Ecco com’è (stato per me) tornare a casa dopo sei mesi di Norvegia

Non volava una mosca: il campus era deserto, nonostante ci fossimo ancora quasi tutti. Non ho idea di come la gente abbia passato le ultime ore al collegio. Io, chi l’avrebbe mai detto, ho lavorato un po’. Ma la parte più bella è stata quando io e Geireann siamo finiti a prendere un thè con Mariangela e Alessandro a casa loro. Verso le cinque e mezza abbiamo percorso il tragitto da casa a mensa, ed ero incredula al pensiero che sarebbe stata l’ultima volta dopo sei un semestre.

Gli autobus ci stavano già aspettando e non vedevo l’ora di salirvi. Dopo una cena tutt’altro che sana è arrivato il momento di scambiarsi i saluti con i prof. Con alcuni sapevo che non li avrei rivisti per un bel po’ di tempo (o addirittura se li avrei rivisti), altri che appena li ho abbracciati ho pensato a quando ci saremmo rivisti (e già non ne vedevo l’ora).

Gli ultimi saluti dall’autobus. Poi, senza rimpianti (si sperava), ci siamo lasciati RCN alle spalle. La scelta del pullman era stata strategica: ero in quello praticamente vuoto, e mi sono resa conto perché mi piaceva così tanto: non avevo più voglia di essere (almeno per un po’) parte della massa di ragazzi e ragazze che siamo, per quanto ci possano definire unici ad uno ad uno.

A proposito di persone uniche, sono finita seduta in prima fila proprio vicino a Mir Andas, una delle persone più interessanti e divertenti, con cui mi piace moltissimo parlare. Adoro quando lei mi fa ridere, cioè quasi sempre, e adoro farla ridere, cioè a volte. Mi sono goduta il paesaggio chiacchierando, discutendo e ridendo con lei. Abbiamo anche scritto una canzone, ovvero adattato il testo di “12 Days Of Christmas” in versione estiva di RCN (con EE, IAs e SATs).

Ma la parte più spettacolare del viaggio è stata quando abbiamo preso (preso, non perso) il traghetto. Mi sono messa a prua più in alto possibile e ho guardato l’acqua scura del fiordo scorrere veloce sotto di noi, mentre è inaspettatamente sbucato fuori il sole dalle nuvole bianche.

Pian piano ci siamo avvicinati alla civiltà, e abbiamo attraversato Bergen su cui si era espanso un cielo di colori caldi, un cielo più aperto di quello che sorveglia il campus (delimitato dalle montagne).

L’arrivo all’aeroporto non è stato granché gioioso: come programmato ho preso la valigia, mi sono seduta e ho iniziato a lavorare. Magari. Io ci ho provato, ma c’era troppo via vai e non vi ero abituata per niente. E poi mi è venuto il raffreddore. A momento proprio più perfetto… Dopo alcune ore di tormento mi sono resa conto di essere nella fantastica situazione di non riuscire né a dormire né a lavorare. Ma ho optato per dare una chance alla prima opzione. Mi sono distesa sulle sedie appoggiata sulla valigia, ed ero contenta di avere una mascherina per la “notte” (il cielo si è inscurito verso l’una). Dopo essere stata distesa senza successo, ho notato come io, la valigia e il sedile di legno siamo diventati una cosa sola, e una strana posizione mi ha permesso di dormire per dei frammenti di tempo. Ogni volta che mi svegliavo speravo fossero passate almeno un paio ore, ma non mai sono stata accontentata. Alle 4 e mezza, proprio mentre stavo facendo il record di dormita (di più di mezzora), mi ha svegliata Liva, che non aveva dormito affatto. Mi sono alzata e siamo andate al check-in, dove abbiamo incontrato anche Madhulika e la famiglia.

Un abbraccio forte (o due) a Liva, alcuni auguri di buone vacanze ad altre persone, ed era ora di incamminarsi al gate. Molto stranamente, noi italiani avevamo tutti voli diversi. Alberto sapevo che l’avrei incontrato Trieste, Francesco pensavo che l’avrei rivisto ad agosto, ma me lo sono trovata di fronte un paio d’ore dopo a Copenhagen, mentre stavo seduta a qualche gate a caso che si è rivelato essere quello di Roma. Che coincidenza.

E proprio quando ho visto la scritta “Rome”, mi sono tristemente resa conto che avrei preferito che fosse quella la mia destinazione piuttosto che Trieste. Sarà il fatto che Trieste (e casa mia) mi sembrano sempre uguali, e/o il fatto che vivendo all’estero, quando torno a casa vorrei un’Italia più “verace” (parola che di solito associo solo al cibo ma spero capiate cosa intendo dire).

Di montagne ce ne sono definitivamente abbastanza, se non troppe, in Norvegia, ma quando ho visto le Alpi erano ovviamente tutt’un’altra cosa, ed erano bellissime. Poco dopo però, mi ha fatto ancora più piacere rivedere un po’ di pianura (il tipo di paesaggio che di solito non mi attrae particolarmente).

E ancora più stranamente, mentre ascoltavo Lucio Battisti e continuavo a guardare fuori dal finestrino dell’aereo, ho addirittura pensato quanto fosse “bello” che il paesaggio fosse così infestato da edifici e altre costruzioni artificiali e strade. A volte vivere troppo nella natura fa male.

E quindi guardavo le industrie e pensavo “che bello” fin quando è iniziata la laguna veneta e mi sono ricordata di essere al Nord, ma nonostante ciò è carino bello atterrare a Venezia. Dopo i soliti momenti di incertezza a pensare se e quando arriverà la propria valigia al nastro, sono uscita e pensavo di trovare mia mamma. Ma niente. Pensando che volesse “vendicarsi” per tutte le volte che ero arrivata senza che mi vedesse e l’avevo spaventata, quindi ho fatto un’espressione indifferente e ho continuato a camminare senza guardarmi in giro. D’un tratto mi si è scaraventato contro un essere che mi ha praticamente buttato giù, abbracciato e baciato.

Cinque minuti dopo eravamo in macchina (dopo aver provato un’interessante sensazione chiamata caldo), e mentre mangiavo ciliegie mi facevo raccontare (piuttosto che raccontare io stessa) di tutto e di più.

Ci siamo fermate al supermercato di Duino e trattenendo la voglia di comprare letteralmente tutto non volevo comprare niente. Certo, non ero abituata a tutti quei prodotti, ma me l’ero cavata senza e mi sembrava un po’ eccessivo l’imbarazzo della scelta. La cosa che soprattutto manca in Norvegia è la qualità. Non vero. Anche la varietà. E i prezzi proponibili…

Anche a casa era tutto come sempre, ma a quello mi ero preparata mentalmente in modo da non essere delusa. Il giardino non mi ha deluso, era particolarmente rigoglioso: fiori colorati e tanto verde, ma si vedeva che aveva già fatto (e infatti faceva) molto caldo.

Ho disfatto la valigia molto velocemente e, dopo una doccia,  volevo lavorare, o almeno scrivere un po’, e ci ho veramente provato ma è stato assolutamente impossibile. Mi si chiudevano gli occhi e mi faceva male letteralmente tutto. Sia le parti del corpo che la testa; in più avevo mal di gola e raffreddore. E così mi sono resa conto di essermi ammalata (non so quando) ed essere malata nel mio primo giorno a casa. Un’oretta dopo, dopo aver salutato mio papà e dopo aver visto un po’ di tv con difficoltà, sono caduta in una specie di coma e ho domito per dodici ore. Ero andata a letto che non erano neanche le otto, così presto che non ho neanche potuto provare l’ebbrezza di andare a letto con il buio, cosa che era ovviamente diventata impossibile in Norvegia. Ma ormai la Norvegia era lontana, un ricordo.

Martedì mi sono svegliata e tutto faceva ancora un po’ male, ma era comunque tutto meglio. Mentre la giornata precedente era stata un po’ fosca, il cielo era diventato azzurrissimo, senza una nuvola, e c’era un bel vento. Ho fatto colazione in giardino, dove si stava molto freschi, con un po’ di frutta e insieme ai miei. Era il momento della verità. Da quasi un mese sapevo che a giugno saremmo andati in vacanza da qualche parte e che era una sorpresa, ma nonostante le mie (poche, quasi nulle) ipotesi non ci avevo pensato troppo (anche per non farmi aspettative troppo alte, la chiave di una vita felice, credo).

Un pacchetto regalo. Lo apro e ci sono due capi d’abbigliamento (sto cercando di creare un po’ di tensione nel racconto) e mia mamma dice “scegline uno, l’altro lo prendo io”. In testa esclamo “ah, pensavo che fossero entrambi per me” (figli unici del cavolo) e nello stesso istante mi rendo conto che si tratta di due veli. Due veli che non potevano servire ad altro (nella mia mente) che a coprirsi la testa. Due veli che non potevano servire ad altro (nella mia mente) che a coprirsi la testa in un paese dove è obbligatorio coprirsi la testa. Due veli che non potevano servire ad altro (nella mia mente) che a coprirsi la testa in Iran.

“Capito?” chiede mia mamma. “Ehh” rispondo io, “si?” e pronuncio a bassa voce il nome del paese che, se non è il primo paese al mondo che voglio visitare, è sicuramente nella top 3 (dipende dal momento). Nonostante mia mamma abbia annuito e conseguentemente iniziato a parlarne ininterrottamente, non mi sono per niente resa conto di cosa fosse e, soprattutto, cosa sarebbe successo (ovvero un viaggio di due settimane in uno dei paesi per me più affascinanti). Ma ero felicissima.

Poi mi sono fatta distrarre dal mio primo contatto con la civiltà: una visita ad Aurisina (l’equivalente di Dale!?) per fare delle vaccinazioni e poi un giro nel paesino dove c’era il mercato. Bello osservare, e seguire i discorsi (dal giornalaio, un pugliese: “vi posso lasciare i pomodori secchi che se li viene a prendere l’osmiza più tardi?”), ma, per quanto mi dispiaccia, devo dire che tutto mi sembrava molto, non voglio dire lento, ma noioso.

Per pranzo una bella insalata che desideravo da tanto, e di pomeriggio un po’ di compiti. Nel tardo pomeriggio sono andata a fare una passeggiata con mia mamma (e con la testa ancora un po’ pulsante e un po’ insofferente al caldo, ma cercando di non pensarci perché in Iran si può arrivare a 70 gradi nel deserto oppure sui 40 in città…). Abbiamo anche parlato di come a Teheran praticamente moriremo perché l’aria è così inquinata che respirarla è come fumare quaranta sigarette (e pensare a me, che sono “giovane”, mai fumato e abito in un posto con l’aria perfettamente pura). Infatti ci passeremo solo una notte, e solo perché dobbiamo.

Dopo aver camminato un po’ nel bosco (che non era poi così diverso da quello norvegese, credibile?) siamo arrivate a San Primo e non mi è servito neanche dare un’occhiata al golfo per sapere com’era (non era cambiato niente), infatti poi ho guardato ed era bellissimo.

Di sera è venuto a trovarci mio nonno, e abbiamo fatto una bella cena in giardino con una pasta alla norma (che non sarebbe potuta essere migliore). Eccolo, quel feeling estivo, quando si sta fuori fin quando è totalmente buio (buio! evviva!), a lume di candele e con i versi delle cicale. In tarda serata ho ancora un po’ lavorato e poi ci ho impiegato almeno due ore (e mi parevano pure il doppio) per dormire.

Di mercoledì mi sono svegliata e ho realizzato: Iran. Nonostante sia in arabo e non in farsi, ho messo la canzone “Illa Habibi” e ho incominciato a ballare (con la mia idea molto superficiale del “Medio Oriente”).

Poi siamo andate in città per alcuni appuntamenti medici, e non sono riuscita a godermela tanto, dato che per ogni persona che vedevo pensavo al mio questionario per la tesina di geografia sugli anziani a Trieste (un paio di persone le ho poi effettivamente scelte per farle rispondere). Per pranzo ci siamo viste con la mia amica d’infanzia (da quasi 15 anni), Lucrezia. No, non era per farle il questionario, ma perché era stata via un anno in Cina con Intercultura. È stato molto intrattenente ascoltarla e trovare differenze e similitudini nelle nostre esperienze.

Nel pomeriggio (dopo la visita dal fisioterapista il cui esito è stato che i dolori alla schiena e al polpaccio sono causati anche dallo stress e dall’alimentazione, interessante) è continuata (era incominciata già il giorno precedente) la ricerca molto ardua, se non impossibile di vestiti per l’Iran. Per farla breve, oltre al velo è obbligatorio che si abbia una maglia che copra almeno tre quarti del braccio e arrivi quasi alle ginocchia. Sotto, bisogna portare dei pantaloni (non era difficile da immaginarselo). Mica facile, soprattutto quando le commesse dei negozi ovviamente non sanno i “criteri”. Alla fine siamo riuscite a trovare qualcosa (in più mia mamma si era apposta tenuta delle maglie adatte che non metteva mai ma sapeva che prima o poi sarebbe andata in Iran).

Di sera siamo andate all’ex ospedale psichiatrico, ora roseto di San Giovanni, per un evento della Giornata Internazionale del Rifugiato. Mi ha fatto molto piacere rivedere alcune persone (e conoscerne altre, come Ornella da Napoli), ad esempio Alì dal Pakistan che si è emozionato quando ha scoperto che sarei andata in Iran e mi ha chiesto di portargli delle cose e di pregare per lui quando sarò in una determinata moschea.

Mentre tornavamo a casa in macchina stava giocando l’Iran ai mondiali. Ha perso 1 a 0, MA era la partita contro la Spagna (e hanno detto che si erano difesi benissimo).

Di sera ho avuto una brutta esperienza con excel, dato che volevo fare la tabella per registrare i dati dai questionari. Ci ho messo un po’ a ricordarmi come scrivere le formule per i calcoli (cosa difficilissima che avevo imparato al liceo ma mi ero dimenticata) e sono sorti tutti i problemi possibili. Alla fine (verso l’una di notte) avevo anche capito il metodo, ma era tutt’altro che comodo. E così sono andata a letto super stressata (proprio come se fossi al collegio), e poi mi sono resa conto a quanto tempo avessi perso (per ottenere) e tutte le altre cose che invece avrei potuto e dovuto fare. Ero così snervata e preoccupata che non riuscivo a dormire, ma almeno ho imparato dal mio errore e deciso che non è il massimo lavorare prima di dormire (e poi andare a letto continuando a fare liste di cose da fare eccetera).

Giovedì, inutile dirlo, c’era bel tempo. Ho fatto colazione in giardino mangiando frutta e discutendo con mia mamma sui problemi dell’UE, dell’Italia e i flussi migratori (che in realtà non sono il problema). Poi ho lavorato un po’, e la cosa incredibile è stata che ho scritto una mail a Pete e, per pura coincidenza, lui me ne aveva scritta una nello stesso esatto minuto. E poi ha risposto alle mie domande dopo esattamente due minuti.

Io non pretendo che i prof siamo disponibili 24/7 e nemmeno che mi rispondano dopo, appunto, meno di cinque minuti, ma è stata un’ulteriore conferma di quanto sia fortunata ad avere insegnanti così disponibili. Forse me ne sono resa conto essendo più vicina fisicamente alla mia vecchia scuola e mi sono ricordata della versione di Quintiliano “Come dovrebbe essere un insegnante”, che vi avevo letto (ma mai avuto l’opportunità di incontrarvi).

Per pranzo pasta, e poi sono andata a prendere il treno per Udine (su cui ho trovato quattro persone che mi hanno risposto al questionario, evviva). Arrivata in Friuli, ho conosciuto la mia primo-anno Anita che verrà ad RCN e abbiamo fatto un bel giretto e le ho raccontato e spiegato cose che spero siano utili. Poi abbiamo raggiunto altre “persone UWC” (era stato organizzato un incontro regionale di futuri, correnti ed ex alunni) con cui è stato molto divertente e facilissimo sentirsi a proprio agio. C’era il mio fantastico co-anno Andrea dell’Atlantic e tre ragazze che avevano avuto la Graduation quest’anno. Altri alumni di Duino, un ragazzo molto simpatico che andava a Changshu (e conosceva Mir Andas) e, soprattutto, una alumna triestina di Mostar, che (non voglio esagerare ma) mi ha migliorato la vita. Eravamo d’accordo sul fatto che l’IB si sia in un certo senso “mangiato” UWC, ma lei mi ha raccontato che infatti è riuscita a vivere in modo molto più “UWC” tramite l’università, il College Of the Atlantic (dove non ero sicura al 100% di fare domanda ma ora lo sono) e altre opportunità come UWC Shortcourses.

Sono tornata a casa e sapevo di essermi arricchita di esperienza, entusiasmo ed energia. Inoltre ero molto più serena, e per la prima volta dopo giorni sono andata a dormire spensieratamente. I pensieri in realtà c’erano, ma erano più che positivi.

Di notte e la mattina seguente pioveva, un tempo perfetto per l’ultimo giorno prima di partire per l’Iran.

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L’ultima settimana

Domenica 10 giugno. Una settimana esatta alla partenza. Una settimana che può trascorrere in un attimo o che può durare un’infinità. Domenica mattina mi sa che avevo inconsciamente optato per considerare la seconda opzione, e quindi mi sono svegliata tardi e ho passato ore e ore a fare un po’ di ordine in stanza. Poi ho fatto prove di teatro con Sadrac, perdendo tantissimo tempo anche là, dato che dovevamo anche dipingere di bianco una struttura di legno per il set ma avevamo solo una bomboletta spray.

Di pomeriggio sono andata a Flekke centrale per fare delle domande al proprietario di una fattoria per la tesina di Environmental Systems, e quando sono tornata erano già le sette. Avrei dovuto iniziare a studiare a quell’ora, al più tardi, ma avevo una grande impresa da compiere con Liva: preparare delle torte per i prof che ci avevano aiutato con la cena dei genitori dei secondi anno. Avevo deciso di fare uno Streuselkuchen alle mele, e sono finiti per essere tre. È stato molto divertente e abbastanza rilassante, con musica e corse per tutto il campus a cercare gli ingredienti.

Dato che ormai eravamo in cucina da quasi due ore, siamo rimaste ancora un po’ per farci due belle porzioni di spaghetti e pesto, per cui ho potato tutti il mio basilico e usato un bel po’ di olio buono e parmigiano. Per fortuna ho fatto tutto con il mixer (erano troppe foglie da pestare), perché alle nove dovevo correre alla Høegh per guardare il pezzo teatrale di Otto e Wilma.

