raggiunto il posto che mi ricordavo benissimo dato che era dove era cominciata la prima camminata con Outdoor Leadership. Faceva impressione pensare che in estate sarebbe stato di nuovo tutto verde e splendente. In quel momento anche era bello, ma ovviamente in modo molto più sobrio e incolore.

Abbiamo pranzato vicino ad una roccia nel punto più alto della valle dove stavamo sciando. Dopodiché, abbiamo tolto la “pelle” da sotto gli sci e praticamente iniziato a fare sci di discesa. Prima, su vaste superfici bianche con qua e là delle rocce, facendo grandi curve (e cadendo un paio di volte), poi percorrendo la strada più o meno dritta da cui si aveva una fantastica vista su fiumi, laghi e le imponenti montagne bianche e rocciose che ci circondavano.

Nel pomeriggio ci siamo rimessi al lavoro dato che il tetto della nostra caverna si era letteralmente abbassato durante la notte dato che la neve si era probabilmente compattata. Poi abbiamo fatto una breve sciata al fiume per prendere un po’ d’acqua, trovandoci spesso a dover camminare con gli sci su alcune rocce coperte di piante erbacee. E d’un tratto è uscito il sole che però illuminava solo certi punti più in alto rispetto a noi, che quindi abbiamo provato a raggiungere senza successo. Era comunque fantastico: ci siamo seduti su una roccia a osservare i vari strati di nuvole che viaggiavano, alcuni velocemente altri lentamente, alcune erano grigie scuro mentre, altre, illuminate dal sole, praticamente arancioni. E poi c’era una nuvola, allungata, che praticamente veniva accompagnata per la sua intera lunghezza da un arcobaleno. Mai vista una cosa simile.

Per cena cous cous e una sorpresa: il cielo era diventato limpido. Dopo aver mangiato abbiamo messo su gli sci. Era ormai buio ed erano tornate un paio di nuvolette, ma era incredibilmente bello. La luna attirava tutta l’attenzione ed era così luminosa che le nostre torce erano superflue. Era così brillante che rendeva lucenti i bordi delle nuvole e delle montagne, e pure la neve sembrava quasi splendente. Siamo saliti per un lato della valle, avvicinandoci un po’ al cielo per poi discendere sfrecciando sulla neve morbida.

Poi ci siamo fiondati nei nostri sacchi a pelo, ad ascoltare Alistair che stranamente non parlava del Sudafrica o di avvoltoi ma di Arne Naess, ed è stata come una storia della buonanotte. La seconda nottata per fortuna è stata più calda, e pure più lunga dato che abbiamo dormito tredici ore. Poi colazione: porridge con cioccolata e rooibos.

In mattinata un giro per le alte con gli sci, sotto un cielo nuvoloso e accompagnati dal vento. Ho avuto modo di perfezionare la mia tecnica per andare in salita a spina di pesce o a sci paralleli, e abbiamo parlato di albedo e animali nella neve. Le montagne, sia quelle proprio vicino a noi che quelle più in lontananza, mi facevano venire una gran voglia di andare più su, più in alto. Ad ogni modo, il paesaggio era assolutamente perfetto. Nonostante la neve non fosse abbondante, non ne avrei aggiunta altra per motivi estetici dato le rocce erano come macchie eleganti nel bianco.

Una volta tornati alla caverna abbiamo pranzato e fatto gli zaini. Poi ha iniziato a piovere e abbiamo salutato la nostra costruzione. Abbiamo percorso la strada di ritorno come fosse un tapis roulant, dato che non c’era bisogno di fare niente: la strada era ripida il giusto e gli zaini pesanti facevano sì che gli sci viaggiassero da soli.

E d’un tratto era tutto finito. È arrivato l’autobus e siamo tornati a Flekke. Per quanto mi riguarda, con una grande voglia di fare più escursioni del genere.