È stata una bella performance, infatti la storia riguardava due innamorati che erano stati separati dal muro di Berlino (con parti in tedesco che capivo solo io). Nonostante fosse intrattenente, mi ero aspettata di più, e quindi ho istantaneamente dato più valore alla coreografia mia e di Sadrac dato che era evidente la quantità di lavoro che c’era dietro.

Lunedì abbiamo distribuito i pezzi di torta impacchettati in carta regalo e i prof hanno apprezzato molto. Paulina era così grata che ci ha invitato a casa sua nel pomeriggio per un thè. E quindi, alcune ore dopo (dopo scuola e prove di teatro), io e Liva ci siamo incamminate su “teacher’s hill”. Sharik, il cagnone nero e bellissimo di Paulina, ci aspettava fuori. Dopo un millisecondo di paura che stesse per attaccarmi mentre mi correva incontro, il timore si è trasformato in amore. Era come se io e quel cane ci conoscessimo da sempre (poi invece mi hanno detto che adora tutti) ed era così bello accarezzarlo ed era così carino (mi ha dato entrambe le zampe) che quasi quasi volevo restare fuori con lui. Ma dopo un po’ sono dovuta entrare, e per fortuna è potuto venire anche lui e ci siamo seduti uno vicino all’altro sul divano. Mentre Paulina preparava il thè, abbiamo parlato un po’ con sua figlia, Agnes, che va a scuola con noi dato che ha la nostra stessa età, ed è anche lei un genio matematico (come la madre, non come noi).

Poi si è seduta anche Paulina nel salotto, che era molto accogliente e mi ha fatto sentire a casa dopo pochi minuti, e abbiamo mangiato la torta, che era devo dire veramente buona, anche perché Paulina aveva preparato anche della panna da abbinarci.

A questo punto serve un po’ di contestualizzazione; io adoro Paulina sia come prof che come persona, e abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto. L’unica cosa che non mi ero riuscita a spiegare era perché con me (a differenza di con gli altri, da quanto avevo sentito) non parla così tanto. Soprattutto in base al giudizio degli altri italiani, Paulina ha la fama di essere quella persona che la incontri e ti attacca bottone e non la smette più di parlare. Insomma, in un certo senso ci ero rimasta male che non fosse così anche con me.

Fatta breve, diciamo che in un pomeriggio è riuscita ha recuperare per tutte le volte che non avevamo avuto lunghe conversazioni (che sia stato volontariamente o no). Avrà parlato per l’80% del tempo, il quadruplo di me, Liva e Agnes tutte assieme. Ma giuro che non mi è dispiaciuto per niente, anzi, è stato esilarante. I miei racconti preferiti sono stati di quando doveva imparare russo a scuola (essendo cresciuta sotto l’USSR) e ha fallito palesemente. Ci ha raccontato di come in classe leggevano i libri e le facevano troppo ridere, peccato che rideva a scoppio ritardato e tutti la guardavano male. Mentre esponeva tutto ciò, ha iniziato a ridere a crepapelle ed è diventata tutta rossa. E quindi anche io e Liva ci siamo sbellicate dalle risate. È stato divertentissimo. E anche interessante.

Dopo due ore che eravamo sedute là, alternando risate e annuire, dovevamo proprio andare per restituire dell’attrezzatura outdoor. Ma a quanto pare non dimostravamo troppa forza di volontà, perché dal momento in cui ci siamo alzate dal divano e il momento in cui siamo uscite è passata, e non sto esagerando, un’altra mezzora.

Soddisfatte e (abbastanza) rilassate, siamo tornate giù, e verso le otto avevamo un House Meeting, per parlare di partenza, ma anche già di come vogliamo che sia Iceland House nel prossimo anno e che eventi vogliamo organizzare. È stato carino rendersi conto di quanto siamo tutti impazienti di dare il benvenuto ai primi anno (che nonostante potrebbero anche avere la nostra stessa età, vengono generalmente considerati come se fossero bambini) e di quanto intendano impegnarsi per farli sentire a casa.

Alle nove sono andata a vedere la performance di quattro compagni di classe di teatro, che è stata molto seria e ben eseguita, anche loro avevano usato movimenti di “physical theatre” ma, a differenza di me e Sadrac, avevano anche lunghi monologhi.

Di sera sono dovuta stare sveglia fino a tardi perché dovevo guardare dei video per la lezione di ESS del giorno dopo, e oltre mezzanotte mi sono resa conto che uno di questi era lungo quasi un’ora (infatti ne ho guardato solo metà in time-lapse). L’altro era invece interessantissimo, ed era forse la seconda volta che ESS era interessante.

Martedì ho avuto la lezione nella classe più piccola di sempre (in termini di alunni): a matematica eravamo in cinque, dato che molta gente era a rinnovare documenti o a Bergen con Amnesty International. C’era anche il prof di economia seduto insieme a noi alunni, in quanto eravamo nella “Lesson Observation Week”, la settimana in cui i prof seguono altre lezioni per apprendere nuovi metodi.

Dopodiché ESS, inglese (dove abbiamo parlato dei mass media) e spagnolo (dove abbiamo parlatoo della tesina di spagnolo che consiste in solo 350 parole – magar fosse così per le altre materie!).

Pian piano si avvicinava l’ora della mia performance di teatro insieme a Sadrac, la cui realizzazione ci aveva occupati un giorno sì e un giorno no per due mesi. E la preparazione era tutt’altro che terminata: ora toccava tutta la parte tecnica, avevamo infatti preparato lo stage e non era stato tutt’altro che facile (erano stati necessari martelli, chiodi e tanta forza di braccia e schiena). Martedì dopo scuola ho procurato il proiettore che ci sarebbe servito per riprodurre il video iniziale e anche quello è stato impegnativo: trova i cavi, trova il computer adatto per collegare il tutto.

Ma nel pomeriggio sono riuscita anche a concentrarmi su qualcosa che non aveva niente a che fare con il teatro: l’Extended Essay. Questo è stato possibile in quanto avevamo veramente ben diviso il lavoro per la preparazione dello spettacolo. Di conseguenza, non ero tanto stressata, ma pian piano si stava distribuendo in me quella sensazione di paura che si ha prima di una gara o, appunto, di uno spettacolo. Per distrarmi sono andata quindi alla presentazione del rettore di UWC Li Po Chun (di Hong Kong), che era nostro ospite.

E poi era praticamente ora. Mi sono messa i vestiti e sono andata alla Hoegh. Sadrac era ovviamente in ritardo e ho dovuto provvedere per tutti i dettagli, ma poi abbiamo fatto una prova generale ed è andata molto bene. E poi sono arrivati gli spettatori (per me contavano praticamente solo Liva, Mariangela e Alessandro) che erano sui 30, la maggior parte di cui avevamo invitato noi.

Dopo un po’ di atmosfera da teatro con un po’ di musica jazz era proprio arrivato il momento. Si è spenta la luce e ho preso posizione sul palco. C’è stato il video sulle Leggi di Newton, poi si sono riaccesi i fari ad è iniziata la coreografia. Non starò a descrivere il tutto, sappiate solo che è volata. è finita e ho pensato: quest’è? Però credo che sia piaciuta, e la gente ha avuto interpretazioni molto profonde.

Dopodiché mi sentivo leggerissima, dato che mi ero tolta un grande peso, nel senso che eravamo finalmente riusciti a concludere un lungo periodo di preparazione.

Di sera un discorso late night con Francesco, e poi ho dormito esattamente sei ore nonostante avessi anche il primo blocco libero. Dopo un po’ di scuola c’era l’house cleaning e abbiamo tirato fuori le valigie, ed ha iniziato a esserci il casino in stanza, un casino che sarebbe rimasto per giorni. Nel pomeriggio avevamo un incontro con Mark dell’University Office che ci ha un po’ spiegato come funziona l’applicazione, soprattutto per gli Stati Uniti. Il risultato non è stato altro che un ulteriore punto nella to-do list estiva…

Dopo cena sono riuscita a finire la tesina di matematica (la prima bozza da corregere), peccato che ci ho impiagato fino all’una di notte e l’unica pausa in mezzo è stata la performance teatrale del trio di Josè sul Venezuela.

Prima di andare a dormire mi sono resa conto che mancavano poche ore al penultimo giorno di scuola del penultimo anno di scuola, in assoluto. Sono rimasta soprepresa dal fatto che era la prima volta che lo notavo, ed ero consapevole di quanto sia fortunata di andare a una scuola che mi piace, dove non sto a fare il conto alla rovescia come farei casa.

Giovedì mattina mi sono però guardata allo specchio e, vedendo la faccia un po’ pallida e le occhiaie, mi sono resa conto che ci voleva una pausa. Una vera pausa: le vacanze estive. Le ho sentite più vicine a me quando eravamo all’ultima classe di spagnolo e dovevamo scrivere i nostri migliori ricordi dell’anno, e anche quando a teatro abbiamo fatto un resoconto finale.

Dopo scuola l’evento che era stato posticipato di un mese: la camminata di tutti gli studenti e molti prof a Jarstadheia. E ora ditemi voi: vi sembra il caso che la giornata scelta per questa impresa era la prima giornata di brutto tempo dopo un mese e mezzo di estate!?!? A me no. E non sto esagerando. Era da qualcosa come sei settimane che non pioveva, e come previsto dal meteo ha iniziato a piovere proprio giovedì. E non era proprio una pioggerellina. Mi ha anche dato fastidio il fatto che abbiamo dovuto aspettare quasi un’ora l’autobus che ci avrebbe portati più vicino alla meta, e in generale proprio questo fatto del tempo.

Poi abbiamo camminato divisi per case e ho fallito nel mio intento di conoscere meglio alcune persone, dato che sono stata per la maggiore con Liva, la quale cercava di autoconvincersi che il tempo era perfetto. Le ho dato ragione per un millisecondo quando ha smesso di piovere e c’era “solo” vento, insieme ad una bella vista. Siamo arrivate in cima ed erano tutti là. Il vento era fortissimo e non si capiva né vedeva niente: eravamo circondati da nebbia. L’unica cosa che mi ha fatto sorridere era che era venuto anche Chet, un ragazzo cambogiano praticamente senza gambe. Abbiamo fatto un po’ di foto e siamo scesi (durante la discesa ho parlato un po’ di spagnolo). Sono tornata in stanza ed ero fradicia, ma essendo outdoor leader non mi dava troppo fastidio. Però ho potuto godermi una bella doccia calda.

Prometto che non sto esagerando: mi sembrava che fosse finita l’estate. Era come se avessimo avuto un po’ di vacanza insieme al bel tempo, e poi fosse arrivato l’autunno, infatti la temperatura era scesa di almeno 15 gradi.

Per cena doveva esserci un BBQ fuori, inutile dire che è finita per essere un normalissimo pasto in mensa. Avvenimenti speciali: la presenza di alcuni richiedenti di asilo con bambini e l’addio a Thor, che è partito lasciando il collegio per sempre (andrà a lavorare come guida alle Svalbard).

Dopo cena avevo un piano ben definito: scrivere la tesina di ESS fino a (almeno) mezzanotte. Mi sono messa in una classe e sono stata molto produttiva. Pensavo di essere l’unica nell’edificio fin quando al suono del vento e della pioggia che batteva sulle vetrate si è anche aggiunto un altro suono. Sono andata nella stanza a fianco e vi ho trovato conferma: c’era Delroy che guardava i mondiali, iniziati proprio quel giorno con la Russia che ha vinto 5 a 0. Mi sono entusiasmata molto e ho fatto un po’ di ricerca sui gironi e partite da non perdere, poi mi ha assalito la tristezza facendomi ricordare la squadra che mancava…

Verso le otto sono andata a “connettere” e a vedere l’ultimo spettacolo dei miei compagni di classe di teatro, Geireann e Fei Fei. La cosa speciale della loro performance era che si svolgeva nella mia vecchia stanza: Iceland House 104. Un dramma veramente intelligente, in cui era proprio come se il pubblico non ci fosse. La storia era quella di una ragazza cinese lesbica che ovviamente non poteva essere omosessuale secondo il padre. Veramente bravi gli attori, io non ce l’avrei fatta.

Pioveva troppo per tornare in classe, ma c’era troppo caos in stanza, perciò mi sono messa in un’altra stanza vuota e ho continuato a scrivere, senza distrazioni. La stanza era quella dove aveva vissuto Francesco, e credo che sia l’unica senza pareti di legno. E proprio questo mi ha fatto stare bene: credere che non fossi più on campus.

Venerdì ultimo giorno di scuola. Geografia un po’ inutile, teoria della conoscenza noiosa come sempre, matematica con Paulina fantastica come sempre. Stesso per Pete a inglese: come il giorno prima a teatro, ci ha fatti camminare per la classe e fermarci e parlare con ciascuna persona e dire tre cose che abbiamo apprezzato di loro durante le lezioni. Un esercizio un po’ difficile quando non si ha niente da dire a qualcuno ma bello quando si voleva da tanto fare un complimento a qualcun altro. I commenti su di me? Un po’ troppo accademici, ma molto positivi e unanimi.

Al suono immaginario della campanella (qua non c’è) ci siamo resi conto: era finita, eravamo liberi e siamo corsi fuori da scuola sotto la pioggia. Ero felice ma ho realizzato appena dopo ore. In seguito al pranzo c’era il college meeting finale, un bel modo per chiudere questo primo anno, dato che avevamo avuto un incontro con tutta la scuola anche il primo giorno in assoluto. I temi erano ovviamente diversi, e purtroppo dopo un’ora che eravamo seduti in Auditorium si è fatto un po’ noioso. Il fatto era che dovevamo salutare uno a uno tutti i prof che se ne sarebbero andati (incredibilmente tanti): Cristina (la prof di spagnolo), Avis (di inglese), Simon (ESS) e Marloes (Global Politics) e anche il rettore e la moglie. Con “So Long, Marianne” (ovviamente live) è finito tutto.

O quasi. Subito dopo sono andata dritta all’aula di ESS e ho lavorato un po’ sulla tesina, abbastanza serenamente, finché ho parlato con Madhulika (la prof) e mi ha detto che sarebbe perfetta da trasformare nella tesina quella più lunga e poi ha cambiato idea e mi ha detto che dovevo aggiungere ancora cose. Finché c’era lei a spiegarmi cosa fare ero anche tranquilla, ma poi se n’è andata e mi sono accorta che, ancora una volta, tutti questi compiti scolastici avevano avuto la meglio su di me e sì, ho pianto.

Tornata in stanza non riuscivo a fare granché, e aspettavo con ansia che si avvicinasse l’ora di andare a casa di Mariangela e Alessandro per l’ultima cena italiana. Ancora una volta Mariangela mi ha fatto fare un passo indietro e mi ha fatto osservare la situazione e notare che non c’era niente su cui preoccuparsi.

Ed è così che mi sono potuta godere e gustare una fantastica cena, fin quando sono andata a fare un salto alla Høegh dove era in corso la celebrazione dell’Eid per la fine del Ramadan, con degli ospiti richiedenti di asilo in Norvegia. Erano soprattutto famiglie, e c’erano dei bambini carinissimi (ad esempio una di neanche un anno ricciolina dall’Uzbekistan che ho tenuto in braccio).

Poi sono tornata a dagli italiani (a cui si era aggiunta anche la mitica MT, Maria Teresa) e ho “guardato” (ci ho provato ma era troppo noioso) un po’ di basket con Alberto, Alessandro e i figli. Intanto, in Russia, Spagna e Portogallo pareggiavano 3 a 3 ai mondiali.

Proprio mentre stavo seduta là sul divano a pensare a queste cose, mi ha assalito una sensazione che non sentivo da almeno dieci mesi, che mi ha colto abbastanza di sorpresa: quel senso di serenità, quel senso totale assenza di tensione e preoccupazione, insomma, quel senso di estate. Niente più sentirsi in colpa di non stare studiando o scrivendo, niente più stress. Rilassata e appagata come non ero stata da tanto, sono andata a dormire più di un’ora prima rispetto al solito.

Sabato mi sono svegliata alle nove e ho subito iniziato a impacchettare, attività che mi avrebbe tenuta occupata l’intera giornata. Fare la valigia per casa è stata la cosa più facile e veloce, il problema era che c’erano da svuotare completamente le stanze. Nonostante uno dei miei più grandi sia vivere da minimalista, ero piena di roba (molta di cui lasciata dalle ex compagne di stanza) che ho un po’ smistato e messo in grandi scatoloni, come fosse stato un vero trasloco. Alle due (notare che avevo passato cinque ore in stanza e mi ero pure dimenticata di pranzare) ci voleva una pausa, se no sarei impazzita (riordinare e fare i bagagli in realtà mi piace, ma ci è voluto troppo tempo).

Era in corso il torneo di “parafootball” per fortuna non competitivo, a cui mi sono aggiunta dato che era molto divertente, perché giocavano anche i nostri ospiti bambini e ragazzi, ad esempio quelli da Iraq e Kuwait. In più non era calcio tradizionale, ma con “special features”. Prima con dei bicchieri di carta messi a stile binocolo in modo da rendere più difficile il guardarsi attorno (mi sarò schiantata mille volte) e poi con una palla gigante al posto di quella normale e squadre da più di quindici persone. Un casino adorabile.

Giocando a calcio mi ero resa conto di quanto mi mancasse correre (era da quasi due mesi che non potevo per un problema al ginocchio) e quindi sono andata a fare una corsetta in upper road. Dopo una pioggia torrenziale era uscito il sole e c’era una vista bellissima, nitida e aria fresca.

Dopo essere passata in mensa per cena sono andata alla Høegh dove c’era un “Yeargroup meeting”, un incontro di tutti gli studenti per discutere di come vogliamo che le cose siano l’anno prossimo con i primi anno. I soliti buoni propositi insomma. Vedremo.

Verso le otto abbiamo iniziato e finito di pulire la sala comune (che era sporca come sempre e l’abbiamo sigillata). Alle 10 c’era l’ultima festa, niente di che. Anzi, se non fosse stato per Liva mi sarei proprio depressa. Era molto più bello il tramonto con il cielo tutto rosa verso le undici e mezza. A mezzanotte in punto è iniziata l’ultima canzone: “I like you so much better when you’re naked” e là ci siamo divertite a correre veloci in giro tondo.