2019

Con le cuffiette da cui si sente “Strawberry Fields Forever” nelle orecchie scrivo il primo blog dell’anno. Si, ho fatto una lunga pausa coincidente con le vacanze di Natale (che sì, sono durate molto tempo) e oltre. Ora mi trovo però di nuovo in Norvegia, seduta nel mio angolino che ho ri-decorato attaccando 43 nuove cartoline.

Il viaggio di ritorno è stato piuttosto epico. Quello che doveva essere uno scalo di 40 minuti a Parigi è diventato uno scalo di sette ore nei Paesi Bassi. Ma io, Carlotta e Anita non siamo mica state sette ore nell’aeroporto di Amsterdam! Abbiamo visitato Leiden, una deliziosa cittadina che proprio solo olandese poteva essere, con canali, casette di mattoncini e tante bici.

A mezzanotte siamo arrivate a Bergen, contente di non trovare posto in bus perché così abbiamo passato la notte in albergo. Peccato che è stato solo per cinque ore perché vi siamo arrivate alle 2 con Barbara, e la mattina dopo abbiamo preso la barca alle otto. Sono stata profondamente scioccata dal buio mattutino, cha ha dato spazio a una bella giornata dal cielo azzurro appena verso le 10.

La neve c’era purtroppo solo ad altitudine elevata, ma il paesaggio era comunque mozzafiato. Nel momento in cui ho rivisto il campus mi sembrava di averlo lasciato appena un paio di ore prima. E invece ero partita a fine novembre, dopo le indimenticabili giornate vissute in un soleggiato regno dei ghiacci…

Un riepilogo delle vacanze natalizie

Il sole incontrato dopo essere sbarcata (si fa per dire, intendo volata) in Grecia mi ha scaldato il cuore. Rivedere Vicky, la mia adorata compagnia di stanza del primo anno, non poteva che farmi piangere e mi sono innamorata anche della sua famiglia, composta da Jula, Stelios e i gemelli Dora e Dimitri (detto anche Jim).

Ci ha raggiunte anche Helen (la mia seconda anno tedesca) e abbiamo passato una bella settimana ad Atene, svegliandoci ogni giorno alle 11 (al più presto), girando per la città (non potevano mancare l’Acropoli e le casette sottostanti che mi sembrava di stare su un’isola greca), parlando, cucinando e mangiando.

In questo momento Vicky è partita per una nuova avventura su una barca nell’Oceano Pacifico con cui girerà il mondo, dato che ha ottenuto una borsa di studio per “Semester at Sea”. Ve l’ho detto che è fantastica.

Dopo essere tornata per un paio di giorni a Trieste, siamo ripartiti per la Germania e abbiamo passato dei bei giorni a Wiesbaden, con Abdelkarim e varie visite da Harput (ristorante turco). Poi di nuovo a Trieste, finché siamo scesi giù per Natale. A Napoli la temperatura era come ad Atene e mi sembrava che fosse primavera. Per fortuna abbiamo camminato abbastanza compensando le grandi abbuffate. Il pranzo di Natale è durato cinque ore: siamo partiti con gli antipasti dal paese, passando per pasta al sugo, salsiccia e friarielli, agnello e parmigiana. Per digerire finocchi, poi frutta fresca e secca e infine dolci (cannoli dalla Sicilia).

Il commento di uno zio a riguardo di quanto fossi grassa (non per via del pranzo): “Sara, esci da questo corpo!”. Infatti, ora sono a dieta: no zuccheri e niente pasti fuori dai pasti.

Il regalo di Natale più bello è stato stare con la famiglia, ma anche essere stata accettata a College of the Atlantic (COA) con borsa di studio non è stato male.

È arrivato il 2019 e nonostante stia per finire questo decennio io sono rimasta al 2012 se mi baso sulla mia percezione del tempo. Anche se c’è da dire che tanto è cambiato e tanto cambierà.