Tornata in stanza ho fatto la proposta di fare un piccolo room meeting finale ed è stato molto carino. Poi sono salita sul letto per l’ultima volta e ne ero felicissima.

Di mattina mi sono svegliata da sola dopo sei ore esatte. Toccava fare le ultime pulizie, e abbiamo finito appena alle due. In stanza non c’era più niente. Il cielo era grigio, così come l’atmosfera generale. Le ultime ore ad RCN. Non vedevamo l’ora di partire.

 

Breakdown

Domenica ero andata a letto abbastanza presto perché ero distrutta dal weekend passato fuori a camminare, ma nonostante ciò non riuscivo a dormire dato che mi prudeva dappertutto (dannati insetti: era la seconda notte che mi stavano rovinando). La sera precedente l’avevo trascorsa cercando un argomento per il “Math IA”, la tesina di matematica, per ore. Mi ero messa nel letto di Liva, mentre lei stava alla sua scrivania, e nonostante lo stress c’era quasi una bella atmosfera, visto che c’erano le sue compagne di stanza che cantavano e suonavano la chitarra. Ma io ero disperata, perché dovevo assolutamente trovare un argomento, visto che lunedì era il Math IA Day, una giornata senza scuola fatta apposta per scrivere la tesina. L’unico presupposto era, appunto, avere qualcosa su cui scrivere.

Lunedì mi erano rimaste due opzioni, e Alessandro mi ha consigliato di scegliere le equazioni per rappresentare il sistema preda-predatore perché era più facile dell’altra. Ne io ne lui avevamo idea dei guai in cui mi stessi cacciando. Me ne sarei resa conto più di ventiquattro ore dopo. Ma all’inizio filava tutto perfettamente: ho trovato un video di una lezione universitaria di biologia matematica ed ero molto contenta che non fosse troppo semplice (erano incluse equazioni differenziali e matrici). Mi sono quasi appassionata, ed ero molto efficiente e concentrata (cosa che non mi succedeva da tempo). Ho lavorato tutto il giorno fino a sera, e mentre tornavo in stanza mi sentivo proprio come Vicky, perché anche lei studiava ore e ore in qualche classe o in biblioteca.

A proposito di compagne di stanza, mentre ero in camera è arrivata Miranda che mi ha guardato ed esclamato “You look like a princess today!”. Quanto la adoro, infatti cinque minuti dopo mi ha fatto ridere di nuovo mentre parlava di “Chinese Romance” e sosteneva alla base delle storie d’amore cinesi ci fosse, che coincidenza, la matematica.

Non ce la facevo più del campus, infatti ho preso una bici e ho pedalato un po’. Quando sono tornata ho fatto una videochiamata a mia nonna e me la sono ritrovata davanti, con il piccolo dettaglio che c’erano anche Pamela (che tra l’altro stava parlando al telefono con mia mamma) e Vicky. È stato molto bello vedere le persone che amo di più tutte assieme, e ovviamente ero gelosa di non essere là con loro.

Di sera ho studiato un po’ di geografia, e poi ero pronta per tornare a scuola martedì. Dopo pranzo avevamo una presentazione di “Natur Og Ungdom”, una NGO norvegese di giovani che combattono per l’ambiente. Hanno dato una buona impressione, ma è stato interessante osservare ancora una volta come, visto che siamo a un UWC, ci sentiamo quasi superiori ad altre organizzazioni (o almeno mi sembra che sia così).  

Nel pomeriggio mi sono resa conto che dovevo ancora scrivere il blog sull’avventura del weekend, e quindi sono andata alla spiaggia (dove non ero stata da secoli) e mi sono messa sull’amaca a scrivere, mentre il sole bruciava la mia pelle. È arrivata MT (la prof argentina di inglese), poi anche Istvan (il prof di economia) con la figlia e infine anche Paulina (la mia prof di matematica) con il cane. MT è venuta da me e mia ha detto “ora sai perché si chiama Teacher’s beach”.

In effetti non era stata una grande idea andarci, perché ci ho perso tantissimo tempo (come sempre quando scrivo). Ma soprattutto è stata proprio la goccia che ha fatto traboccare il vaso, la quiete prima della tempesta. Sono tornata in stanza ed ero super stressata, ma dovevo andare a prendere il cibo gratuito scaduto da Flekke in bici. Sono tornata verso le 8, l’ora di “connect” (non ne parlo spesso ma c’è ogni giorno: bisogna andare in dayroom dove c’è un insegnante che controlla che siano tutti presenti). C’era Paulina che “connetteva” e nonostante avessi altri piani ho deciso di chiederle un po’ di aiuto per la tesina di matematica. Aiuto assolutamente giustificato, perché il succo del nostro seguente discorso di un’ora è stato che il livello di matematica che avevo usato era troppo alto.

Per distrarmi, ho iniziato a cucinare, ma poi è arrivata Annika, e non potevo tirarle pacco ancora una volta, (avevo anche cambiato l’orario più o meno duemila volte) nonostante fossi abbastanza stressata. Ho cenato mentre guardavamo Heute Show assieme, e poi ho continuato la cena mentre facevo prove di teatro con Sadrac. Abbiamo continuato fin quando c’è stato un tramonto bellissimo verso le 11 e mezza. Ero ancora molto tesa ma sapevo che dovevo andare a dormire.

Mercoledì prima ora test di spagnolo, per fortuna era appunto spagnolo. Poi è continuato lo stress, e l’esplosione c’è stata quando, dopo aver parlato con Madhulika della tesina di ESS, le ho detto che avevo deciso di non fare più con lei l’EE (l’Extended Essay, la tesina più lunga e importante di tutte). Non ho idea di cosa mia sia saltato in testa dopodiché: sono andata dritta all’ufficio dei prof di matematica, dov’ero contentissima di trovarvi Alessandro e Paulina, e ho esclamato “voglio fare l’EE in matematica!”. Ero felicissima, mi sembrava di aver trovato la soluzione a tutto, e anche loro erano molto contenti. Tutta soddisfatta me ne sono poi andata a teatro, e infine a geografia dove Daniel è riuscito a ripetere per la terza volta le stesse cose della lezione precedente.

Dopo pranzo ci siamo tutti riuniti in Auditorium, c’erano anche ospiti, per sentire il discorso dell’ex ambasciatore NATO norvegese. Mi sentivo un po’ come in un’importante assemblea mondiale, dato che Kai Eide aveva  proprio un atteggiamento da politico, e anche il suo discorso era proprio come ce li si aspetta: parole rilevanti ma consumate dal numero di volte che sono state ripetute. I soliti argomenti: il potere, Trump, Cina e Russia. Almeno gli ho potuto fare una domanda sull’ex Jugoslavia, perché ci aveva lavorato per le Nazioni Unite.

L’ho rivisto verso le quattro, insieme ad altre persone importanti, alcuni benefattori grazie a cui era stata possibile la costruzione del nuovo “Baking House” appena inaugurato. Insieme ad altri leader delle attività umanitarie e/o imprenditoriali della scuola, avevamo allestito una piccola fiera per i nostri ospiti. E ci abbiamo messo molto impegno, soprattutto io e Liva (che ha fatto una torta alle mele, oltre al mango lassi) in quanto leader di DROP. Mi avevano incaricato di essere la presentatrice, e non so se ho miseramente fallito o ho avuto successo. In ogni caso mi sono divertita, e ce l’ho messa tutta per far valere il nostro progetto.

Dopo cena sono andata al tutorial di matematica con l’intenzione di scrivere l’EE. Paulina mi ha mostrato degli esempi e mi sono resa conto che dovevo fare un passo indietro e cercare di capire meglio l’argomento. Ho iniziato a guardare dei video ed è stato come entrare in un labirinto. Un labirinto da cui non mi sembrava di poter uscire. Nonostante stessi avendo dubbi su ciò che avevo deciso di fare non volevo deludere Paulina (che da quando le avevo detto che volevo fare l’EE di matematica ogni volta che mi vedeva mi sorrideva come non mai) e Alessandro.

D’un tratto mi sono resa conto che non volevo continuare, e di conseguenza mi sono resa conto che avrei dovuto dirlo a Paulina e Alessandro. Il risultato di questo rendersi conto della situazione è stato un pianto inconsolabile. Paulina mi ha visto ed era abbastanza incredula, poi ha provato a risollevarmi con parole molto confortanti (che sono state veramente utili ma non hanno fermato il pianto). Mi ha detto che era sicura, e infatti aveva proprio ragione, che ero stanca e stressata, e che il mio stato d’animo era del tutto comprensibile. Mi ha detto che questo è il vero lavoro del ricercatore, e che è bene che sia impegnativo e faticoso. Mi ha detto di non preoccuparmi, qualsiasi cosa volessi fare, e che né lei né qualcun altro mi avrebbe giudicata. E quando le ho spiegato che mi sentivo in colpa per aver cambiato idea, ha risposto che non avevo fatto niente di male: la cosa peggiore, ha detto, è quando gli studenti non dicono niente e fanno finta che sia tutto a posto (nel mio caso, c’era invece stata troppa comunicazione).

Il succo del suo discorso era che mi serviva una pausa, e nonostante stessi già molto meglio dovevo e volevo andare anche da Mariangela e Alessandro. Ho bussato, avevo gli occhi lucidi, e poi ho ripreso a piangere. Anche loro due sono rimasti un po’ spiazzati, e dopo aver mandato su i bambini ci siamo seduti in salotto per quello che chiamerei un “G3” a triangolo. Ho spiegato il problema principale (e tutti gli altri piccoli problemi) e ho chiesto scusa ad Alessandro. Intanto Mariangela ha preso un foglio e mi ha fatto un programma, giorno per giorno, di cosa fare. In quel momento l’avrei sposata. Grazie a loro mi sono accorta che non avevo poi così tanti problemi, e che molti di questi sarei riuscita a risolverli in una settimana. Ho smesso di piangere.

Sono tornata in stanza dopo essere passata da Liva, che stava imparando ad usare un programma per modellare le montagne (no comment), e ho finito la tesina di geografia. Pian piano mi sono resa conto di cos’era successo: il primo breakdown accademico (quello “sociale” era invece stato verso l’inizio dell’anno). In più c’era anche il fatto che non ne potevo più di essere al collegio senza i secondi anno e che avevo sempre cercato di non lamentarmi sul fatto che la scuola finiva così tardi, negando ciò che era abbastanza ovvio.

Giovedì nuova vita. Prima ora matematica, bella, ma mi sono resa conto di dover fare più esercizio. A TOK è poi successa la cosa più divertente e imbarazzante di sempre. Avevo un po’ di caldo e volevo togliermi la felpa, quindi l’ho alzata e ho fatto attenzione di non alzare anche la maglietta sotto. Peccato che, senza rendermi conto, non l’ho fatto e quindi mi sono tolta sia la felpa che la maglietta. E quindi ero in reggiseno in mezzo alla classe (per fortuna era l’inizio della lezione e quindi c’era ancora un po’ di confusione), e Wilma, vedendo la mia faccia terrorizzata di quando me ne sono resa conto, è scoppiata a ridere. Non so perché ma, invece di rimettermi la felpa, sono corsa in corridoio (dove mi hanno visto almeno altre 5 persone) e poi mi sono chiusa in bagno. Ero imbarazzata ma, soprattutto, divertita: sono tornata in classe e ho continuato a ridere tantissimo.

La risata è finita quando, un’oretta dopo, dovevo fare la mia prima prova ufficiale per l’IB: la registrazione dell’Individual Oral Commentary. Mi è capitato proprio uno dei passaggi che sapevo peggio: uno dei monologhi di Iago in Othello. Non sono per niente contenta di come sia andata, ma è ormai, appunto, andata.

Almeno mi sentivo molto più tranquilla una volta che avevo finito, e mi sono goduta il pomeriggio fuori: prima arrampicata con i bambini, poi un giro in canoa con Akari e Lydia che dovevano raccogliere dei dati di biologia nel fiordo.

Venerdì non c’era scuola: abbiamo continuato il lavoro iniziato la sera prima, ovvero la preparazione per gli eventi che ci sarebbero stati sabato, giornata dedicata ai rifugiati. Eravamo divisi in gruppi in base a regioni geografiche, e io avevo scelto il Medio Oriente; è stato interessante notare che la maggior parte delle persone ha scelto di occuparsi della propria regione. Dovevamo ricercare le cause e le caratteristiche dei flussi migratori, e rappresentarle in qualche modo creativo in modo da allestire una mostra. Io lavoravo in coppia con Sara dall’Iraq, e ci siamo occupate della Turchia. In quanto è il paese che “ospita” più rifugiati al mondo (più di tre milioni), abbiamo deciso di allestire una tenda (anche se solo una piccola percentuale dei migranti vive nelle tendopoli), con dentro alcuni dati, foto e esperienze personali. In più, Sara aveva dei sacchetti di plastica con scritte in arabo che abbiamo messo sul terreno, insieme a vestiti, carta e un tappeto per la preghiera. Avevamo preparato anche un audio con delle informazioni in turco, inglese e arabo; inoltre, prima di poter entrare nella tenda, la gente doveva superare delle sedie che avevamo disposto in modo da simboleggiare il confine.

Come potete immaginare, non è stato poco lavoro, soprattutto facendo il confronto con le creazioni degli altri studenti, che erano dei banalissimi poster. Ma in realtà non so se ne è valsa la pena, considerando il numero di persone che avrà visto la nostra “opera” (massimo dieci). Dal punto di vista personale però, è stata una gran soddisfazione. Mi sentivo un’artista. Ai Wei Wei, preparati, ora arriva Sara^2 , ovvero il duo composto da me e Sara Al-Husaynat.

Nel pomeriggio non riuscivo a rilassarmi, ma neanche a lavorare. Sono andata a Flekke in bici, e quando sono tornata ho fatto il bagno con Liva, dato che era da tutto il giorno che avevo caldo.

Poi abbiamo fatto una bella spaghettata, con sugo di pomodoro e formaggio, semplice ma buona. Doveva essere una cosa veloce, ma sono restata nella dayroom fino alle 11, dato che ho c’erano Francesco e Alberto con cui ho mangiato un ulteriore piatto di pasta.

Sabato era la giornata del Refugee Focus. Avevamo varie attività a rotazione, la prima era guardare in livestream un evento “TEDx” al Kakuma Camp in Kenya. Interessante ma un po’ difficile da seguire di prima mattina. In realtà il problema non era quello (erano già le dieci), ma il fatto che eravamo un po’ abbandonati a noi stessi, così come nel processo di ricerca dei giorni precedenti, dove si trattava essenzialmente di lavorare al computer (cosa che facciamo già per scuola, e anche troppo).

Molto più utile e interessante è stata invece la presentazione di Pete, sull’origine, significato e connotazioni della parola “rifugiato”. Stesso per il workshop con Omar (dal Western Sahara) e Htet Htet (dal Myanmar) che hanno entrambe vissuto in un campo profughi ed hanno raccontato della loro esperienza.

Dopodiché abbiamo invece conosciuto una signora iraniana e un signore somale che dovevano andarsene via da casa e sono finiti in Norvegia, proprio come noi, un po’ in mezzo al nulla, e hanno imparato norvegese e potranno presto lavorare. Hanno sottolineato quanto sia importante avere pazienza, capacità di adattarsi e, di nuovo pazienza: hanno dovuto ricostruire la loro vita da zero.

Infine abbiamo avuto un Q&A con Kerrion, un congolese molto giovane e simpatico che ormai viene da anni al collegio e ci ha raccontato cose divertenti (e tristi allo stesso tempo) come quando gli hanno chiesto se in Africa esistono le uova (e lui ha risposto: no, solo le galline!).

Nel pomeriggio ho lavorato con altri outdoor leaders e abbiamo portato a fare un giro in kayak due richiedenti di asilo dall’Uzbekistan (fratello e sorella), tre dal Kuwait (anche loro fratelli: uno di otto anni, uno di diciotto, l’altro di trentacinque) e uno etiope. È stato divertentissimo, ed è stato bellissimo vedere come hanno imparato in fretta mentre io ho rischiato di cadere in acqua.

Di sera verso le 11 era finalmente ora di andare all’evento che avevo atteso tutta la giornata: l’International Matbord. Ogni studente ha portato qualche pietanza che aveva preparato ed il tutto è stato disposto a buffet. Il motivo per cui era così tardi era per mangiare insieme a coloro che erano in periodo di digiuno per il Ramadan, e tenetevi forte: anche io volevo provare questa esperienza, e quindi non avevo mangiato tutto il giorno (però avevo bevuto acqua). È stato interessante ma neanche tanto particolare, e non avevo per niente fame (forse perché la sera prima avevo mangiato mezzo chilo di pasta).

Però è stato bellissimo fiondarsi sul buffet (per il quale io, Francesco a Alberto avevamo preparato delle bruschette) e provare vari tipi di riso con carne e altri piatti da tutto il mondo (buonissimi anche i dolci). E, soprattutto, sedersi attorno alla tavola rotonda vicino a Kainat e Sahara e pian piano riempirsi la pancia.

La vita è un sentiero non marcato

Lunedì 28 maggio è stato carino dormire in un vero letto (e non più in tenda), ma quando mi sono svegliata avrei preferito essere a Svanøy. Nonostante fosse già tardissimo, ero comunque la prima della stanza ad essere in piedi, e quando ho guardato l’ora ed erano le 8:00 c’era Mir Andas (o Qi Ling Xuan) che era ancora in pigiama, e il bello era che avevamo lezione assieme. Sono corsa verso la mensa (per prendere dei cornflakes che avrei mangiato durante l’ora di matematica) e ho visto che anche Paulina era in ritardo, che combinazione. Nella lezione abbiamo parlato della tesina di matematica (bisogna farne una per ogni materia) e ho constatato che può essere anche molto interessante, ma non riesco ad abituarmi all’idea che debba fare una cosa simile anche io.

A inglese ci sono state alcune simulazioni di IOC (Individual Oral Commentary, praticamente l’unica verifica orale che dobbiamo fare per l’IB) in cui bisogna appunto commentare un estratto da una delle opere lette in classe: Lucy, Dubliners o Othello. Tutti ne hanno molta paura, ma essendo abituata a ore e ore di interrogazioni io non vedo l’ora di farlo. A spagnolo abbiamo risposto a delle domande di comprensione del testo, e la prof mi ha dato un libro extra da leggere (e mi ha detto ancora una volta che l’anno prossimo dovrei fare l’esame di Spagnolo ad un livello più alto e non “ab initio”).

Il cielo era azzurro con delle pecorelle bianche come nuvole, ma l’aria era calda e umida; è per fortuna venuto un po’ di vento che ha portato un po’ d’aria fresca. Eravamo tutte in stanza e abbiamo fatto un po’ di ordine ascoltando musica tutte assieme, ed è stata un’ulteriore conferma di quanto la mia nuova stanza sia molto più carina di quanto mi aspettassi. Già nei primi giorni avevamo avuto un “room meeting” per stabilire un po’ di regole, e già dall’inizio avevo adorato l’ordine e il pulito che c’era dappertutto (il silenzio era invece un po’ meno di mio gradimento). Una volta, mentre stavamo facendo le pulizie nella dayroom, Nynke aveva per sbaglio buttato via del cibo che avevo cucinato, e poi era così in colpa che è andata apposta a Flekke per comprarmi della frutta e dello yogurt.

Verso le 4 sono partita con Mir Andas, la mia compagna di stanza preferita (oltre ad essere oggettivamente quella più interessante e divertente) per un giro in bici. Con t-shirt e pantaloncini corti, e abbiamo oltrepassato Flekke e per lei è stata un’esperienza molto inusuale, perché mi sa che non aveva mai fatto qualche attività che la connettesse con il territorio. Mi sono sentita realizzata in quanto outdoor leader, anche perché le è piaciuto molto (il contrario sarebbe stato difficile, perché c’era un bel sole ed era tutto verde e pedalavamo vicino ai laghi blu che splendevano). Al ritorno siamo passate al supermercato a Flekke per comprare gli ingredienti per la cena di stanza che avremmo fatto in serata. Il negozio mi ha sorpresa in due modi: dal lato positivo, ci hanno dato una cassa di cibo scaduto gratis come ogni lunedì (con degli smoothie ancora perfetti), ma dall’altra parte quando ho pagato mi sono ritrovata uno scontrino di 50€, e per fortuna mi sono resa conto che 15 di questi erano per una mini anguria (che però ho potuto dare indietro).

Dopo un po’ di difficoltà a convincere Mir Andas a pedalare (invece di camminare) in salita avvicinandoci di nuovo alla scuola siamo riuscite ad iniziare a cucinare. Mir ha fatto un “hot pot”, una pietanza cinese con cavolo, carote, pollo, maiale, cavolo cinese, cavolfiore e un mix di spezie. Tenzin ha invece fatto un piatto molto interessante (dato l’ingrediente di partenza: spaghetti, che dovevano sostituire i noodles), con verdura croccante saltata in padella e una salsina al pomodoro fatta da lei. Il tutto è stato cucinato nel suo wok elettrico molto pratico.

Per mangiare, ci siamo sedute sul tavolo di legno tra la Høegh e il fiordo, l’unica pecca era che non era al sole. Abbiamo apparecchiato e quando era tutto pronto sembrava proprio un ristorante. Ed era anche buonissimo, e molto piccante. Avrò mangiato ininterrottamente per un’ora. Intanto ero io che proponevo delle domande a cui ciascuna di noi rispondeva, ad esempio “le cose che non mi piacevano della mia vecchia stanza e che mi piacciono della nuova” (viceversa sarebbe stato molto deprimente), oppure il classico “chi ti piace” (risposte molto UWC: su quattro, a una piacciono i maschi, a una sia maschi che femmine, a una le persone famose, e a una gli oggetti, non scherzo).

Il cibo ha giocato un ruolo fondamentale nel connetterci, infatti dopo mezzora alla stessa tavola non eravamo più quattro ragazze ma un vero gruppo. Abbiamo riso tantissimo. Una volta finito di mangiare volevamo fare una passeggiata, che alla fine è stata di cento metri ma è durata più di un’ora. All’inizio abbiamo fatto a gara di chi riuscisse a camminare più lentamente, poi abbiamo fatto foto vicino al fiordo e infine ci siamo sedute nel bosco a parlare. Siamo tornate nella dayroom verso le 11 è abbiamo continuato a ridere, e non sono stata smentita nel pensare che questa mia nuova camera è in un certo senso “più UWC” della vecchia, dove il 50% del tempo parlavo italiano. Più che soddisfatte siamo tornate in camera, e man mano che faceva “buio” (verso mezzanotte) è calato un silenzio sereno, interrotto solo dalla preghiera buddhista di Tenzin.

Martedì mattina avevo un “advisor meeting” con Alessandro, che molto efficacemente mi ha fatto un discorso con lo scopo di convincermi a continuare con matematica alto livello. Razionalmente, l’argomento è molto valido: dato che sto andando bene e le mie altre materie non sono per niente difficili, potrei benissimo continuare così, il problema, però, è che non voglio. Nel pomeriggio avevo l’EAC “maglieria” e poi abbiamo fatto un po’ di teatro. E ora tenetevi forte: sono uscita dall’edificio e faceva TROPPO caldo. Era caldo già da un paio di giorni eh, infatti ero sempre in maglietta e pantaloncini o vestito, ma in quel momento, era la prima volta da dieci mesi che avevo troppo caldo. Infatti c’era anche stato un piccolo incendio nei giorni precedenti, perché la natura era troppo secca.

Di sera mi è andata benissimo, stavo scrivendo la tesina di geografia (appunto in stanza perché faceva troppo caldo) e mi divertivo pure, quando mi è arrivata un’e-mail di Mariangela che diceva di passare a casa sua per prendere una cosa. Alle 7 e mezza sono andata, sicura di entrare e uscire da casa loro dopo cinque minuti, e invece sono finita per cenare là (non mi sono autoinvitata, giuro).

Li adoro, Mariangela e Alessandro, e anche i figli: sono troppo simpatici. Già a Svanøy avevamo passato un po’ di tempo insieme, e inoltre c’è da dire che pure nella nuova stanza la mia finestra dà proprio sulla loro casa, e quindi è un po’ come vivere assieme. A casa loro mi sento del tutto a casa: la lingua, il cibo, e soprattutto quell’atmosfera familiare che è la cosa che credo manchi di più a tutti.

Insomma, abbiamo cenato e mentre stavamo mangiando un Grisbì con crema di nocciola come dolce ho guardato fuori dalla finestra ho visto Geireann in costume correre velocissimo. Tralasciando che ha un bel fisico, non c’era niente di strano. Ma poi ce lo siamo ritrovati al davanzale: “Scusate il disturbo”, fa, “ma c’è un fuoco vicino allo ski-shed”. Alessandro e Mariangela si sono alzati di scatto mentre io sono rimasta seduta un po’ rimbambolita; poi siamo tutti corsi al tratto di bosco a un paio di metri dal fiordo che stava bruciando. Sono arrivati altri studenti e abbiamo creato un’efficiente catena di secchi d’acqua, e dopo mezzora sono finalmente arrivati i vigili. L’avevo detto io che faceva troppo caldo.

Mercoledì credo che sia stato l’apice di calore, 34 gradi mi hanno detto. Il pranzo era fuori (uno dei pranzi sponsorizzati da qualche compagnia gastronomica che proviamo solo una volta gratuitamente e poi ciaone) ed era buonissimo. Varie insalate e hamburger vegetariani, con ingredienti molto “fighi” come pomodorini sott’olio, mango e salsine tipo tsatsiki. Ma la cosa più buona era il pane: freschissimo e croccante, nero o bianco, con semi e burro vero da spalmarci, che sapeva proprio di latte.

Dopo spagnolo sono partita con altri più o meno dieci ragazzi/e tra cui Liva per andare a Førde. L’ora di viaggio l’ho passata seduta vicino a Paulina, la mia prof di matematica, e abbiamo parlato un po’ di politica italiana e polacca. Siamo arrivati nella “grande città” e, così come nel pullman, si moriva di caldo. Non sto esagerando. C’era gente con gelati quasi veri (non preconfezionati), ma purtroppo non avevamo tempo per prendercene uno perché eravamo già in ritardo: nella sede della Croce Rossa era in corso uno dei tanti eventi parte di uno scambio culturale trilaterale a cui eravamo stati invitati. In pratica abbiamo solo parlato per 3 ore con gente della nostra età da Norvegia, Germania e Lituania (tutti studenti da scuole professionali) che facevano parte di un progetto erasmus, di cui uno degli scopi è di combattere il nazionalismo. Ho provato a parlare con delle ragazze lituane ma non sapevano bene l’inglese, e poi ho visto un’altra che sembrava molto tedesca, e infatti lo era ed era anche molto simpatica. Poi ho conosciuto un ragazzo della sua stessa scuola, Sergi (“uuh, que guay!”), che è di Barcellona ma si è trasferito a Leipzig, e abbiamo parlato spagnolo perché gli mancava tantissimo la sua lingua e me la sono cavata abbastanza bene. Poi ho parlato ancora un po’ di tedesco e mi ha fatto molto piacere.

Verso le 7 siamo tornati al campus, faceva ancora caldissimo, e ci siamo buttati nel fiordo sperando di rinfrescarci un po’, ma niente. L’acqua non era affatto fredda, ma abbiamo comunque nuotato un po’ e quando siamo uscite dall’acqua non si sentiva neanche la differenza di temperatura. Ho cenato fuori con un po’ di formaggio e salame ed era estate.

Giovedì è stato un po’ stressante: durante l’ora di pranzo ho dovuto correre in giro e quindi mi sono ritrovata a mangiare durante l’ora di matematica, perché subito dopo scuola avevo Leriskule: arrampicata con i dodicenni. Mi sono avviata alla roccia per mettere su le corde, e per fortuna sono riuscita a conquistare la postazione all’ombra, perché se no sarei morta di caldo. Come sempre, si trattava di stare ancorati al terreno per fare sì che i bambini non cadessero. In particolare, una ragazza è salita nonostante avesse le vertigini, ed è stato molto intenso perché una volta che era arrivata in alto si è messa a piangere. Per fortuna c’era Super Simon (il prof leader del mio gruppo nella settimana bianca) che è andato su da lei senza imbracatura ed è stato quasi simpatico, e per la prima volta è riuscito a non esclamare “that’s disgusting!” o “that’s ridiculous!” o “are you mental!?” con il suo accento scozzese ogni due secondi.

Dopodiché, proprio come il giorno precedente, un altro bagno nel fiordo. Poi ho scritto un po’ la tesina di geografia imbattendomi in una battaglia con le tabelle di word, che non ho mai imparato ad usare (grazie, scuola italiana!). Verso le otto e mezza era finalmente ora (non aspettavo altro da tutto il giorno) di andare a cena da Mariangela e Alessandro con Francesco e Alberto, una bella mangiata italiana di carbonara, ridendo e discutendo di questioni molto importanti come la relazione di Alberto e Akari, che per fortuna è stata salvata.

Venerdì era il primo giugno. Wow. Non era difficile crederci dato che, inutile ripetere, faceva ancora caldissimo. Ho cucinato e pranzato in stanza, e poi ho dormito più di un’ora, ed è stato bellissimo. Ancora un po’ rimbambolita, sono andata a cena e poi ho fatto lo zaino per il weekend: sacco a pelo, materassino, cibo, acqua e vestiti. Alle sette sono poi corsa al punto d’incontro con scarpe da trekking, t-shirt e pantaloncini corti, come sempre in ritardo insieme a Liva. Tutti gli altri outdoor leaders erano già lì, pronti per l’exam trip, la nostra ultima escursione. Joakim, l’istruttore, ha tirato fuori un foglio di carta e ha iniziato a leggere i nostri nomi uno dopo l’altro. Tutti tranne il mio e di Rikke.

A questo punto serve una breve spiegazione. L’exam trip, che si fa a coppie (quanto avevo sperato di finire con Liva!), è una specie di test per dimostrare cosa abbiamo imparato durante l’anno. In realtà l’unica abilità che viene esaminata (oltre a quella di sopravvivere) è la capacità di orientarsi con mappa e bussola. C’è una persona del gruppo che, come dire, non se la cava molto bene in questo tipo di cose, e tutti temevano di essere con lei in gruppo. Alberto e Francesco direbbero (e infatti lo dicono sempre) “quella c’ha proprio molto sonno”, e mi dispiace aggregarmi a loro in questo caso, ma è proprio vero: c’ha molto sonno. E il nome della persona di cui sto parlando è proprio Rikke, una certa danese bionda e occhi azzurri di 19 anni.

E quindi quando rimaste solo io e Rikke e mi sono resa conto che sarei stata io la sua “badante” per due giornate. Sono diventata un po’ pallida, ma poi mi sono tranquillizzata e mi sono ricordata che lo scopo del weekend era divertirsi. Siamo salite in macchina con Thor e sono riuscita a rilassarmi: il paesaggio era bellissimo, con il sole che splendeva sui campi in fiore. La strada che abbiamo percorso era quella verso Rysjedalsvika (nel verso opposto rispetto a Dale) dove avevo fatto la mezza maratona ed ero stata spesso in bici, ma d’un tratto abbiamo svoltato verso l’interno, e abbiamo lasciato uno dei laghi sulla destra. Nuovi, bellissimi paesaggi. Nonostante fossimo nella stessa zona era tutto un po’ diverso: sembrava di stare in campagna, in delle dolci vallate che erano impossibili da immaginare con il brutto tempo, da quanto fossero pacifiche. E il bello era che c’erano anche delle case (alcune di cui vere e proprie fattorie) e quindi era una zona densamente popolata in termini norvegesi.

D’un tratto Thor ha frenato e siamo scesi; ci ha fatto trovare il posto dov’eravamo sulla mappa e ci ha dato le coordinate della destinazione, in modo che escogitassimo il percorso. Non era molto convinto del nostro piano (infatti ci aveva consigliato un’altra via che, ora lo so, sarebbe stata molto migliore), ma la decisione era nostra. Cinque minuti dopo eravamo in solo in due, io e Rikke. Abbiamo cominciato a camminare sulla strada (tipo provinciale), dato che l’intenzione era di raggiungere il punto in cui c’era un sentiero che, secondo la mappa, ci avrebbe portato sulla montagna. Avevamo trovato una specie di percorso che andava su, ma poi ci siamo rese conto che quello della piantina era un sentiero non mercato. In più, il versante della montagna sembrava veramente ripido ed era in mezzo al bosco e quindi non si vedeva un granché, perciò abbiamo preso la decisione di tornare sulla nostra bella strada principale, fallendo miseramente. Ma alla fine eravamo tutte e due contente, e non ci sentivamo neanche troppo in colpa: il sole stava tramontando e la sua luce illuminava un campo tutto giallo di fiori e la strada procedeva in parallelo ad un bel fiume. Dopo più di un’ora di, essenzialmente, camminata verso dove eravamo venute in macchina, ci siamo finalmente avventurate su per una delle montagne. Ma per farlo abbiamo scelto un’ulteriore strada per auto, giusto per stare sul sicuro. Man mano che salivamo il cielo si faceva sempre più viola e siamo passate vicino a delle pecore (prima avevamo invece visto delle mucche), mentre la strada si faceva sempre più sterrata e si è poi trasformata in un sentiero, alla cui fine siamo giunte verso le 11 di sera.

Era quella la nostra destinazione: un bel lago (che avevamo preso di mira sulla mappa) perfetto per passarvi vicino la notte. Abbiamo srotolato i materassini e i sacchi a pelo (le tende non ce le avevano manco date) e ci siamo appostate a un metro dall’acqua (in cui si vedevano dei pesci volanti) e a circa venti metri da una specie di rifugio (in buone condizioni ma non abitato al momento). Nonostante le impreviste difficoltà iniziali, eravamo molto soddisfatte e serene. Mi sono messa un po’ a leggere nel sacco a pelo (non serviva alcuna luce artificiale) e ho poi dormito più ore del solito, con il suono delle cascate in vicinanza.

Sabato mattina ci siamo entrambe svegliate verso le nove, con un sole già bollente che ci ha spinte a farci subito un bel bagno nel lago. L’acqua era rinfrescante e pulita e tutt’intorno si sentivano gli uccellini. Per colazione abbiamo mangiato giusto un po’ di frutta e ci siamo incamminate. La sera precedente, prima di andare a dormire, avevamo cercato un altro sentiero non marcato senza successo, ed ero fiera di Rikke quando le è venuta la semplice idea di seguire uno dei tanti fiumi che proveniva dalla direzione giusta. L’abbiamo fatto e siamo riuscite ad orientarci, e abbiamo individuato una montagna la cui vetta dovevamo raggiungere. È stato doloroso e faticoso, perché il terreno era instabile e faceva caldissimo. Ma in meno di un’ora ce l’abbiamo fatta a salire, da circa quattrocento a seicento metri s.l.m, e il paesaggio è totalmente cambiato. Niente più verde, solo rocce e neve. Si, neve. Non era tantissima, ma c’era, ed era la cosa più assurda che avessi mai visto: la neve insieme a un sole bollente, con almeno venticinque gradi all’ombra (ombra che era tra l’altro totalmente assente dato che non c’erano più alberi). La vista mi ricordava molto quella del parco nazionale dove avevamo vissuto l’avventura del PBL, e quindi sapevo cosa ci aspettasse: camminare su e giù di vetta in vetta, per kilometri e kilometri.

Ed è proprio ciò che abbiamo fatto, ma con un paio di avvenimenti interessanti in mezzo. Innanzitutto c’è da dire che nel giro di un’ora sono diventata l’esperta responsabile della mappa, e vi giuro che non c’era un secondo in cui non sapessi dove fossimo e dove fossimo dirette. Per saperlo guardavo soprattutto le linee dell’altitudine (Rikki ha scoperto dopo quattro ore che queste altitudine possono indicare sia la discesa che la salita, no comment), fiumi e laghi. Proprio vicino ad uno di questi laghi c’è stato il primo evento in cui Rikki mi ha fatto proprio cadere le braccia. Dovevamo raggiungere l’acqua ed era un po’ ripido, e quindi ho suggerito di toglierci lo zaino e buttarlo su una specie di piattaforma due metri sotto di noi, e l’ho fatto. La sua intenzione era di fare lo stesso, ma in qualche modo è riuscita a mancare la piattaforma e lo zaino è volato giù per quella che sembrava un’infinità, almeno venti metri. Avete presente le scene dei film dove un’automobile cade giù per uno strapiombo e si distrugge tutta? Ecco, uguale.