Il pensiero che a maggio lascerò il collegio mi ha fatto sentire molta pressione quando sono tornata a Flekke a gennaio. Ho ripreso ad andare a scuola con l’impellenza di vivere ogni giorno al meglio, dal punto di vista sociale e “UWC”. Peccato che è andata proprio al contrario. Il fatto di essere stata accettata a COA è stato allo stesso tempo una meraviglia e una maledizione. Ero così ansiosa di andare nel Maine che non solo avevo deciso di eliminare l’anno sabbatico, ma anche non vedevo più il senso di stare ancora in Norvegia.

La mia motivazione in quanto allo studio era più o meno pari a zero. Ma molto più tragicamente anche la mia motivazione di fare tutto il resto lo era.

E quindi ho passato un mese di gennaio non solo buio ma anche triste e pieno di pentimenti. L’unico bel ricordo di prima che arrivasse la neve è stata una passeggiata a “the rock” durante la quale a un certo punto è scomparso il campus che si trovava ad alcune centinaia di metri sotto di me. Ho visto letteralmente un mare di nuvole viaggiare proprio verso di me e coprire tutto ciò che mi sottostava. Era appena la seconda volta che vedevo un evento simile: la prima volta era stata un paio di settimane prima, quando Trieste era scomparsa sotto un cielo rosa-rosso ed un mare di cotone.

Poi è arrivata la neve a Flekke come un imbianchino. Belle le mattine in cui andavo a scuola alle nove e mezza (avendo spesso il primo blocco di lezione libero) osservando gli alberi innevati, circondata da una quiete come se i bianchi fiocchi di neve avessero assorbito ogni suono.

Il periodo della neve è stato caratterizzato da un gran contrasto: quando era buio (cioè spesso) o nevicava (cioè spesso) ho passato molto tempo in stanza, nel mio angolino, a luce debole, a guardare film o serie. C’era qualcosa in me che mi impediva di fare qualsiasi altra cosa.

D’altra parte, ci sono state anche gloriose giornate (di cui alcune pure soleggiate) passate all’aria aperta. Sono andata a sciare varie volte, ad esempio due volte di venerdì con i “Knights” (il gruppo studentesco che fa sport con studenti diversamente abili) a Langeland. Entrambe le volte sono finita per completare il giro di 5km insieme a Liva, ammirando il paesaggio e il tramonto (e arrivando sempre in ritardo).

Un bel sabato invece abbiamo organizzato noi “outdoor leaders” una sciata a Norddalen. È venuta anche la mia compagna di stanza Paola da El Salvador che ha imparato a sciare in un battibaleno. Per pranzo abbiamo fatto un fuoco grazie al quale, più che scaldarci noi stessi, abbiamo scaldato pane con burro, zucchero e cannella. Poi abbiamo costruito una rampa e fatto salti con gli sci. Ma la parte più bella del giorno è stata affrontare una lunga pista in salita per poi trovarsi in alto sulle montagne, con quella bella sensazione di essere alla scoperta di nuovi orizzonti.

Un venerdì ho invece fatto Nordic Walking con le ciaspole insieme a Sid, Aya e Summer, la prof canadese di filosofia e inglese, più in forma di tutti noi studenti messi assieme. Abbiamo percorso il vecchio sentiero per Dale, che passa proprio in mezzo alla valle innevata. Il bello era che nonostante stessimo camminando in direzione parallela ad una strada percorsa mille volte in macchina/autobus/bici, mi sentivo come se fossi in un posto nuovo. È fondamentale cambiare prospettiva.

Mi era piaciuto così tanto che ci sono tornata domenica, nel pomeriggio di una bellissima giornata soleggiata. Con gli sci di fondo ai piedi, ho percorso i brillanti campi innevati in direzione Flekke e poi in direzione Dale per infine fare una gran salita con gli sci “a spina di pesce” e ritrovarmi davanti ad un fantastico tramonto.