Siamo state in silenzio per un po’, io non sapevo cosa dire (lei invece si è scusata mille volte), ma poi il cammino doveva proseguire. Ci siamo tolte le scarpe per attraversare il fiume che partiva dal lago. D’altronde, che escursione è se non bisogna camminare scalzi nell’acqua fresca di montagna?

Verso le 11 ho scritto un messaggio a Thor con le nostre coordinate, essendo l’unico momento in cui avevo campo. Abbiamo proseguito, seguendo fiumi e laghi (bellissimi, con l’acqua cristallina e tanti piccoli sassolini bianchi sul fondo), ed ha ripreso ad esserci un po’ di verde.

Camminando camminando, nonostante dovessi stare attenta al percorso, sono riuscita a fare una di quelle belle pensate (molto filosofiche per i miei standard). Ho sviluppato il concetto di cammino come metafora della vita, un’idea non molto originale, ma che secondo me suona benissimo: la vita è un sentiero non marcato. Vorrei lasciarvi interpretare, ma preferisco spiegare. La vita è un sentiero non marcato perché il sentiero in realtà c’è, solo che è difficile trovarlo, e rappresenta il percorso base che si può intraprendere. Se non lo si segue, ci si può perdere e allungare di molto, ma si possono anche trovare scorciatoie e scoprire nuovi posti. A volte bisogna fermarsi, ad esempio per mangiare, e ciò secondo me rappresenta tutti gli eventi che dobbiamo affrontare anche se non vogliamo, ad esempio invecchiare. E beh, quest’è. (Il fatto che il percorso possa essere sia in salita che in discesa evito di dirlo, troppo banale).

Verso l’una, appunto, tappa obbligatoria per il pranzo. Erano finalmente arrivate un paio di nuvole (proprio due di numero, piccoline) che hanno coperto il sole. Per fortuna, perché scottava veramente (Rikke si era messa la crema dappertutto, ma si era dimenticata i polpacci, che sono diventati rossissimi).

Finito di mangiare Rikke voleva distendersi, ma sono riuscita a convincerla a riprendere il cammino temendo che non si sarebbe più rialzata. Questa mia paura originava dal fatto che si vedeva quanto lei fosse stanca e, soprattutto, insicura (che mi dava un po’ fastidio soprattutto quando era proprio ovvio che sapessimo la nostra posizione sulla mappa). Sembrava un po’ una bambina di cinque anni che camminava dietro a sua mamma controvoglia, a volte inciampando su dei sassi.

Ma quando si è resa conto, verso le tre, che eravamo ben oltre metà percorso, si è subito rallegrata e rilassata ed è cambiato tutto. anche il paesaggio: è tornato il verde e proprio d’un tratto è apparsa Dale in lontananza (e l’oceano dall’altra parte) e abbiamo capito dove fossimo più o meno rispetto al college. E poi è arrivato il momento di scendere un po’ d’altitudine, cosa che ci aveva fatto leggermente preoccupare perché avevamo paura di ritrovarci sopra una parete di rocce verticale. Ma ho individuato un fiume che abbiamo seguito e ci ha portato sane e salve ad un bel laghetto in un posto sui 500 metri di altitudine che sembrava quasi leggermente paludoso, se non fosse che era secco come tutto il resto della zona.

A quel punto dovevamo superare ancora un’ultima vetta e, nel caso si vedesse un grande lago rettangolare con una striscia di terra in mezzo dalla cima, ce l’avevamo fatta. E proprio così è stato, e siamo quindi arrivate a destinazione verso le sei, più di quindici ore prima di quanto ci fosse stato richiesto. Ne eravamo molto fiere e contente, dato che (nonostante non ce lo fossimo dette per non stressarci) avevamo entrambe sperato di farcela entro cena.

Proprio mentre stavamo cercando un bel posticino vicino all’acqua, abbiamo visto tre persone, che erano Josh, Lydia, e Joakim, i nostri istruttori, neanche troppo sorpresi o entusiasti di vederci. E quindi ci siamo messe a una centinaia di metri da loro (che stavano pescando) e, per prima cosa in assoluto, ci siamo fatte il bagno. Che bellezza: tutto il sudore è stato sciaquato via dall’acqua in un secondo.

Quando sono uscita e mi sono asciugata e cambiata mi sentivo più pulita che dopo la doccia. E poi uno dei momenti più belli del weekend: ci siamo distese sotto i raggi del sole orizzontali e dorati con la mia musica perfetta dallo speaker e un leggero venticello. Dopo essermi praticamente addormentata mi sono messa a leggere, mentre Rikke faceva un po’ di matematica (scusate ma devo dirlo: ovviamente non era matematica livello higher o standard, ma studies) e poi abbiamo cenato. Anche il cibo era top, il famoso “Real Turmat” che è veramente buono, a cui bisogna aggiungere solo un po’ di acqua calda e poi si ha la cena perfetta (mille volte meglio della mensa, ad esempio io avevo riso con pollo tikka masala e lei couscous).

Ma poi il sole è scomparso dietro ad una montagna e si è invece avvicinato il momento, ovvero le ore, più brutte del weekend (anzi, del mese). Dopo esserci trasferite un po’ più in alto con una vista fantastica su tutto il lago e sul cielo prima arancione poi rosso poi rosa, abbiamo provato a dormire. Provato. Parola chiave. Non la farò lunga, infatti sappiate che la durata del racconto non è proporzionale alla quantità di tempo che abbiamo sofferto. Migliaia di zanzare (in realtà erano moscerini, ma pungevano) avevano formato una nuvola di insetti attorno a noi, e si posavano sulla nostra pelle appena potevano, provocando un prurito insopportabile. La cosa che mi ha permesso di sopravvivere era una specie di scalda collo che ho messo attorno a tutta la faccia, facendo un po’ di fatica a respirare (infatti ciò che mi ha alla fine fatto dormire per un paio d’ore è stato chiudermi nel sacco a pelo, nonostante non ci fosse aria e gli insetti fossero entrati anche lì). Rikke, invece, è impazzita. Anche io sono impazzita eh, ma lei è andata proprio fuori di testa. Si è messa a camminare in giro e, durante una di quelle venti volte che è tornata vicino a me, ho preso un colpo perché pensavo fosse un animale che stava per attaccarmi.

Pensavo che gli insetti non ci sarebbero più stati di mattina, ma quando ho messo la testa fuori li ho visti, e mi sono anche resa conto che faceva troppo caldo nel sacco a pelo e non riuscivo più a starci. La soluzione era: buttarsi nel lago. Una bella nuotata mi ha fatto svegliare, nonostante avessi dormito forse quattro o cinque ore, e Rikke ancora meno. Ci siamo ritrasferite per fare colazione (con un po’ di vento che ha scacciato gli insetti, halleluja): un bel porridge con frutta fresca, e poi abbiamo raggiunto gli altri outdoor leaders, che avevamo visto man mano arrivare sull’altra riva del lago.

Ero felicissima di rivederli, ed ero felicissima che fosse passata la notte. Mi sono messa con Liva a cucinare dei buonissimi pancake e bacon croccante in padella, una sorpresa per premiarci del nostro successo. Nonostante avessimo vissuto avventure molto diverse nel weekend, ci siamo subito riuniti come gruppo, mentre mangiavamo Thor ci ha fatto domande su quale fosse stato il nostro viaggio preferito con outdoor leadership. Non c’era dubbio, era sicuramente quello in cui eravamo mezzi morti congelati e persi nella neve.

Eravamo tristi che fosse arrivata la fine di tutto ciò, ma in realtà è solo l’inizio: ora siamo outdoor leader e dobbiamo essere noi a organizzare viaggi del genere (magari senza morire congelati e perso nella neve).

Siamo scesi a valle tutti insieme, ed è stata una marcia trionfante. Il verde intorno a noi splendeva ed era bellissimo, ma da un certo punto di vista non ce la facevo più: non vedevo l’ora di arrivare alla macchina. Dopo più di un’ora eravamo di nuovo al collegio e abbiamo fatto il bagno nel fiordo tutti assieme.

Poi, in costume e con scarpe da trekking (e mille bolle) ai piedi e zaino in spalla, sono tornata in stanza. Quanto mi sarebbe piaciuto trovarci Pamela e Vicky. Loro non c’erano, ma per il resto ero un po’ come sempre dopo un viaggio con outdoor leadership: distrutta, soddisfatta e felice.

Da desolazione totale a ingente felicità – Svanøy

Perdonatemi, questo racconto è veramente lunghissimo, quindi leggetelo quando avete mooolto tempo, ma leggetelo fino alla fine!

Sabato 19 maggio, sera. Il pullman con i secondi anno era partito e sono rimasta ancora un po’ abbracciata al mio palo (un lampione per la luce). Poi sono andata a piangere nelle braccia di Mariangela (che praticamente mi aspettava e non era per niente sorpresa). Intanto anche Liva aveva gli occhi tutti rossi dalle lacrime e quindi ci completavamo a vicenda di tristezza. Siamo andate in mensa ed era quasi divertente (credo, se qualcuno ci avesse filmate): sono crollata sul vassoio dell’insalata a piangere e tutti mi guardavano dispiaciuti. Camminando verso lo student village sono passati Mariangela e Alessandro in macchina e ho esclamato “ora ve ne andate anche voi!?” e ho ripreso a disperarmi. La nostra tattica per distrarci è stata, come sempre, il cibo: abbiamo cucinato e poco dopo eravamo sul tavolo fuori, al sole, con un mini buffet molto esclusivo con tutti gli ingredienti per i tacos. Avevo temuto che non saremmo riuscite a goderceli ma per fortuna mi ero sbagliata. È passata gente che si è seduta un po’ con noi, poi siamo andate dentro. Era impossibile non pensare a ciò che era successo ed era impossibile distrarsi facendo altro. Completamente impossibile. Ci siamo sedute un po’ sul divano, poi siamo andate in stanza di Liva dove abbiamo trovato (un cappello a forma di pinguino e) una specie di materassino gonfiabile, sia per l’acqua che per la terraferma. Siamo corse giù in ciabatte, felici come bambine (di aver trovato un nuovo gioco), e abbiamo saltellato un po’ in giro.

Nonostante fossimo in uno strano stato d’animo, degli ormoni strani stavano girando nei nostri corpi, ho riconosciuto molto chiaramente come mi sentissi più a mio agio senza i secondi anno. Era proprio come se Iceland House fosse la mia casa, e la strada che ci passa davanti il mio sentiero privato. È passato Hari su uno skateboard, e mentre Liva faceva strani movimenti per gonfiare il materassino, abbiamo provato ad andarci insieme (impresa fallita in quanto era un penny di neanche mezzo metro). Quindi ci sono andata da sola: mi sono data un po’ di spinta e sono arrivata al punto della strada che connette le case e la scuola, in cui si è a cinque metri dalla sponda, e dove si va in discesa. Ho preso troppa velocità: ho tirato un urlo che avrà sentito tutta Flekke. Ma ero felicissima: il sole mi splendeva in faccia e il vento faceva volare i miei capelli (e non mi sono ammazzata). Una volta che lo skateboard si era fermato sono rientrata nella realtà, e sono andata a sedermi su una panchina insieme a Justice. Sadrac, seduto vicino a lei, stava suonando il sassofono e ciò mi ha fatto entrare in uno di quei momenti che ricorderò per sempre. La melodia era lenta e faceva trasparire tutta la tristezza e il dolore, i nostri sguardi erano fissi sul fiordo e/o sul sole che se ne andava tramontando. In realtà non ho pensato proprio a niente per tutto il tempo, siamo stati là per almeno un’ora. Un po’ più avanti c’erano Hari e Liva sul materassino sul prato, e ancora più vicino all’acqua c’erano altri ragazzi. Un po’ più in là c’era invece un altro gruppo su una roccia, e non so in quel momento fossimo tutti connessi o ciascuno nel proprio mondo. So che ad un certo punto si è seduta vicino a me Beinta, una ragazza molto artistica delle Faroe Islands, con cui non avevo mai ma proprio parlato, e ha appoggiato la testa sulla mia spalla e ci siamo date la mano. Conseguentemente ho realizzato quale fosse il secondo lato positivo del fatto che metà degli studenti se ne fosse andata: era molto più facile conoscere nuove persone.

Alcuni sono poi andati a vedere “Il Dittatore” nell’Auditorium, una bella idea, ma mi aveva scritto Annika e quindi sono stata un po’ con lei. Abbiamo parlato di altro, e ancora una volta è stato assurdo trovarci perfettamente d’accordo su praticamente ogni argomento, tralasciando il fatto che lei è spesso molto più positiva di me e mi presenta nuovi punti di vista.

Ho dormito nel letto di Vicky, dato che Lydia si era trasferita in quello di Pamela senza chiedermi nemmeno se mi andasse bene, cosa che non ho apprezzato molto. Ma ho dormito bene, più di dieci ore, tanto sapevo che anche domenica non sarebbe stato possibile essere produttivi. Di conseguenza ho fatto una to-do list molto “soft”, che è stata totalmente inutile dato che mi sono addentrata in un’attività che mi ha occupata per tutti i tre giorni seguenti: svuotare la camera. Mariangela ci aveva detto, in quanto house mentor, che ci saremmo dovuti spostare tutti assieme nelle camere, e quindi ci toccava il trasferimento. Il piccolo problema era che ero responsabile non solo per le mie cose (che già erano abbondanti perché molta gente mi aveva lasciato roba), ma anche per tutta la roba lasciata da Kristine, Vicky e Pamela in modo non “ufficiale”. Tutta questa roba non includeva niente che mi servisse, e alcune cose proprio inutili per tutta la comunità, ma quelli che mi conoscono sanno che 1. Non mi piace buttare roba, qualsiasi cosa sia, nella spazzatura e 2. Ho una tendenza raccogliere le cose con l’intenzione di usarle o darle a qualcuno, miratamente, in futuro. In questo caso stavo già pensando ai futuri primi anno che so che saranno felicissimi di ricevere qualsiasi regalo (tralasciando le cose proprio inutili, brutte e rotte). Ad esempio, il bagno era pieno di, chi l’avrebbe mai detto, una tonnellata di articoli da bagno: shampoo, balsami, bagnoschiuma, creme, rasoi, cottonfioc, assorbenti e tanto, tanto altro. Quasi tutte le confezioni erano piene circa a metà, e quindi non mi sarebbe proprio saltato in mente di buttarle via.

In stanza c’erano invece ancora grandi quantità di cibo, montagne di vestiti e innumerevoli decorazioni alle pareti. Tutto ciò l’ho dovuto smistare e integrare tra le mie cose o portarlo da qualche altra parte. E poi c’erano quelle cose che o non si capiva cosa fossero o non si aveva la minima idea di cosa farci. Ho passato tutto il santo giorno in quella stanza (anche durante i pasti!) che ho incominciato ad odiare, mentre fuori c’era il sole e la gente, forse, si divertiva.

L’unico momento in cui sono uscita dalla caverna era per andare in palestra e subito dopo all’house meeting, in cui Mariangela ci ha finalmente assegnati alle nuove stanze. Io ero sicura al 90% che mi avrebbe messo con Liva e ci avrei scommesso, ma sono finita con Nynke, Miranda e Tenzin al piano superiore. Nella stanza dove avevano vissuto le migliori amiche di Vicky, e con cui c’era quindi stato un costante scambio: o Rose e Kalyani venivano giù, o Vicky andava su. Nonostante tutto ero felice di essere finita là, e volevo trasferirmici al più presto possibile. Infatti, dopo essere poi stata a casa di Mariangela e Alessandro a vedere Ratatuille con altri Icelandhousers, ho messo al nuovo letto le tende e le nuove lenzuola (regalatemi da Helen, colorate e bellissime: finalmente non devo più usare quelle bianche da albergo!) e ho appeso alla parete una foto: Vicky e Pamela.

Lunedì siamo andati a fare un progetto scientifico sull’isola di Lammetun (famosa per qualche evento della Seconda Guerra Mondiale che riguarda i tedeschi), ma ero stanchissima e non sono riuscita a godermela finché non è uscito il sole. ho anche raccolto un po’ di plastica, e quella è stata la parte più produttiva. Tornata al campus mi sono resa conto che mi serviva un evento traumatico per svegliarmi, e quindi sono corsa dritta nel fiordo. Poi ho preso un po’ di sole con Francesco e Alberto, e nel pomeriggio ho passato invece un po’ di tempo con Hari, ad esempio su una zattera in mezzo al fiordo che avevano costruito i nostri secondi anno. Per cena c’era un bel barbecue fuori, e una serie di coincidenze ha fatto sì che fossi nel posto giusto al momento giusto: proprio mente Jelena, la prof di biologia, parlava con degli altri prof del viaggio su un’isola, Svanøy, che ci sarebbe stato il weekend seguente (solo per gli studenti di biologia), ho chiesto se potevo venire anche io, e grazie anche a Mariangela la risposta è stata sì.

Di sera ho riso tantissimo alle presentazioni di ciò che avevamo fatto durante la giornata: il gruppo di Liva aveva dato dei nomi molto interessanti alle specie (si, dovevamo trovare organismi e inventarci il nome scientifico) e Francesco aveva addirittura scritto una poesia.

Martedì abbiamo ripreso ad andare a scuola ed è stato molto strano, e sia quel pomeriggio che mercoledì sono stata fino a sera a svuotare la mia vecchia stanza. Ogni volta che pensavo di aver finito spuntavano fuori cose nuove, e non ce la facevo più.

Anche giovedì c’era un tempo bellissimo, ma dopo scuola mi sono messa il pigiama e ho dormito per due ore. Poi ho cucinato il pranzo per il giorno seguente e di sera sono andata in piscina.

Venerdì, dopo che mi ero letteralmente buttata giù dal letto per, come sempre, spegnere la sveglia che è sulla scrivania ho considerato sul serio la possibilità di tornare a dormire, ma poi mi sono ricordata che dovevo finire di preparare la borsa per il viaggio che sarebbe iniziato subito dopo scuola e mi si sono accese le pile. Con lo zaino grande più quello più piccolo e un’altra borsa sono andata a spagnolo. Cristina, la prof, ci ha insegnato delle strategie per l’esame, mentre a ESS ho ricevuto il voto dell’esame del primo anno: 7 (il massimo, con 85% delle risposte giuste). La prima metà dell’ora di teatro l’ho passata al sole a scrivere la tesina di geografia, poi è arrivato Sadrac e ci siamo un po’ esercitati con la nostra coreografia in riva al fiordo. Poi un’ora di geografia un po’ pesante e infine, finalmente, libertà: era un po’ come se fossero iniziate le vacanze. Sono andata al pontile dove era attraccata una barca apposta per noi, e abbiamo iniziato a caricare tutti gli strumenti di biologia, il cibo, i sacchi a pelo, le tende e i nostri zaini. Poi ci siamo messi sulla piattaforma più in alto della barca, che era una specie di aliscafo per più o meno cinquanta persone e abbiamo pranzato. Avevo preparato tutto per me e Liva: un’insalata greca (pomodori, peperoni, cetrioli, feta e olio buono) stellare e le penne con salsa di pomodoro e auricchio. Un pranzo da sogno con una vista da sogno: la barca si è messa in moto e abbiamo salutato il collegio senza rancore, ed è iniziata la gita.

Andare con una barca a motore nel “nostro” fiordo era veramente stato uno dei miei desideri, ed è stato più bello di quanto mi aspettassi. I colori predominanti erano l’azzurro del cielo, il blu intenso dell’acqua e il verde brillante della foresta di alcuni campi. Era una mini crociera in un mini fiordo, con il sole che da giorni ci illuminava le giornate ma in quel momento l’avrei proprio baciato di gioia, ed invece era lui che ci baciava. Il fiordo si è allargato e si è visto il ponte di Dale, mentre passavamo vicino ad un altro paesino di case colorate. E poi eravamo circondati da tratti di terra che non erano più terraferma ma isole rocciose e affascinanti. L’atmosfera era ottima, c’era musica estiva e si ballava, poi è venuta fuori un po’ di stanchezza e ci siamo distesi a prendere sole, anche perché a stare in piedi c’era troppo vento.

Abbiamo fatto uno stop ad Askvoll, una cittadina sulla costa, per far salire a bordo il nostro rettore Larry, e dopodiché abbiamo proceduto verso nord, in una specie di larghissimo canale fra montagne-isole. L’acqua era uno spettacolo, la superficie aveva acquisito un motivo che si ripeteva infinite volte includendo varie tonalità di azzurro, e mi sono resa conto di quanto mi fosse mancato il mare. infatti avrei voluto continuare il viaggio sulla barca, ma dopo un’oretta e mezza eravamo a destinazione: siamo entrati in una baia ai piedi di una montagna non troppo alta in mezzo al mare, che si distingueva dalle altre perché era tutta verde. Il fondale del mare era chiarissimo e mi sarei buttata volentieri, ma poi dovevamo scendere sul pontile e fare una catena per scaricare. Lavoro di squadra. Gli studenti di biologia sono andati a fare qualche misurazione sulla costa, mentre noi, il Dream Team abbiamo trasportato tutto alla nostra base. Ero contentissima di essere in un gruppo piccolo di gente di simpatica, e non insieme agli altri trenta studenti tutti in massa. Abbiamo camminato un po’ in salita e siamo arrivati al Centro Cervi che ci ospitava. Infatti c’era un recinto di cui era impossibile vedere l’inizio o la fine che circondava prato e foresta dove si vedevano occasionalmente passare, giusto, cervi.

Ma vicino al grande edifico rosso di legno si potevano anche talvolta vedere dei pavoni. La moglie del proprietario, una signora sui 50, muscolosissima, molto simpatica, ci ha dato il benvenuto con il suo ottimo inglese. Poi abbiamo montato le tende, due da più di dieci persone e altre più piccole, sotto un sole che, vi giuro, scottava. Dentro la tenda sembrava di stare in una sauna. Perciò mi sono messa in pantaloncini e ho iniziato a camminare a piedi scalzi e fare ruote e verticali sul prato. Verso le cinque ho iniziato a cucinare con Mariangela e Alessandro (sì, c’erano anche loro) e dopo un’oretta sono tornati i biologi. Abbiamo cenato fuori sotto il sole, riso e carne vegetariana, e poi Jelena ci ha fatto notare quanto fossimo fortunati perché per lei era il ventesimo anno che veniva e spesso c’erano stati acquazzoni terribile. Dopodiché il proprietario ci ha raccontato un po’ della storia recente dell’isola, ed era molto interessante: ha provato ad allevare un uccello strano, il capercaillie (cervo cedrone, boh), e non ha funzionato, ma con i cervi invece sì. Nonostante ciò, Svanøy ha problemi con la popolazione umana (praticamente 50 persone) che sta invecchiando dato che tutti i giovani se ne sono andati. Ma ci stanno lavorando molto efficacemente: si sono aggiunte altre 50 persone che vengono per turismo nei weekend e tengono in vita il negozio e tutta la comunità.

Dopo questo racconto che mi ha fatto pensare molto e dato idee, mi è venuta voglia di scoprire l’isola, insieme all’idea migliore del mondo: usare la bici (portata dal collegio) per farlo. Mi sono messa in sella, ho salutato i cervi, e ho preso velocità sulla strada ghiaiosa che si è addentrata nella foresta, che era tutt’altro che densa e buia. È comparso un lago e ho potuto rivedere il sole, i cui raggi avevano smesso di raggiungere l’accampamento abbastanza presto per via di una montagna. Al primo bivio ho consultato la mappa e svoltato verso il maggiore centro dell’isola. Mi sono ritrovata in uno spazio più aperto e molto luminoso, e ho visto dei cervi liberi saltellare verso il bosco. Poco dopo mi sono invece ritrovata di fronte ad una mucca, seduta tranquillamente vicino al ciglio della strada, senza recinto né niente, e ci siamo salutate. Più avanti c’erano anche altre mucche, e più tardi avrei visto anche pecore e agnellini (e anche papere e paperelle tutte in fila). D’un tratto la strada è diventata di cemento e mi sono ritrovata in una curva vicino ad un campo e delle case di bianche di legno, con i raggi del sole che passavano attraverso le sagome degli alberi orizzontalmente e coloravano un po’ tutto d’oro. E poi sono arrivata nel “centro”: c’erano altri cinque o sei case molto belle, tra cui un grande edifico basso e largo di legno e pietra. Ci sono voluti poi venti secondi per passare da questo paesaggio di campagna a quello costiero, tramite un tratto in ripida discesa in cui avevo il sole proprio davanti a me, e la luce magnifica che emetteva si rifletteva nell’acqua fermissima dell’oceano. Da una parte c’era una baia con alcune case colorate di legno praticamente nell’acqua, dall’altra c’era, proprio alla stessa altezza, un lago circondato da flora verde intenso. Dopo aver proceduto un po’ sulla strada piana, ho raggiunto un’altra meraviglia: un canale con alcune barche e poi il porto, da cui si aveva una vista più completa sulle altre isole e sul sole e si vedeva il mare aperto. C’era musica e alcune persone sedute fuori, un bar che vendeva gelati, e mi sentivo come in un porto in Croazia. Mi sentivo in vacanza, ma allo stesso tempo stavo vivendo un’avventura.

Dato che ero stata molto veloce a percorrere la strada che congiunge le due coste opposte dell’isola, ho deciso di tornare indietro, ma stavolta prendendo tutte le strade laterali che portavano a varie piccole penisole. La strada principale, l’autostrada dell’isoletta, era proprio al centro, e ogni volta che si prendeva una deviazione ci si avvicinava alla costa e al sole, che colorava il cielo di colori sempre più intensi. Adoravo quei sentieri che andavano su e giù, e quando prendevo velocità e avevo la musica perfetta tra le orecchie, era il raggiungimento del massimo della mia felicità. Il paesaggio era molto vario, per la maggiore nella foresta ma anche vegetazione più bassa, e l’acqua del mare si addentrava nell’isola attraverso pareti di roccia su cui sono riuscita a “volare” con la mia bici su un bel ponte di legno. Quasi sempre, ogni volta che si arrivava all’acqua vi si trovavano anche delle casette di legno un po’ isolate ma molto ben mantenute, anche se non sembravano abitate.

Un’altra visione notevole è stata quella di una parte lunga e stretta di un lago un po’ più su in mezzo alla foresta in cui si specchiavano tutte le piante e il cielo, ma in qualche modo sembrava che vi fossero proprio dentro, e quindi sembrava un pozzo infinito o l’entrata ad un altro universo. Nonostante avessi un po’ di paura che qualcuno alla “base” si stesse preoccupando, avevo un obbiettivo ben preciso da raggiungere: vedere il tramonto. Non era facile perché erano poche le strade che arrivavano all’acqua, e spesso la vista dall’interno era coperta dai pini che, quando venivano colorati dai raggi di sole bronzei, mi ricordavano molto il Mediterraneo.

Verso le 10 e mezza ho imboccato la strada che era la mia ultima speranza per compiere la missione, e dopo aver scelto la diramazione sbagliata ad un bivio sono tornata indietro e ho continuato con basse aspettative ma altissime speranze (avevo intravisto il sole che era rosso e brillante come un pomodoro). Mi è andata più che ottimamente: sono arrivata alla fine della strada e sono scesa dalla bici per camminare su un sentiero che prometteva bene, passando vicino a due casette su una baia con l’acqua cristallina. Sono salita su una cima e mi sono ritrovata davanti ad una vista che non dimenticherò mai. Il mare era viola, il cielo era rosa, e il sole rosso stava scomparendo dietro alle isole in lontananza le cui sagome si intrecciavano fra loro. Se fossi arrivata 5 minuti dopo, il sole sarebbe già stato oltre l’orizzonte. Mi sono semplicemente seduta su una roccia a ammirare il tutto, e mi sentivo uno con la natura e l’oceano.

Poi era ora di tornare, nonostante ci sarebbero volute ancora ore perché si facesse “buio” (ovvero meno luminoso possibile). Una volta tornata ho incontrato un gruppo di studenti che stavano facendo una passeggiata, e fierissima li ho mostrato sulla mappa tutto il percorso che avevo fatto. Poi ho rimesso a posto la bici e sono andata nell’edificio, dove ho tristemente constatato che c’era tantissima gente che, invece di stare fuori, era dentro (dove in realtà era ancora più buio) con il computer o al cellulare. Anche la fine della giornata è stata perfetta: sono stata in tenda mentre si vedeva che fuori il cielo era ancora azzurro scuro e poi è arrivata Liva e abbiamo dormito benissimo nei nostri sacchi a pelo, mentre gli altri condividevano tende in quattro o in dieci. Di notte abbiamo avuto un po’ di freddo, ed era assurdo considerando quanto mi fossi lamentata del calore sei ore prima.

La sveglia ci ha tirate fuori dal sonno alle sette e un quarto, proprio mente stavo sognando di tutt’altro, forse di essere in una grande città. Ma dopo un attimo mi sono resa conto di dove ci trovassimo ed ero molto più felice. Ho corso per andare ad aiutare a preparare la colazione, attività che mi ha dato la possibilità di procurarmi un toast caldo con burro d’arachidi. Poi abbiamo fatto colazione al sole (che era già caldo) e tutti erano pieni d’energia. C’erano i due cani dei proprietari, carinissimi, che si sono fatti accarezzare e mi hanno dato così tanto affetto che mi sembrava che ci conoscessimo da anni. Poi biologi sono partiti e anche per me era ora di lavorare per la mia tesina di ESS, ed ero molto in difficoltà perché non sapevo bene cosa dovevo fare, troppa autonomia. Ho fatto un giro facendo un po’ di foto alle piante, ma mi ha fatto molto più piacere scoprire nuovi sentieri e camminare insieme ad un gregge di pecore. Alle 10 e mezza sono tornata (dopo che ho incontrato il rettore che pensava che stessi saltando biologia) ed è iniziato il tour dell’area con il proprietario che ci ha spiegato tantissime cose, e quindi ho deciso di scrivermi tutte le informazioni per usarle nella mia ricerca. Il tipo ci ha raccontato dei cervi e dei modi per allevarli e, se necessario, ucciderli per controllare la popolazione, e si vedeva che era molto appassionato e non o faceva per i soldi (nonostante produca anche carne per venderla). Abbiamo assistito al “pranzo” dei cervi, che tra l’altro non avevano alcun problema a stare in mezzo al nostro gruppo e farsi accarezzare.

Poi abbiamo pranzato anche noi, e ho fatto un po’ la babysitter della figlia del rettore, Poppy, una principessina. Mi ha insegnato a giocare a frisbee (uno dei suoi trucchi consiste nel dire “I would like a cup of tea” e poi lanciare il frisbee inaspettatamente, molto inglese) e si sono aggiunti anche i figli di Mariangela e Alessandro e altri. Ero scalza sul prato con pantaloncini corti e il sole in faccia, e mi godevo la vita. La bella vita, che poi è ancora migliorata perché sono scesa giù alla spiaggia con Liva. Mi sentivo proprio come se fossi stata a casa e stessi andando al mare con zainetto in spalla e occhiali da sole. C’erano altri studenti su un pontile, ma noi abbiamo camminato un po’ e siamo arrivate ad una insenatura con degli scogli perfetti per buttarsi, ad un paio di metri dall’acqua nitidissima. Dopo un po’ di dubbi su come ne sarei poi venuta fuori, mi sono tuffata nell’acqua fredda. La faccia mi si è congelata e mi è venuto un millisecondo di panico riguardante la mia capacità di respirare, ma poi mi sono tranquillizzata e mi sono abituata. Così tanto che ho deciso di nuotare vicino alla costa verso il pontile, da cui si è poi buttata anche Liva. Quando ho visto che anche lei come me riusciva a restare nell’acqua gelata, diversamente da tutti gli altri, è stata come un’ennesima conferma della nostra compatibilità. Mentre gli altri ci prendevano per pazze, abbiamo nuotato un po’ al largo e abbiamo quasi raggiunto un’altra baia, e non riuscivamo a decidere quale parte fosse più bella: la vista che si aveva dalla spiaggia sul mare e la terraferma con le montagne su cui c’era ancora neve, o quella sulla spiaggia e tutto il verde che c’era dietro.

Siamo diventate uno con l’acqua, ci siamo distese sulla sua superficie che era la parte più calda, e come essa ci facevamo scaldare dal sole. Giuro che quando sono uscita avrei preferito tornare nell’acqua, perché dalla differenza di temperatura la pelle ha iniziato a prudere. Ma poi mi sono distesa sul pontile di legno caldo e mi sono scaldata; ho ascoltato musica e sono entrata in uno stato di dormi-veglia.

Alle cinque e mezza, dopo due ore di mare che mi hanno fatto venire dei ricci d’oro, sono tornata su, dove abbiamo formato dei gruppi e abbiamo camminato un po’ prima di entrare in una delle aree recintate dei cervi, vicino all’acqua. Era il minimo che potevamo fare per ringraziare dell’ospitalità: aiutare un po’ con il mantenimento dell’area. Dovevamo raccogliere i rami degli alberi e farne una grande pila, un’attività che fa parte del Dugnad norvegese, ovvero un lavoro che si fa in comunità. Per me e Liva si è in realtà trasformato di più in una raccolta di plastica. Trygvar ci era molto grato (30 persone lo portano avanti con il lavoro di due settimane) e anche noi ci siamo divertiti.

Per cena, che bellezza, un barbecue. Ci siamo preparate gli hamburger e gli hot dog e ci siamo sedute in un bel posticino vicino ai fiori al sole, e abbiamo escogitato un piano per procurarci le due bici prima degli altri. Ha funzionato, e verso le nove e mezza abbiamo iniziato a pedalare, io e Liva, Liva e io. Il fatto che io sapessi già la strada era ottimo, e quindi l’ho portata senza esitare al “centro” e al porto, dove ci siamo sedute un po’ a guardare le barche, il sole e la gente. Aria d’estate. Dato che era già la seconda volta che ero là, mi sentivo un habitué, ma volevo anche scoprire qualche posto nuovo. E quindi ci siamo ritrovate in mezzo ad un campo a credo 100 metri s.l.m. vicino a cui c’erano addirittura varie case, ma poi siamo entrate in una foresta di pini, e fidatevi che se qualcuno mi avesse detto che ero in Croazia, ci avrei creduto all’istante. Poi siamo scese di altitudine e passate su ponte di legno che ci ha collegate ad una piccola isola stretta e lunga, da cui si aveva la vista sul mare aperto e altre isolette simili; in più si vedevano le sagome delle strutture di acquacultura (sull’isola hanno inventato l’allevamento di salmone) che avevano molto fascino. L’acqua era liscia e vi si specchiava il cielo arancione, ed il momento più magico è stato quando siamo andate con la bici su un pontile: pedalavamo praticamente nell’acqua, e poi abbiamo ammirato il tramonto. C’era anche un kayak in buonissimo stato, e per un momento abbiamo pensato di prenderlo in prestito e pagaiare via.

La vista era veramente fantastica, ma per vedere il tramonto vero e proprio ci siamo spostate su un campo dove stavano tranquillamente pascolando dei cervi selvatici, delle pecore e delle oche che hanno iniziato a volteggiare nel cielo. Il sole e le nuvole a strati creavano un gioco di colori bellissimo, che si rifletteva nel lago che era un po’ più in basso rispetto a noi e poi, oltre ad esso, nell’oceano. La cosa speciale era che dal sole partiva un fascio di luce verticale verso l’alto, e sembrava un raggio verso l’universo. Mentre il sole scompariva all’orizzonte ascoltavamo la canzone “Orange Sky” e quando è finita, Liva mi ha guardata e ha detto “mettila di nuovo!”.

Le zanzare ci hanno scacciate, e mentre scappavamo pedalando abbiamo visto che anche l’altra parte del cielo era splendida: si vedeva il mare e poi le montagne dell’entroterra, sopra cui c’era la luna piena circondata da un cielo viola. Non sapevamo da che parte guardare, ma laddove era tramontato il sole è diventato ancora più bello perché i colori si sono intensificati. Abbiamo trovato un punto sopra un’insenatura da cui si vedevano tutte le isole e delle barchette, le sagome nere degli abeti e intorno ad esse il rosa-rosso. Era quasi mezzanotte, e mentre tornavamo indietro pedalando veloci attraverso il bosco era in corso “l’ora blu”. La tenda era stata scaldata dal sole tutto il giorno, ed aveva una temperatura perfetta.