I momenti passati nella natura sono sempre i più belli, ma penso che devo raccontare anche di eventi al college. A gennaio c’è stata la serata “Prom”, a cui sono andata con Jose (Venezuela) che mi aveva invitata. Da ricordare anche una bella cena di stanza in cui abbiamo mangiato di tutto e di più: pasta, dosa indiani, popusas di El Salvador, hummus, alghe e medusa.

Poi c’è stata “Religion Week”, una settimana con interessanti ospiti, seminari e discussioni, ad esempio su come vengono rappresentate le donne nelle varie religioni, e un fantastico concerto finale con bellissime canzoni del coro. Di performance ce ne sono state anche tante ad “RCN’s Got Talent”, dove ho cantato, o meglio rappato, la canzone “Kaymak”, che è in turco.

Un altro evento molto carino è stato l’inizio del nuovo anno lunare, per il quale hanno allestito la Høegh con decorazioni cinesi, vietnamite ecc. e si potevano fare varie attività tipo scrivere i caratteri cinesi, bere thè, mangiare, suonare il flauto cinese o farsi predire il futuro.

E poi, non so esattamente quando, è arrivato un momento (o meglio una serie di eventi) o semplicemente una forza divina che ha fatto riaccendere la fiamma in me. Mi sono rinnamorata di RCN.

Era un venerdì sera e dovevamo fare delle torte al cioccolato per un qualche evento di DROP. Eravamo in cinque: io, Jose dal Costa Rica (quello con cui faccio le lezioni di danza “SaseJos” e quindi lui giustamente mi chiama “SaseJos“, che si pronuncia tipo “Saaasiijoooos!!!”), Liva (che Jose chiama amorevolmente “Latvia”. In più, al posto di dire “Latvian” per indicare il lettone, dice “Lesbian”), Liced (Colombia), e Gaby (El Salvador). Sarà che le torte non sono riuscite per niente bene, ma quella serata ho riso tantissimo. Jose cercava di imparare l’italiano: “Mi piace la mela, mi piace la pera, mi piaci tu” e Liva rispondeva “Ciao bella!!!”.

Insomma, da quel punto in avanti è stato tutto più… leggero. Ho addirittura iniziato a studiare con voglia, ad esempio i capitoli di “Global Interactions” di geografia, e mi sono perfino divertita.

Un evento fantastico (e molto “UWC”) che mi ha fatto pensare e riflettere che era una bellezza è stata la “Gender Week”. In particolare, c’è stata una serata di discussione sul tema “mascolinità” che mi ha veramente aperto gli occhi. Ad esempio, ho imparato il termine “mansplaining”, che indica l’atteggiamento paternalistico di alcuni uomini quando spiegano a una donna qualcosa di ovvio, oppure qualcosa di cui lei è esperta, perché pensano di saperne sempre e comunque più di lei oppure che lei non capisca davvero. Da là è stato un susseguirsi di dubbi, domande e curiosità ma soprattutto la realizzazione che l’imparità dei sessi e forse uno dei concetti più radicati nella società.

Sabato 9 febbraio ho potuto partecipare al grande evento annuale che mi ero persa l’anno prima: i Vagina Monologues. Tratta dall’omonima opera teatrale di Eve Ensler, è stata una performance con testi sul femminismo, sull’essere donna, sugli abusi sessuali, sulla parità dei sessi, sulla sessualità, o semplicemente sulla vagina. La maggior parte dei testi era stata scritta dagli studenti stessi che li hanno presentati. Io avevo preso un pezzo originale dell’opera trasformandolo in un rap intitolato “My Angry Vagina”.

Mi è piaciuto tantissimo sia esibirmi che stare là sul palco ad ascoltare storie, interviste e poesie ma anche Sandra che ha presentato una varietà di modi di gemere. Siamo passati dai momenti più seri e tristi a momenti di incredulità alla quiete alle risate più forti. Un ottovolante di emozioni. Proprio come la vita ad RCN.