Dopo aver dormito per quelle che mi sembravano dieci ore, ho fatto una bella colazione con un toast con burro d’arachidi e cioccolato, poi abbiamo tirato giù le tende, fatto ordine e pulito. Alle 11 sono partita con Alessandro e altri studenti, eravamo un gruppetto perfetto di meno di dieci persone per un’escursione. Faceva caldissimo, ma speravo che sarebbe stato più fresco nella foresta, desiderio che si avverato solo parzialmente. Abbiamo iniziato a camminare, ed è stata un’ottima opportunità per fare un po’ di lavoro da l’outdoor leader. Camminavo per prima della fila indiana e seguivo i segni blu sui tronchi. Man mando salivamo sempre di più, e la vista si faceva sempre più stupenda: il mare era azzurro e luminoso proprio come d’estate. D’un tratto ha iniziato a soffiare una leggera brezza calda che ha portato un intenso profumo di pino, e giuro che tutto ciò che mi circondava mi ha ricordato il Mediterraneo. Siamo saliti ancora di più, e incredula ho constatato che, in un preciso istante, se qualcuno mi avesse detto “Mancano cinque minuti a San Primo” non ci avrei pensato due volte. Anche perché si schiattava di caldo ed era tutto molto secco per standard norvegesi. Siamo arrivati sulla cima e c’era troppo sole, ma la vista era stupenda: eravamo sul punto più alto di tutta l’isola, e si vedevano tutte le isole attorno e l’oceano. Tornando giù, è stato bello sentire i discorsi fra Nella, Lydia, Musonda Thando e Delroy sulle differenze e somiglianze fra i cibi e le espressioni di vari paesi africani, mentre camminavamo nel bosco verde affiancati da piccoli fiorellini.

Eravamo tutti sudati, infatti sono andata poi dritta ala spiaggia con Alessandro e Pietro. Ancora una volta mi sono buttata e sono rimasta nell’acqua il triplo del tempo rispetto a loro, nuotando sopra la sabbia chiara. Poi mi sono messa su uno scoglio ad ascoltare Jovanotti, e d’un tratto c’era Liva dall’altre parte dell’insenature che faceva le sue misurazioni sui licheni. Poi si è buttata anche lei, e come me ha nuotato al largo.

Verso le 3 e mezza sono tornata su per prendere lo zaino, perché era purtroppo arrivata l’ora di lasciare l’isola. L’unica cosa che non mi ha fatto essere triste all’idea di partire era che il viaggio di ritorno sarebbe stato bellissimo. Abbiamo fatto una catena umana per caricare la barca ed è stato sia divertente che efficiente, poi siamo tutti saliti e i proprietari del posto ci salutavano da giù, e là sì che ero triste. La barca è partita velocemente, e il proprietario ci ha letteralmente seguiti un po’ con il suo drone per filmare, che sembrava un gabbiano bianco che ci seguiva. E poi eravamo circondati dal mare e dal cielo che avevano lo stesso colore, e ci siamo goduti l’aria di mare. Mi sono seduta vicino alla cabina del capitano con Liva e non servivano parole, sapevamo di aver appena vissuto uno dei più bei weekend di sempre.

Quando siamo entrati nel “nostro” fiordo eravamo in piedi a prua, proprio sulla punta della barca, e vedevamo l’acqua scura scorrere velocissimamente sotto di noi. Quando ho visto la scuola volevo piangere, ma poi non è stato così male: abbiamo scacciato delle barche di norvegesi che prendevano sole davanti alla scuola. Abbiamo scaricato la roba e faceva molto caldo; per cena c’era pizza e il melo davanti ad Iceland House era in piena fioritura, quindi mi ci sono seduta sotto ed ero felice.

Cascate di lacrime

Ma iniziamo con una storiella innocente. Sabato alle 8.30 ero, insieme a tutti gli altri outdoor leaders, pronta per una giornata sul fiordo. Faceva freschetto (serviva decisamente una felpa) e il cielo era un po’ coperto, quindi avrei preferito stare ancora un po’ a dormire, soprattutto quando era poi ora di entrare in delle mute scomode e un po’ umide. Poco dopo eravamo ciascuno nel proprio kayak, sull’acqua leggermente increspata, ed è anche uscito il sole. Era finalmente arrivato il “kayak leader course”, il corso per diventare ufficiali guide per portare altri studenti del collegio per fare delle uscite sul fiordo. purtroppo era in una data un po’ infelice, proprio il weekend prima della maggior parte degli esami per i primi-anno, ma secondo me era ottimo, perché era finalmente arrivata la primavera non credo che avrei studiato molto, ma mi sarei solo pentita di non stare studiando.

Joakim, il nostro istruttore, ci ha insegnato molto di tecnica, ovvero come pagaiare correttamente (usando la schiena e non le bracccia), e come tenere sotto controllo un gruppo di persone. Abbiamo proceduto a zig zag, talvolta molto vicino alla costa, e ogni 20 minuti ci facevamo un “raft”, ovvero ci fermavamo e mettevamo i kayak, tutti colorati, uno vicino all’altro. Alle 11 eravamo arrivati su un’isoletta dove abbiamo pranzato. Mi sono distanziata dagli altri, che parlavano di scuola, insieme a Liva e mi sono distesa su una roccia a prendere sole. Dopo quasi un’ora abbiamo ripreso: diversamente da quello che mi aspettavo e forse da quello che avevo sperato, è stata una giornata molto tranquilla e rilassante. Una volta riavvicinatici a scuola, è venuta la parte del corso che meno ci ispirava. Dovevamo rovesciare il kayak, cadere nell’acqua e poi farci salvare da un’altra persona, il tutto suddivisi a coppie. All’inizio ero positivamente sorpresa dalla temperatura dell’acqua, ma dopo neanche un minuto mi sono iniziate a congelare le braccia, che non erano coperte dalla muta. Quando toccava a me a salvare, ho fallito, perché il kayak era pieno d’acqua e pesantissimo.

Non siamo tornati al collegio troppo tardi, e quindi ho avuto tempo di studiare un po’, farmi la doccia e andare a cena: Tortila saturday. C’era una fila lunghissima, e tutti erano poi fuori a mangiare, con musica e buon’umore. Era estate, indossavo i sandali e un pantalone colorato ed ero felice, anche perché alle otto ci sarebbe stata l’ultima cena. Per quello ero in realtà triste, era l’ultima cena con Marco e Ilaria e casa di Mariangela e Alessandro. Durata: quattro ore esatte. Cibo: tanto e, ovviamente, buono.

Stanchissima e pienissima sono barcollata a letto. Avrei potuto e dovuto dormire almeno una decina di ore, ma mi dovevo svegliare alle 7.30. Il motivo era per prepararmi ad una giornata fantastica con Pamela, che sarebbe venuta con noi a fare kayak in quanto era una delle persone che aveva finito gli esami più presto. Abbiamo fatto colazione con calma in stanza, poi abbiamo incontrato gli altri per scoprire che il pulmino era in ritardo, quindi ci siamo messe a prendere il sole al centro della strada, sull’asfalto. Io, lei e Liva eravamo letteralmente distanti dagli altri (che si interrogavano a vicenda per “ripassare”), intente a goderci una delle nostre ultime giornate assieme. Poi il bus è arrivato, ed è iniziato un tragitto che mi ha riempito di gioia da tutti i pori: era primavera, tutto verde, con il sole che splendeva attraverso le foglie. Era da letteralmente tre mesi che aspettavo. Mi ricordo che già a febbraio, in un bel giorno di sole, avevo sentito degli uccellini cinguettare ed avevo iniziato a bramare la primavera. E figuriamoci dopo le vacanze di Pasqua, dov’ero stata a Roma e avevo mangiato così tanti gelati che manco ad agosto.

E proprio in quel momento era arrivata. La cosa che più mi ha stregata erano i campi in fiore: chi se li aspetta in Norvegia? Colorati, gialli e viola, bellissimi. Purtroppo ci siamo poi allontanati dalla campagna, dato che ci siamo avvicinati alla costa, dove la vegetazione era più artica. Abbiamo scaricato i kayak e ci siamo messi le nostre tute 100% (giuro) impermeabili da 700€ ciascuna. Che in realtà erano un po’ inutili, perché l’acqua era tranquilla e faceva veramente caldo. Abbiamo iniziato a pagaiare in una specie di canale che separava le isolette che si facevano sempre più piccole, fino a quando non c’erano più alberi, ma solo cespugli e rocce. Io ero l’ultima della fila, e remavo tranquilla guardandomi intorno con i raggi del sole sulla faccia. L’acqua, salata, era nitidissima e azzurrina. L’atmosfera era molto tranquilla, primaverile, e dopo poche ore ci siamo già fermati per mangiare. Ma prima abbiamo fatto il bagno: con le nostre mute potevamo stare nel mare senza bagnarci, ed erano così stagne che quando si entrava nell’acqua si gonfiavano d’aria e ci galleggiava: sembrava di essere dentro a un palloncino. Il pranzo, panini con prosciutto dall’Italia, l’avevo preparato sia per me che per Pamela, e ce lo siamo godute sotto al sole. Faceva proprio caldo, ma non posso dire che quando mi sono poi ribaltata col kayak l’avessi fatto apposta. Ci sono stati almeno dieci ribaltamenti, perché tanto non ci si bagnava e il freddo dell’acqua si sentiva solo un po’ dopo che ci si stava dentro. E poi eravamo nell’oceano (quasi) aperto. Pagaiavamo contro il vento, circondati da alcune isole rocciose in lontananza. A volte, vicino alle sponde piene di alghe le onde venivano risucchiate, proprio come fosse Cariddi.

Il momento più divertente è stato passare fra due isole molto vicine attraverso un canale dove si veniva spinti da una forte corrente. Dopodiché ci siamo di nuovo cimentati con i salvataggi, prima che assistessimo ad una meraviglia: sono passati due delfini. Eravamo abbastanza sicuri che lo fossero, nonostante avessimo visto solo due pinne uscire e rientrare in acqua contemporaneamente. La piattaforma petrolifera abbandonata a cui siamo passati poco dopo era un’immagine molto contrastante, ma aveva comunque un certo fascino. Siamo rientrati nel canale da cui eravamo partiti: avevamo fatto un bellissimo giro ad anello. Un po’ di lavoro di squadra per rimettere su le barche (mi ricordava molto i tempi di quando facevo canottaggio) e poi eravamo di nuovo seduti sul pullman: io appoggiata sulla testa di Pamela e lei sulla mia spalla, a dormire.

Per concludere, un discorso finale di outdoor leadership, per incitarci a iniziare ad organizzare viaggi per gli altri studenti. Subito dopo io e Liva abbiamo cucinato per la cena, ovvero ho prima lesso e poi fritto le alghe che avevo raccolto nell’oceano. Le abbiamo poi usate come ingrediente principale delle nostre tortillas (gli altri ingredienti erano quelli soliti) al posto della carne macinata, e mi sono piaciute tantissimo.

Lunedì era finalmente arrivato il giorno principale dei miei esami: geografia e ESS. Di geografia, modestamente, sapevo tutto, perché mi ero immaginata le domande che ci avrebbe fatto Daniel e preparata appropriatamente. Mi dispiace dirlo ma era più che altro noioso, e c’era tanto da scrivere; lo stesso per ESS. Finiti entrambi gli esami (durata totale quattro ore con solo mezzora di pausa!) ero distrutta: sono andata in stanza a dormire (proprio sul serio, con pigiama e mascherina), e anche quando mi sono svegliata dopo più di un’ora stavo ancora dormendo. L’unica cosa che ho fatto nel pomeriggio è stata andare in piscina, anche perché era nuvoloso e non riuscivo proprio a fare niente. Il giorno dopo c’era invece il sole e mi sono pentita di non aver fatto niente, perché inglese mi è andata proprio male. Avrei potuto scegliere la domanda che avevo già fatto, ma volevo essere leale e sfidarmi, decisione stupida. Almeno nel pomeriggio ho iniziato a fare la mia tesina di geografia, così come la mattina dopo.

Mercoledì pomeriggio era l’inizio della fine. Gli esami erano praticamente finiti e molti secondi anno erano liberi: liberi dall’IB, liberi di godersi gli ultimi giorni di RCN. Dopo pranzo era ora, per me e Liva, di iniziare la vera preparazione per la cena pre-graduation. Insieme a Barbara, Daniel e praticamente tutti gli africani siamo andate a Førde per comprare tutti, ma proprio tutti, gli ingredienti necessari. La partenza? Ci abbiamo impiegato un’ora, dato che ci siamo fermati a Flekke e abbiamo anche dimenticato varie cose. Ma il tempo era bellissimo e mi sono goduta il paesaggio ascoltando la musica, e poi ci siamo avventurati nella “grande” città (15 mila abitanti). Il piano di Barbara, come me l’ero aspettato, non era molto efficiente: andare in vari supermercati, cercare i prodotti, comparare i prezzi e infine comprare le cose dove là dove fossero meno care. Un casino insomma. Infatti io e Liva siamo dovute andare avanti e indietro. Ma fidatevi, mi ero rassegnata a tutto ciò già prima di partire e quindi l’abbiamo presa con leggerezza. Io e Liva abbiamo lavorato in squadra, e ci siamo divertite un sacco a correre in giro per il supermercato e comprare quintali (letteralmente) di cibo. Abbiamo riempito decine di buste (di plastica purtroppo, mi rimprovero da sola) ma anche valigie. Era anche bello essere circondate da persone mai viste, dato che a Flekke non si vede mai un volto nuovo. Il nostro negozio preferito è definitivamente stato l’Asian Shop, che vendeva frutta e verdura di buona qualità e prodotti da tutto il mondo: dal baklava a vari tipi di ayran. Siamo rimaste veramente scioccate di aver trovato una così grande varietà (credo che nella maggior parte delle città italiane non ci sia un negozio così) praticamente in mezzo al nulla. Mentre gli altri hanno cenato da Burger King io e Liva abbiamo comprato del sushi (in un altro negozio ancora!) da mangiare nel pullman. Il viaggio di ritorno è stato assurdo: eravamo tutti di buon umore e con la pancia piena; Mirian, una secondo-anno del Tanzania (che quel giorno mi sembra avesse finito gli esami) si è messa a raccontare storie molto divertenti, and esempio di gente che vola nei cesti e elefanti che mangiano interi alberi di mango. Barbara si è messa a ridere come non avevo mai visto qualcuno ridere, e ci ha contagiate a me e a Liva: ci siamo messe a ridere a crepapelle come non facevo da tantissimo, troppo, tempo, e la pancia mi faceva malissimo. Siamo tornate verso le 10 e mezza, ma dovevamo ancore mettere tutta la roba comprata nel frigo (ed era così tanta che c’è voluta un’ora), e con un sorriso mi sono ricordata la frase che avevo detto ironicamente alle tre quando eravamo partiti: “Se riusciamo a tornare per le dieci c’è da essere contenti”.

In stanza una scena da film horror: c’erano Vicky e Marco letteralmente piegati sui loro libri di chimica per l’ultimo esame che li aspettava il giorno seguente. Ad un certo punto Marco ha fatto un pisolino sul letto di Vicky (impiegandoci più o meno 0.5 secondi per addormentarsi) e anche lei dormiva da seduta, con la testa caduta in avanti sul libro. Mi facevano pena.

Giovedì mi sono svegliata al suono di tromba, o meglio, trombe. La “RCN marching band” ci ha musicalmente ricordati del fatto che era il 17 maggio, la giornata d’indipendenza norvegese. Pamela era in cucina a, chi l’avrebbe mai detto, cucinare: ha preparato due torte (una vegana per Marco), arepas e altro per celebrare la fine degli esami. Alle nove e mezza eravamo di fronte alla Høegh ad aspettare l’uscita di Marco e Vicky, armati di poster e pronti a dare abbracci. E finalmente, d’un tratto, la porta è stata spalancata e nell’aria si sentiva la libertà. Ridevano e piangevano, ovviamente di gioia, e anche io mi sono emozionata. Dopo una valanga di cibo ho indossato il mio vestito colorato e leggermente elegante dalla Sicilia (non è stata una grande idea perché c’era il sole ma faceva fresco) e sono andata all’alzata della bandiera. Dopo il brunch con uova e salmone ho preso il bus per andare ala parata a Flekke, dove si trovavano praticamente tutti i primi anno vestiti con i propri costumi tradizionali e ciascuno con qualche bandiera del mondo. È stato divertente scoprire che Salomè (ecuadoriana) aveva quella italiana mentre io avevo quella dell’Ecuador. Il tutto era bello da vedere ma niente di speciale; abbiamo camminato dalla scuola di Flekke al supermercato e siamo tornati indietro, in circa venti minuti, accompagnati dalla banda. Nell’edificio principale del paesino ci sono stati dei discorsi (leggermente nazionalistici mi hanno detto) e uno show da parte di alcuni studenti del collegio molto intrattenente. Poi gli studenti di norvegese dovevano vendere gelato e hot dog (il 17 maggio i bambini fanno a gara di chi ne mangia di più) e questo è quanto.

Per cena ho mangiato un piattone di spaghetti seguiti da un bel po’ di gelato (dalla scatola quella dove poi si dovrebbero mettere friarielli e broccoli per congelarli ma buono) da un buffet con anche decorazioni e coni, mentre c’era un evento molto nostalgico: lo scambio degli annuari per scrivere e farsi scrivere dediche. Nonostante sia una cosa un po’ mainstream e non molto creativa, è un bel modo per ritrovarsi tante belle parole e ricordi tutti insieme. Dopo più di tre ore passate a cercare gente e a scrivere parole carine seduti sull’erba avevamo più o meno finito.

Venerdì 19 maggio avevo l’esame di matematica dalle otto alle dieci, che era meno difficile di quanto mi aspettassi (ma comunque difficile) e, diversamente da tutti gli altri, quasi interessante. alle 11 avevamo in “goodbye transition circle”, in cui ci siamo tutti i primi anno si sono messi in cerchio tenendoci per mano ed eravamo circondati dai secondi anno. L’idea era di ruotare in senso opposto in modo di poter salutare tutti, ma non ha funzionato per niente. Almeno era bello da vedere. Il tempo era bellissimo, quindi ho pranzato fuori con Liva, (burek e ayran da Førde), mentre il campus iniziava a subire grandi cambiamenti ed è entrato in uno stato di esagerazione. C’erano bandierine colorate, musica e tutti avevano le finestre aperte, visto che i secondi anno erano dentro a fare le valigie (se non stavano portando in giro la propria famiglia) e i primi anno erano fuori.

Dopodiché sono iniziati i preparativi per la cena: correre in giro per trovare ingredienti e strumenti da cucina e fare sì che la gente cucinasse. In realtà era un’attività molto divertente, nonostante stressante, ed ero molto contenta di avere qualcosa da fare che non riguardasse in modo troppo diretto la partenza dei secondi anno. E soprattutto sono rimasta positivamente sorpresa dallo sforzo che ci hanno messo anche i nostri cuochi. Ad esempio, il prof di cinese ha cucinato varie pietanze che sembravano da ristorante, anzi, anche molto meglio.

Verso le sette sono iniziate ad arrivare le famiglie, e dopo i lunghi e noiosi discorsi di Larry (il rettore) e Daniel si sono aperte le danze. Avevamo messo il cibo e le targhette con la spiegazione su dei tavoli disposti ad “U” creando una specie di buffet, e man mano che le pentole si svuotavano ne portavamo nuove, con nuovi cibi da un’altra parte del mondo. I cannelloni di Mariangela, pollo preparato in vari modi, riso e verdure, involtini di primavera fritti al momento, uova e tanto altro. Secondo me abbiamo fatto una bellissima figura, infatti ci sono stati pochi avanzi. C’è stata un’interruzione della cena quando c’erano fuori tutti i secondi anno (vestiti impeccabilmente) per la loro foto, e dopodiché abbiamo cominciato con i dessert. Oltre ad una macedonia e dolci “normali” c’era una torta vegana con burro d’arachidi e caramello che era la fine del mondo.

Non posso omettere il fatto che la cena non era molto eco-friendly, perché avevamo usato piatti di carta e molta plastica, ma quello dovrà essere il prossimo step. Poi, come se non avessimo lavorato abbastanza (almeno avevamo anche mangiato), io e Liva abbiamo pulito e lavato tutto. Montagne di pentole e teglie, con il lavandino pieno di frammenti di qualche cibo, disgustoso. Ma una volta finito tutto era una gran bella soddisfazione. Peccato che non potevamo riposarci, siamo dovute infatti correre (dopo esserci giusto cambiate i vestiti) all’autobus che ci avrebbe portati a Flekke dai secondi anno per l’ultima festa tutti assieme. Dopo un bel tramonto siamo andati nella sala dove avevano avuto la loro cena, abbiamo messo a posto anche là, e poi ci siamo messi a ballare. Per quanto riguarda il resto della notte, volevo passare il più tempo possibile con i secondi anno. Siamo partiti per una camminata oltre mezzanotte (ma tranquilli, c’era ancora luce) e io e Liva siamo tornate in stanza alle 4 (gli altri verso le 7).

Sabato mattina, ovvero sabato in tarda mattinata, era l’ultima volta che mi sono svegliata sentendo i discorsi e le risate di Pamela, Vicky e Kristine. Ci siamo preparate, e dopo pranzo è ufficialmente iniziata la Graduation Ceremony. L’Auditorium era pieno di ospiti, infatti noi primi anno eravamo seduti sulle scale, e mentre aspettavamo che iniziasse c’erano delle foto sullo schermo che mi hanno fatto iniziare a capire cosa stesse succedendo. Poi sono entrati i secondi anno con i loro vestiti eleganti tradizionali e là ho già iniziato a piangere. Così come gli studenti stessi. C’era Petter che singhiozzava come un neonato. Vicky aveva gli occhi lucidi e anche Pamela. Liva filmava il tutto in modo da mostrarlo in livestream ai loro familiari. Il rettore ha fatto un lungo discorso molto noioso, è stato infatti molto più intrattenente quello della capa della Croce Rossa Giovani, e pure quello della sindaca del nostro comune.

Poi gli studenti hanno fatto una specie di marcia e sono stati due video molto malinconici: uno era da parte di noi primi anno, l’altro era stato fatto dallo staff ed era anche molto carino. C’è anche stata la performance da parte del coro con “With A Little Help From My Friends” (una delle cantanti non è riuscita a cantare perché piangeva troppo) e un’altra canzone con violino e lacrime. Poi è iniziata la parte cruciale: la consegna del diploma della scuola e la stretta di mano (o abbraccio con il rettore), in ordine alfabetico, con un grande applauso per ciascuno studente. A quel punto avevo un misto di sentimenti: tra tristezza, noia e voglia che finisse tutto. La noia è aumentata quando dovevamo cantare una canzone per il rettore (anche lui se e andrà), ma d’un tratto è poi finito tutto. E ci siamo ritrovati tutti fuori ad abbracciarci a vicenda e a piangere. A dire il vero, so che sembrerà una bugia ma non lo è, all’inizio non mi veniva da piangere (forse perché non riuscivo a trovare Pamela e Vicky), anzi, mi sentivo abbastanza sola nonostante circondata da persone. Poi sono tornata un attimo in stanza per prendere le valigie con Pam e Vicky e ho incontrato Kristine che stava partendo con la propria famiglia. Ero incredula “Ma veramente parti? Sul serio?” e a quel punto sono iniziate le cascate di lacrime. All’autobus abbiamo caricato i bagagli e non volevo lasciarle andare. Ma loro dovevano, e quindi mi sono messa abbracciata ad un palo a singhiozzare disperatamente. Piangevo essenzialmente per loro due, nessun’altro. Tramite il vetro ci siamo date gli ultimi sguardi, poi il pullman è partito, ed io mi sono resa conto di che perdita stessi subendo.

Aria di cambiamento

Per il primo maggio avrei preferito essere stata a Santa Croce, perché da noi non c’erano né bandiere rosse, né cori, né festa. Di mattina sono stata molto lenta a prepararmi, forse perché la sera prima ero stata fino a sera tardi a studiare in un’aula (ma ne era valsa la pena perché c’era stato un bel tramonto rosso che si poteva osservare attraverso la vetrata). Dopo colazione sono andata a “Fjord and Fjell” (fjell vuol dire montagna), che è una competizione fra le squadre delle varie case. La nostra, Iceland House, aveva il maggior numero di partecipanti, inclusi Mariangela, Alessandro, i figli e i loro amici da Pordenone. La prima prova era una staffetta in canoa cronometrata, dove ho partecipato con Liva in quanto Outdoor Leader. Lo scopo era divertirsi, ma abbiamo dato del nostro meglio (fallendo, pagaiando a zig zag). Seconda rotazione: tiro con l’arco, che non avevo mai provato, ma con la fortuna del principiante ho azzeccato l’esatto centro. Poi un quiz e una prova dove c’era da indovinare del cibo da bendati, a me è capitata la cosa più disgustosa. E dopo ancora cibo: due della squadra (stavolta non mi sono offerta) dovevano mangiare 3 mandarini in meno tempo possibile. Infine una prova di equilibrio e uno strano mix di biscotti, fischi e aeroplanini. Una bella occasione per sviluppare lo spirito di squadra.

Nel pomeriggio una seria sessione di studio, ovvero una serie di sessioni di studio, perché ho provato la tattica a intervalli, con pause tipo la cena (humus fatto da me), un po’ palestra e la visione di Heute Show con Annika. E poi invece di dormire sono stata a letto a ripetere i mille argomenti per non continuare con matematica ad alto livello, concludendo però con un grande dubbio. Mercoledì 2 maggio è forse stato il primo giorno in cui ho notato che sui rami degli alberi si preparavano delle mini foglioline; si accingevano alla primavera, credo più di un mese dopo il solito, e sicuramente più di un mese dopo l’auspicato. Ma era nuvoloso, ed è stata una giornata molto matematica, letteralmente, in quanto i secondi anno ne avevano gli esami ufficiali. In serata un workshop per essere un buon “peer tutor”, ovvero per dare ripetizioni a chi ne ha bisogno ora e ai futuri primi anno. Poi piscina e un po’ di soap opera, ovvero lo stato in cui si trovava la stanza: tra esami, amicizie e indecisioni sul futuro, la situazione è stata definita come un grande dramma, con ottime attrici drama queen come Vicky e Pamela.

Giovedì il tempo era un po’ migliore, ma ho ricevuto la notizia che nonostante volessi cambiare livello di matematica e avessi parlato con Paulina (che mi ha detto diciassette volte che sono senza dubbio un’higher level student), avrei dovuto fare gli esami di livello alto. Intanto procedeva l’organizzazione per la cena dei genitori, incluso il fondamentale aiuto di Mariangela. Venerdì ho potuto dormire un’ora di più, perché era un periodo in cui Daniel stava male, e sapevo che era più utile lavorare per conto proprio. A matematica ho scoperto che il voto della verifica non è proporzionale al punteggio preso; il pranzo è stato veramente scarso, l’ultima lezione con Othello è stata intrattenente come sempre. Pete ci fa proprio recitare, e quando c’è stata una scena di inseguimento e lotta ha insistito che doveva essere presentata molto realisticamente, con violenza. A quel punto siamo scoppiati a ridere quando Henrik gli ha chiesto “Ma a cosa mi sono iscritto!?”. Ma l’attore e regista dentro Pete non si lascia facilmente sopprimere, infatti ha continuato a (far finta di) strangolare persone, tirare pugni sui banchi, urlare e fare battutine, ma tutto molto professionalmente.

Dopo scuola avevamo un incontro di outdoor leadership, dove abbiamo fatto un po’ di pratica teorica su come leggere mappe, trovare il percorso e organizzare il viaggio. Abbiamo anche imparato e bendare la caviglia in caso si storca. Dopodiché mi è venuta la fiacchezza del pomeriggio, che se n’è andata appena a cena, dove c’era un cibo veramente buono: lasagna con salmone. Suona male ma non lo era. Di sera c’è stata una presentazione-discussione su Israele-Palestina, ovviamente molto controversa e ricca di diverse interpretazioni e speranze. Ho scoperto che uno dei problemi è che tra israeliani e palestinesi non c’è alcun contatto, e nella maggior parte dei casi le uniche persone che si vedovo dell’altra nazionalità sono i soldati ai confini. Alcuni interventi mi hanno fatto molta speranza, come il racconto di Abdullah, i cui familiari avevano condiviso la loro terra con degli israeliani. Altri contributi mi hanno delusa, ad esempio l’idea che è impossibile che due culture così diverse possano condividere. Però l’esito è stato più in direzione positiva, e quindi ero soddisfatta.

Dopo esser stata in palestra sono tornata in stanza e vi ho trovato un bellissimo regalo: gli appunti di geografia di Amalie, una secondo anno danese. Wow, direte, che saranno mai. Ma fidatevi che costituiscono una bibbia, e sono così ordinati e chiari che fa quasi impressione.

Sabato 5 maggio, alte aspettative per lo studio, sarebbero state realizzate. Per colazione così tanta granola che non ho mangiato più fino a cena. ho studiato in un’aula a scuola, dove c’era anche altra gente, ESS, matematica, con break, e thè. Solo nel pomeriggio la produttività è un po’ calata. Per cena pollo e riso (basmati per la prima volta nella storia di Flekke). Poi ho bevuto un thè con Amina, una secondo anno molto simpatica sempre di buon umore che mi ha introdotto al suo paese: il Tajikistan. E poi mi ha parlato di tutto e di più, e quanto! Sembrava un dialogo tra marito e moglie sui 50: lei parlava un minuto, io rispondevo con un paio di parole. Nonostante ciò mi è piaciuto ascoltarla e ora ho un nuovo paese che si aggiunge alla lista di quelli che vorrei visitare.

Domenica una bella dormita, dato che ero andata a dormire alle due la sera prima. Perché? Nessuna grande festa, ma stavo scrivendo proprio il blog e mie ero molto appassionata. Dopo aver studiato un po’ il ciclo dell’acqua (perché ho preso “Environmental Systems and Societies” e non chimica?!?!) sono andata a pranzo. Nel pomeriggio avevamo il Flekke Pride. Diciamo che si può immaginare abbastanza bene dal nome: una sfilata colorata per i diritti LGBTQ+, con il piccolo dettaglio che non era in mezzo ad una grande città, ma in mezzo al niente. Però di spettatori ce ne avevamo! Secondo voi ci mettevamo a camminare così nella natura con nessuno che ci guardasse?! C’erano decine e decine di… pecore e agnellini che pascolavano tranquille… Fin quando siamo arrivati noi. Perdonate il tono ironico; in realtà è stato carino, anche se non di forte impatto. Avevamo un ukulele e buon’umore, e una volta arrivati a Flekke c’erano biscotti arcobaleno e Wilma ha cantato e suonato una canzone e Nynke ha letto un suo “Vagina Monologue”.

L’evento della serata è stata la cena tanzanese (riso e pollo buono) con Liva, preparata da Mirian; dopodiché c’era il diciottesimo compleanno di Rasmus, il quale si è lasciato buttare nel fiordo senza molta resistenza, nonostante non fosse per niente invitante, e si vedeva praticamente solo nebbia.

Lunedi 8 maggio ero un po’ di malumore: dopo scuola sono andata a dormire e poi sono andata a nuotare per svegliarmi. Mentre studiavo Lydia mi ha portato degli spaghetti ed è stato un bel pensiero; infine ho guardato Heute Show con Annika e la giornata è per fortuna finita. Ma anche martedì non era il massimo, nonostante il tempo fosse totalmente cambiato: sole e un’aria di gioia. La migliore lezione è stata (come sempre, d’altronde) quella di spagnolo, dove abbiamo guardato “Diarios de Motocicleta”, il film che tratta del viaggio di Ernesto Guevara de la Serna in Sud America prima che diventasse il vero e proprio Che Guevara. Dopo scuola avevamo una presentazione sul programma del collegio per includere tra gli studenti vittime di guerra con disabilità; ad esempio XX, uno studente XX che c’era l’anno scorso: è praticamente senza mani ma dipinge, e anche molto bene. Una storia veramente ispirante ed esemplare, ma era strano perché dovremmo essere più partecipi in questa XX, e invece era come se fossimo visitatori del collegio a cui lo stavano presentando.

Anche a cena erano tutti fuori a mangiare, ma mi sono apposta allontanata, non avevo gran voglia di essere socievole. Però alle sei sono andata un po’ ad arrampicare con Thor, l’istruttore, e Omar e Ingebjørg. Era bello stare nella natura, godersi i raggi di sole e migliorare tentativo dopo tentativo. E la vista dall’alto era fantastica, si vedevano persone in kayak nel fiordo e, tenetevi stretti, il verde. Eh si, dopo tanta pazienza erano finalmente uscite le foglie, così chiare e pimpanti che brillavano e sembravano quasi fluorescenti.

Il tramonto è stato uno spettacolo, ma ero stremata dai miei sentimenti negativi e non l’ho potuto apprezzare. Per fortuna mia (e sfortuna sua) proprio quando stavo (ascoltando musica deprimente e) guardando il cielo, che era diventato rosa dopo aver subito una transizione da arancione a rosso, è passato Alberto. Mi ha chiesto come andava e sono scoppiata a piangere, al che lui ha fatto la cosa migliore che avrebbe potuto fare, ovvero iniziarmi a raccontare le sue solite cavolate che mi fanno ridere tantissimo, e insomma dopo una serata misto gossip, altri racconti e tentativi di darmi consigli stavo molto meglio.

Mercoledì molti primi-anno avevano esami e non c’era scuola; che bello avere un giorno libero in mezzo alla settimana, soprattutto se c’è il sole. Ho preso una bici e ho pedalato: sono andata sull’altra riva del fiordo, di fronte alla scuola, e con ogni metro che mi allontanavo mi sentivo meglio, più libera. Quando la costa era un po’ più alta e sotto si vedeva l’acqua increspata che scorreva, ho ritrovato l’energia che si era persa nei giorni precedenti. Il sole che mi batteva sulla schiena, il vento che mi veniva incontro e la musica tra le orecchie mi hanno fatta rinascere. Ma è stata soprattutto la natura: dopo più di dieci kilometri, nonostante mi stessi allontanando dall’entroterra, ero circondata da campi verdi e un territorio che sembrava più collinare e di conseguenza dolce e accogliente. C’erano delle fattorie, come fosse campagna, e mi sentivo a casa. Però poi sono arrivata a un punto dove si vedeva l’oceano, ed ero contemporaneamente fiera (di essere arrivata così lontano), sbalordita e incantata (dalla bellezza). Com’è solito il ritorno mi è sembrato più breve, e il mio umore variava al cambiare delle canzoni che mi proponeva l’iPod.

Dopo essermi fata una bella pasta per pranzo mi sono messa al lavoro, ovvero allo studio, ma la mattinata fuori mi aveva dato abbastanza motivazione. Motivazione che mi sarebbe servita giovedì, dov’ero stanchissima e annoiata. L’unica cosa carina è stato il college meeting (per la prima volta senza i secondi anno), dove i norvegesi ci hanno presentato la storia attorno all’indipendenza del paese, che si festeggia il 17 maggio, e MT (Maria Teresa) ha fatto un monologo di venti minuti sulla UTC (Uncle Tom’s Cabin, quanti acronimi!), la stanza con le lavatrici da cui stanno sparendo vestiti. Nel pomeriggio ho provato a dormire, poi ho lavorato e nuotato.

Venerdì 11 maggio giornata da ricordar, in quanto piena di vita. La nebbia mattutina agl’irti colli ci ha preannunciato una giornata di sole; atmosfera a scuola era un po’ stile pre-vacanze e il pranzo fuori ci ha forniti di ulteriore vitamina D. Mi sono appassionata del Sud America grazie al film su Che Guevara, e come sempre ho pensato quanto sarebbe bello (molto) se spagnolo fosse l’unica materia insieme a geografia. Dopo pranzo mi sono messa al lavoro, ma stavolta non era per scuola: ho fatto un video modestamente bellissimo per il compleanno di mia mamma (che è il 12 maggio) e tale attività mi ha occupata fino a oltre mezzanotte. L’unica pausa è stato un bagno nel fiordo, una camminata in alto in alto con Amalie, e quei venti minuti di panico quando di sera ho visto quando fossi rossa. Ho iniziato a odiare la tecnologia: tra batteria bassa, rischi di virus, wifi che non funzionava, varie auto-eliminazioni e inutili tentativi di caricamento stavo per non uscirne viva, ma tutto è bene quel che finisce bene. O quasi. Restano le cicatrici. Ma anche la soddisfazione.